Gli Stati Uniti stanno valutando la possibilità di ridurre gli aiuti sanitari allo Zambia per aumentare la pressione su Lusaka in un negoziato che riguarda anche l’accesso ai minerali critici del Paese. La notizia emerge da una bozza di memorandum del Dipartimento di Stato ottenuta dal New York Times e si colloca dentro una trattativa che, nelle ultime settimane, era già affiorata pubblicamente.
A fine febbraio, Reuters aveva riferito che il governo zambiano aveva rallentato la firma di un accordo sanitario quinquennale da oltre 1 miliardo di dollari, giudicando problematiche alcune clausole relative alla condivisione di dati sanitari, campioni biologici e altri profili di sovranità.
Secondo quanto ricostruito, gli Stati Uniti chiedono allo Zambia di sottoscrivere un’intesa che prevede nuovi finanziamenti alla sanità nell’arco di cinque anni, ma anche impegni aggiuntivi da parte del governo locale. Fin qui, la logica non sarebbe diversa da quella già vista in altri accordi di cooperazione sanitaria.
Il punto che rende il caso zambiano particolarmente delicato è un altro: il dossier salute sembrerebbe intrecciato a un secondo tavolo negoziale, legato alle risorse minerarie del Paese e al maggiore accesso delle imprese americane a un settore considerato strategico.
Lo Zambia, del resto, non è un attore marginale in questa partita. È uno dei principali produttori africani di rame e dispone anche di riserve rilevanti di cobalto, nichel, litio e altri minerali cruciali per la transizione energetica e per le filiere industriali ad alta tecnologia.
Reuters ha riferito di recente che Lusaka punta ad aumentare in modo significativo la produzione di rame entro il 2031, cercando capitali e partner internazionali in un contesto in cui la competizione geopolitica sulle materie prime è diventata sempre più serrata.
È qui che il negoziato con Washington assume un significato più ampio. Per gli Stati Uniti, i minerali critici sono ormai un tassello centrale della competizione economica e strategica con la Cina. Per lo Zambia, invece, il tema è tenere insieme attrazione di investimenti, tutela della sovranità economica e gestione di un debito estero molto pesante.

Da anni investitori occidentali lamentano il radicamento delle imprese cinesi nel comparto minerario zambiano; allo stesso tempo, il governo di Lusaka cerca di evitare che il bisogno di finanziamenti si traduca in una cessione troppo sbilanciata del controllo sulle proprie risorse. In questo senso, la trattativa non riguarda soltanto il commercio o la cooperazione sanitaria, ma il rapporto tra aiuti, condizionalità e accesso a beni strategici.
Il problema è che, in Zambia, la leva negoziale ipotizzata tocca un settore da cui dipendono direttamente milioni di persone. I dati disponibili mostrano che oltre 1,29 milioni di persone nel Paese ricevono terapia antiretrovirale e che il sistema HIV continua a poggiare in misura rilevante sul sostegno esterno, in particolare su quello statunitense.
Documenti collegati a UNAIDS hanno già segnalato che la riduzione dei fondi americani nel 2025 ha avuto effetti importanti sulla continuità di alcuni servizi, soprattutto nei programmi di prevenzione e nelle attività rivolte ai gruppi più vulnerabili.
Questo significa che l’eventuale riduzione degli aiuti non avrebbe un valore solo simbolico o diplomatico. Andrebbe a incidere su una rete materiale fatta di approvvigionamento di farmaci, distribuzione territoriale, prevenzione della trasmissione madre-figlio, test, monitoraggio clinico e supporto ai pazienti.
In un Paese che negli ultimi due decenni ha costruito una parte decisiva della propria risposta all’HIV grazie ai fondi del programma americano PEPFAR, un ridimensionamento brusco avrebbe effetti immediati e difficilmente assorbibili nel breve periodo.
La vicenda zambiana, quindi, non è solo una storia di politica estera americana o di diplomazia economica africana. È anche un caso esemplare di come, nella fase attuale, salute globale e interessi strategici tendano a convergere sempre più spesso nello stesso campo negoziale. Il punto non è negare che i programmi di aiuto abbiano sempre avuto una dimensione politica.
Il punto è osservare che, qui, quella dimensione appare esposta in modo particolarmente netto: il sostegno a un’infrastruttura sanitaria essenziale entra direttamente in una trattativa su rame, litio e accesso alle risorse.



