Quando l’ovvio diventa un ricatto contro il dissenso

E’ offensivo per l’intelligenza pubblica e persino per la non intelligenza privata dover condannare episodi di aggressione a chiunque. Così come ci fa orrore e riteniamo indegno di uno Stato democratico vedere un mucchio di poliziotti che circonda e malmena durante un corteo un manifestante, o “per sbaglio” un giornalista, come abbiamo osservato spesso in Italia da molto prima di Genova 2001, per lo stesso motivo è evidente che chiunque usi la violenza è nostro nemico politico.

Detto questo, qualunque sia stata la dinamica dei fatti di Torino, qualunque sia stato l’errore tattico della polizia che ha isolato l’agente, nessuno della redazione di Diogene Notizie esce di casa con un martello o martelletto che sia. E questa è una distanza politica e culturale a cui teniamo molto.

Il commento più sensato sui fatti di sabato scorso è quello di Alfio Nicotra, portavoce della Rete Italiana Pace e Disarmo: «Scaricare sulle forze di polizia le tensioni sociali che la politica non vuole affrontare, è da sempre una strategia di governo, specialmente quelli con pulsioni autoritarie. Per questo la nonviolenza e’ sempre rivoluzionaria mentre la violenza spesso è la piu’ funzionale al potere. La nonviolenza non e’ pero’ una profumeria, non e’ negazione del conflitto, ma semmai gestione altra e più alta dello stesso».

Le cronache raccontano di qualche centinaio di persone, sulle 50mila che hanno partecipato al corteo, responsabili delle violenze. Ovvero stiamo parlando dell’1% dei manifestanti. Una cifra che da sola basterebbe a dimostrare la strumentalità della ulteriore “stretta sulla sicurezza” che il governo Meloni vuole porre su chiunque manifesti dissenso dalle sue politiche

E’ sempre Nicotra a identificare il problema centrale: «Per questo è contro l’ opposizione nonviolenta che si preparano i “pacchetti sicurezza” e si criminalizza il dissenso. Perche’ il potere se scegli la violenza è sul suo terreno e vi si trova a proprio agio, mentre se scegli la nonviolenza rivoluzionaria la lotta puo’ crescere e diventare di massa e come tale realmente eversiva».

il punto politico del corteo di sabato scorso a Torino era la solidarietà con Askatasuna nonostante Askatasuna, perchè lo sgombero di dicembre del centro sociale non colpisce Askatasuna e basta, ma fa parte dei nuovi irrigidimenti legislativi in materia di sicurezza e ordine pubblico tanto cari al governo più di estrema destra della Repubblica italiana. Questo è il contesto che spiega la partecipazione ampia, trasversale e familiare descritta da molte cronache: cortei che, almeno nelle intenzioni e nella gran parte dei partecipanti, rivendicano spazi sociali e diritto di dissenso.

Il carattere di massa della manifestazione di sabato non è un dettaglio, è la sostanza. In quella massa c’era un conflitto sociale legittimo, e dentro quello spazio la violenza agita da una minoranza non è “un eccesso” folkloristico: è un sabotaggio del senso stesso della piazza.

Foto Ares Ferrari CC-BY 2.5

La strategia è nota e non nasce a Torino. Si prende un episodio reale, lo si assolutizza, lo si ingigantisce fino a farlo coincidere con l’intera manifestazione e si ottiene il risultato desiderato: la piazza smette di essere una questione politica e diventa una questione securitaria. A quel punto non si discute più di precarietà, salari, welfare, guerra, case, diritti: si discute di “fermi”, “daspo”, “zone rosse”, “aggravanti”, “pene”, “responsabilità degli organizzatori”.

È un cambio di campo, non un’analisi. E quel cambio di campo è sempre a vantaggio di chi governa, perché sposta il conflitto dalle ragioni sociali alla gestione repressiva. Da questo punto di vista, usare l’aggressione di alcuni per discutere del diritto al dissenso in quanto tale non è un errore logico: è un’operazione politica. Significa dire, senza dirlo apertamente, che la piazza è tollerata finché è decorativa, che il conflitto è accettabile finché non incide, che la protesta è legittima solo quando è innocua.

È un’idea di democrazia come cornice, non come sostanza: il diritto resta scritto, ma viene reso impraticabile attraverso la paura, la burocrazia repressiva, l’incertezza penale, l’arbitrio amministrativo. Qui sta la linea che va tracciata con chiarezza, senza cedimenti a riflessi condizionati: condannare la violenza non implica accettare la criminalizzazione del dissenso. Sono due piani diversi, e il potere tenta costantemente di confonderli.

Si può, anzi si deve, tenere insieme due verità: che colpire un agente isolato è politicamente e umanamente inaccettabile; e che usare quel fatto per colpire la libertà di manifestare è democraticamente intollerabile. La prima verità non diventa la premessa per la seconda. Non esiste una “contropartita” per cui, in cambio della condanna, si concede una stretta sulle piazze. Questo baratto è esattamente il meccanismo che bisogna respingere.

Inoltre la storia del nostro Paese c’insegna che restringere il dissenso non colpisce “i violenti”, colpisce soprattutto chi è più esposto e più visibile, cioè chi fa politica alla luce del sole. Colpisce studenti, sindacalisti, lavoratori in sciopero, attivisti dei comitati territoriali, giornalisti, osservatori legali, chiunque provi a trasformare il malessere sociale in iniziativa collettiva. La repressione non ha bisogno di dimostrare che tutti sono violenti: le basta costruire un clima in cui tutti sono potenzialmente colpevoli, e quindi tutti sono più ricattabili, più intimidibili, più isolabili.

Il punto, allora, è difendere l’idea stessa che la protesta non è una concessione, ma un diritto. Tutto il resto è propaganda travestita da realismo. È qui che la scelta nonviolenta diventa, paradossalmente, ancora più esigente e più radicale. Perché non si limita a dire “noi siamo migliori”: costruisce le condizioni perché la piazza non sia sequestrabile né dalle frange violente né dal racconto repressivo. Significa avere la lucidità e capacità politica di riportare il discorso dove deve stare: sui contenuti, sui diritti, sulle responsabilità politiche di chi governa.

Se un governo vuole trasformare l’1% in un argomento contro il 100% del dissenso, la risposta non può essere difensiva o timida. Deve essere offensiva sul piano democratico: non si discute la libertà di manifestare, punto. Si discute semmai perché cresce il disagio, perché i salari perdono potere d’acquisto, perché aumentano precarietà e disuguaglianze, perché si restringono spazi e diritti.

La sicurezza vera non è quella che si fa con le norme speciali, ma quella che nasce dal ridurre le tensioni sociali con politiche sociali. Quando la politica abdica a questo compito, prova a governare il conflitto con la polizia. E quello sì, storicamente, è il segno di una democrazia a cui si sta sostituendo lentamente, giorno dopo giorno, con la stessa “tranquilla normalità” che ha dato vita a governi nemici della democrazia negli anni ’20 del secolo scorso in Italia, una forma autoritaria che nel XXI secolo magari non si chiama più fascismo ma ci assomiglia molto.

Foto Ares Ferrari CC-BY 2.5