Puntland: 40mila famiglie in fuga dalla guerra all’ISIS

In un angolo poco raccontato della Somalia settentrionale, migliaia di famiglie sono state costrette a fuggire dalle loro case tra le montagne del Puntland, travolte dal conflitto in corso tra le forze regionali e i miliziani dell’ISIS (noto localmente come Daesh).

Il teatro principale degli scontri sono i monti Almiskad, nella regione del Bari, dove la violenza si è intensificata negli ultimi mesi, costringendo intere comunità ad abbandonare le loro terre, i loro animali e le loro scuole. In pochi, però, al di fuori dei confini somali, sembrano accorgersi di questa crisi.

Secondo una valutazione recente delle autorità locali, quasi 40.000 famiglie sono state sfollate tra marzo e aprile 2025. Ora vivono in condizioni disperate, ammassate ai margini di piccoli centri abitati come Timirshe, senza acqua potabile, senza un riparo adeguato e con scarsissimo accesso a cibo e servizi di base.

Le loro storie non sono solo numeri: sono vite interrotte. Alcune di queste esperienze ce le racconta Radio Ergo, emittente comunitaria della comunità somala nella regione del Corno d’Africa

Sareda Isman Iilmi è madre di 14 persone. Prima della fuga, gestiva una piccola sala da tè a Turmasale e arrotondava raccogliendo incenso sui pendii montuosi, riuscendo così a sostenere la famiglia. Oggi non ha più nulla. Suo marito è malato da anni e non può lavorare. Uno dei suoi figli è stato ucciso mentre cercava di raccogliere incenso.

Gli altri quattro figli non vanno più a scuola: le rette sono troppo alte per una famiglia che ora dipende completamente dalla solidarietà altrui. Vivono tutti in una capanna di fortuna offerta dagli abitanti di Timirshe, che a loro volta non hanno molto da dare.

La storia di Sareda non è un’eccezione. Anche Safiya Ali Mire ha perso tutto. Madre di otto figli, è fuggita da Daray-Madobe, una delle aree più colpite dai combattimenti. Aveva un piccolo negozio e un’attività di cucina che garantivano una sopravvivenza dignitosa. Ma la guerra le ha portato via tutto. I suoi beni, stimati in circa 600 dollari, sono andati perduti.

È arrivata a Timirshe senza nulla, ospite di una famiglia locale che fatica anch’essa a sopravvivere. L’acqua è diventata un lusso: ogni tanica costa troppo. Ogni giorno, Safiya percorre a piedi venti minuti per raggiungere un pozzo scavato a mano, che però spesso resta a secco. A volte, la sua famiglia aspetta giorni interi prima che ci sia di nuovo acqua disponibile. Tre dei suoi figli, anche loro in età scolastica, non frequentano più le lezioni da dicembre.

Il dramma di queste famiglie si inserisce in un contesto già segnato da enormi fragilità. Il conflitto è esploso mentre la regione stava ancora facendo i conti con le conseguenze di una grave siccità. La stagione secca ha peggiorato le condizioni già estreme.

Photo by EU Civil Protection and Humanitarian Aid is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

Le riserve d’acqua sono diminuite, il bestiame è stato decimato, i raccolti sono scomparsi. In un’area in cui la sopravvivenza dipende direttamente dalla natura, l’equilibrio è andato completamente in frantumi.

Le autorità del Puntland, pur consapevoli dell’entità della crisi, non hanno i mezzi per affrontarla. Non esistono campi ufficiali per sfollati, né strutture mediche o scolastiche allestite per l’emergenza. Le famiglie del posto vengono incoraggiate ad accogliere gli sfollati, ma anche loro vivono in condizioni di scarsità.

La solidarietà comunitaria tiene in piedi un fragile sistema, ma da sola non può bastare. Le organizzazioni umanitarie sono state informate, ma le risorse internazionali restano limitate. Intanto, la popolazione continua a spostarsi, alla ricerca di un luogo sicuro dove ricominciare.

Questa situazione, purtroppo, non è unica nel suo genere. La Somalia si aggiunge a un elenco sempre più lungo di paesi africani in cui conflitti locali, instabilità politica e crisi climatiche si intrecciano, provocando ondate di sfollamento e nuove emergenze umanitarie.

Accade in Etiopia, dove il conflitto in Tigray ha costretto milioni di persone ad abbandonare le proprie case. Accade nella Repubblica Democratica del Congo, dove le milizie armate continuano a seminare terrore. Ma nel Puntland, come altrove, il problema più grande è l’assenza di attenzione.

A sei mesi dall’escalation della violenza, il silenzio attorno a questa crisi è assordante. Non si parla dei bambini che hanno smesso di andare a scuola, delle madri che dormono sotto gli alberi, degli anziani che non hanno accesso a cure mediche. Eppure sono questi i dettagli che fanno la differenza tra una tragedia numerica e una tragedia umana. Le persone sfollate non chiedono carità, chiedono di essere viste, ascoltate, riconosciute.

Non bastano gli aiuti occasionali o le dichiarazioni d’intenti. Servono misure strutturate: accesso all’istruzione, sostegno alimentare, servizi sanitari di base e, soprattutto, protezione. Ma per fare tutto questo, serve prima di tutto volontà politica. Serve che questa crisi non resti ai margini del dibattito pubblico. Perché ogni giorno che passa, migliaia di persone vivono — e muoiono — nella più totale invisibilità.

Photo by EU Civil Protection and Humanitarian Aid is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.