Nel corso del 2024, oltre 120.000 migranti sono stati respinti alle frontiere dell’Unione Europea, una cifra che conferma la crescente istituzionalizzazione di questa pratica.
Secondo il rapporto elaborato da un consorzio di nove organizzazioni per i diritti umani, le espulsioni collettive si stanno consolidando come parte integrante delle politiche migratorie europee, spesso accompagnate da episodi di violenza e privazioni.
Il fenomeno, denunciato da anni da ONG, esperti legali e giornalisti, mostra come il rispetto del diritto d’asilo venga costantemente violato.
La normativa internazionale stabilisce che ogni individuo ha diritto a una valutazione individuale della propria richiesta di protezione, ma i dati raccolti indicano che i respingimenti avvengono in maniera sommaria, senza considerare le esigenze personali di chi tenta di attraversare i confini europei.
Il Paese con il numero più elevato di respingimenti è stato la Bulgaria, con oltre 52.500 casi registrati nel 2024, seguita dalla Libia, con oltre 21.700 persone intercettate e rimandate indietro nel Mediterraneo, spesso con il coinvolgimento indiretto delle istituzioni europee.
La Grecia, con circa 14.500 respingimenti nel Mar Egeo, è stata accusata di utilizzare tattiche particolarmente brutali, come il trasferimento forzato di migranti su imbarcazioni di fortuna per lasciarli alla deriva.
Anche la Polonia, l’Ungheria e i Paesi baltici hanno adottato misure simili per impedire l’accesso ai loro territori.

L’analisi evidenzia inoltre che le espulsioni non avvengono sempre nell’ombra. In alcuni stati membri, la pratica è stata formalmente legalizzata.
Un esempio recente è la legge approvata in Finlandia nel 2024, che limita l’accoglienza delle domande di asilo direttamente alla frontiera, restringendo ulteriormente le possibilità per chi cerca protezione.
Misure analoghe sono state introdotte anche in Polonia, Lettonia e Lituania, aggravando la precarietà della situazione dei migranti bloccati ai confini.
Secondo il rapporto, la progressiva normalizzazione dei respingimenti segna un arretramento delle politiche europee in materia di diritti umani.
Nonostante le ripetute condanne da parte di istituzioni internazionali e della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, gli stati membri continuano a ignorare gli obblighi di protezione previsti dalla Convenzione di Ginevra e dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE.
L’apparente diminuzione degli arrivi, segnalata da Frontex con un calo del 38% rispetto al 2023, non indica una riduzione delle partenze, ma piuttosto un aumento delle misure di contenimento attuate direttamente ai confini europei o nei Paesi di transito.
A fronte di questa tendenza, la gestione dei flussi migratori in Europa sembra sempre più orientata alla chiusura e alla deterrenza, piuttosto che alla protezione e all’integrazione. La situazione impone un ripensamento delle strategie adottate, per evitare che il diritto di asilo venga progressivamente svuotato del suo significato e ridotto a una formalità sempre più difficile da esercitare.



