martedì, Febbraio 3, 2026

Chicago, la rivolta dei quartieri contro le razzie dell’ICE

Partiamo dalla scena: un inseguimento sul Far South Side, un SUV federale che centra l’auto in fuga, i residenti che escono in strada gridando “ICE go home!”. Poi la nube: lacrimogeni lanciati “a freddo” mentre gli agenti si ritirano.

Nella nebbia chimica finiscono anche diversi poliziotti di Chicago accorsi sul posto. È l’immagine più chiara di ciò che sta accadendo: due catene di comando – federale e cittadina – che operano fianco a fianco senza un vero coordinamento, lasciando il quartiere nel mezzo.

La repressione non si consuma più nei retroscena degli uffici: è diventata visibile, rumorosa, quotidiana. Agenti di ICE e Border Patrol pattugliano strade e stazioni, fermano persone sui marciapiedi, eseguono arresti “a vista”.

L’idea è la deterrenza per presenza, ma la città risponde con la stessa logica: presenza contro presenza. Nascono gruppi di quartiere che monitorano furgoni e convogli, chat che rilanciano avvistamenti, coppie di volontari con i fischietti al collo, auto che suonano per avvertire. Dove gli agenti spingono sulla forza, i vicini spingono sull’allerta.

Questa non è semplice protesta: è auto-organizzazione. Workshop municipali sul “community defense” insegnano diritti, come documentare senza intralciare, come accompagnare chi rischia la detenzione. È la versione pratica dell’idea di “sanctuary city”: non uno slogan, ma una rete civica che si attiva nell’istante in cui l’enforcement entra nel quartiere.

Nel mezzo ci finiscono episodi simbolo. Una produttrice televisiva bloccata a terra e portata via, poi rilasciata senza accuse: un fotogramma che vale più di mille note stampa. O gli scontri davanti a un supermercato con gente che filma, urla, scappa dagli agenti in mimetica.

A quel punto la domanda non è più tecnica (“immigrazione amministrativa” o “reati federali”?), ma democratica: quanta compressione dei diritti civili siamo pronti ad accettare per eseguire il diritto dell’immigrazione? E chi controlla il controllore quando la scena è un vialetto di casa, non un checkpoint di frontiera?

Intanto si combatte anche sul terreno dell’informazione. Alcuni gruppi social che tracciavano in tempo reale gli spostamenti degli agenti vengono chiusi dalle piattaforme con la motivazione della sicurezza; gli attivisti replicano che quella mappa dal basso è una funzione civica, non un incitamento al danno. Il risultato è un paradosso: mentre le operazioni diventano più invasive, la loro topografia diventa più opaca.

Sullo sfondo c’è la politica. Il governo federale rivendica numeri alti per giustificare la stretta; a livello locale si contestano metodi e conteggi, si minacciano ricorsi, si propongono ordinanze per imporre identificazioni chiare e limiti d’azione in strutture sensibili.

Ma se ogni giorno si ripete la stessa scena – sirene, fumogeni, telefonini alzati – significa che la governance sta fallendo proprio dove dovrebbe riuscire: nel trasformare una politica nazionale in procedure praticabili senza incendiare la città.

La verità scomoda che Chicago mette in vetrina è duplice. Primo: la “sicurezza delle frontiere” non si fa davanti a un Walgreens né con gas irritanti lanciati in vie residenziali; così si perde legittimità prima ancora di perdere cause. Secondo: una città santuario non può vivere di proclami; deve avere infrastrutture civiche robuste – assistenza legale, reti di allerta responsabili, protocolli con scuole e ospedali – per non scivolare dalla tutela dei diritti alla giustizia fai-da-te.

Finché il livello federale cercherà visibilità muscolare e quello locale risponderà con resistenza diffusa, avremo molta energia spesa e pochi risultati. I soli fondamentali che contano restano due: chi, davvero, lo Stato decide di rimpatriare; e come lo fa in una democrazia che non ha paura della luce.

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