Los Angeles in fiamme: lo scontro è tutto politico

È iniziato tutto venerdì pomeriggio, come spesso accade, con una scena che avrebbe potuto passare inosservata: l’arresto di 44 migranti durante un’operazione federale dell’ICE, nel cuore di Los Angeles. Ma nel giro di poche ore la città è esplosa. Manifestazioni che dovevano essere pacifiche si sono trasformate in scontri durissimi.

La polizia ha usato lacrimogeni e granate stordenti per disperdere la folla. Alcune auto sono state date alle fiamme. Il centro cittadino è stato dichiarato “zona di assembramento illegale”. La Guardia Nazionale ha preso posizione davanti agli edifici federali. E il presidente Donald Trump ha fatto ciò che molti si aspettavano da tempo: ha schierato i militari.

Duecento marines, affiancati dalla Guardia Nazionale, sono stati inviati nella contea di Los Angeles senza il consenso del governatore della California, Gavin Newsom. Anzi, contro la sua esplicita volontà. La risposta non si è fatta attendere: Newsom ha definito l’intervento “illegale” e ha annunciato una causa contro l’amministrazione federale. Su X, lo ha scritto chiaramente: “Questi sono gli atti di un dittatore, non di un presidente”.

Ma dietro la tensione tra governo centrale e autorità locali, c’è molto più di una crisi amministrativa. C’è un disegno politico. Lo hanno capito in molti, a partire dalla CNN, che ha parlato di una “resa dei conti” cercata e costruita dalla Casa Bianca. L’obiettivo sembra essere quello di trasformare una crisi locale in un banco di prova nazionale: da una parte le città e gli Stati “ribelli”, che si oppongono alle politiche migratorie di Trump; dall’altra l’autorità presidenziale, pronta a usare la forza per ristabilire l’ordine.

“oppose trump with fists – stop the GOP Tax Scam Buerrilla Light Projections by LA Solidarity Brigade photos by Mike Chickey” by Backbone Campaign is licensed under CC BY 2.0.

La scelta di invocare il “Title 10” per giustificare il dispiegamento delle truppe federali ha un peso enorme. È una norma che consente al presidente di intervenire in caso di ribellione o minaccia alle funzioni federali, ma raramente è stata usata per schierare l’esercito contro cittadini americani, senza il consenso degli Stati. L’ultima volta fu durante le rivolte di Los Angeles del 1992. Ma allora, l’intervento avvenne su richiesta della California. Oggi, la differenza è cruciale: la forza viene calata dall’alto, in un clima già esplosivo.

Trump, come ha notato The Atlantic, sta cercando di consolidare la propria immagine di uomo forte, pronto a usare il pugno di ferro. La crisi migratoria è diventata il pretesto perfetto. Ma le reazioni sociali a Los Angeles dicono molto anche del tessuto profondo della società americana. In strada, accanto alle famiglie colpite dai raid, sono scesi attivisti, studenti, sindacalisti, esponenti di comunità religiose. Le proteste hanno assunto un carattere più ampio: non si tratta solo di respingere l’arresto dei migranti, ma di difendere l’autonomia delle città, la libertà di dissenso, il diritto a protestare senza essere repressi con mezzi militari.

Il nodo è tutto qui: lo scontro non è solo tra Trump e Newsom, ma tra due visioni dell’America. Una che interpreta l’ordine come imposizione, anche armata; l’altra che rivendica pluralismo, autonomia locale e diritti civili come fondamento della democrazia. È per questo che quello che sta accadendo a Los Angeles non può essere liquidato come un disordine urbano. È un segnale di rottura profonda, istituzionale, simbolica, politica.

In una società sempre più polarizzata, la militarizzazione del dissenso rischia di diventare la norma. Ed è questo, forse, l’aspetto più inquietante: che le proteste vengano usate non per ascoltare, ma per giustificare la repressione. Se l’America è davvero sull’orlo di una nuova fase storica, sarà bene capire presto da che parte della linea rossa si trova il confine tra sicurezza e autoritarismo.

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