Madagascar, l’epidemia di HIV esplode tra povertà e cure negate

In Madagascar il numero delle persone ufficialmente registrate come sieropositive è più che raddoppiato in due anni, mentre migliaia di altre potrebbero convivere con il virus senza saperlo. I servizi sanitari non riescono a garantire test e terapie a una parte consistente della popolazione e, secondo le Nazioni Unite, l’HIV si sta diffondendo anche al di fuori dei gruppi tradizionalmente considerati più esposti. È un’emergenza sanitaria che cresce in uno dei Paesi più poveri del mondo, dove la mancanza di risorse economiche può impedire tanto di proteggersi dal contagio quanto di ricevere le cure necessarie.

Il quadro delineato è allarmante. Secondo i dati ufficiali le persone registrate come sieropositive sono passate da 17.073 nel 2023 a 36.198 nel 2025. Il raddoppio non significa necessariamente che i nuovi contagi siano aumentati nella stessa proporzione: una parte della crescita dipende anche dall’individuazione di infezioni precedentemente sconosciute. Ma le stime epidemiologiche confermano che il problema è assai più vasto. Il modello Spectrum, utilizzato da UNAIDS, indica circa 96.000 persone che vivono con l’HIV, secondo le proiezioni riportate dal giornale francese. La distanza rispetto ai casi registrati rivela soprattutto quanto sia incompleta la capacità del sistema sanitario di individuare le infezioni.

La conferma più autorevole dell’espansione dell’epidemia arriva direttamente dalle Nazioni Unite. In un rapporto pubblicato l’8 ottobre, UNAIDS ha documentato un aumento del 151% delle nuove infezioni tra il 2010 e il 2024. Nello stesso 2024 soltanto il 24% delle persone con HIV riceveva una terapia antiretrovirale. Significa che circa tre persone su quattro erano prive di un trattamento che, se assunto correttamente, permette di controllare l’infezione e impedire la trasmissione sessuale del virus quando la carica virale diventa stabilmente non rilevabile. Il Madagascar è dunque alle prese non soltanto con una diffusione crescente dell’HIV, ma con una grave insufficienza della risposta sanitaria.

Un altro segnale è emerso nel 2026 dai controlli sulle donne in gravidanza: la prevalenza dell’HIV tra quelle seguite dai servizi prenatali ha raggiunto l’1,1%. Il dato riguarda le donne esaminate, non l’intera popolazione, ma supera la soglia utilizzata dagli epidemiologi per segnalare una possibile epidemia generalizzata. È un passaggio decisivo. Per anni la prevenzione in Madagascar si è concentrata soprattutto sulle persone che esercitano il lavoro sessuale, sugli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini, sui consumatori di droghe e sui detenuti. Oggi le autorità sanitarie devono fare i conti con un’infezione che mostra segnali di diffusione anche nella popolazione generale.

A preoccupare non sono soltanto i contagi. I decessi annuali registrati come legati all’HIV sono passati da 72 nel 2022 a 362 nel 2025. Sono dati amministrativi che non vanno confusi con le stime complessive sulla mortalità, ma indicano un deterioramento della situazione. Nello stesso reportage, la coordinatrice nazionale del programma di lotta all’HIV afferma che soltanto il 40% delle persone che vivono con il virus avrebbe ricevuto una diagnosi. Il problema, quindi, comincia ancora prima delle cure: moltissimi malgasci non sanno di essere sieropositivi e non possono accedere tempestivamente ai farmaci.

Il Madagascar si trova così in una condizione paradossale. Nel mondo l’HIV è oggi un’infezione cronica trattabile, mentre nell’isola continua a rappresentare una minaccia aggravata dalla debolezza dei servizi sanitari. La terapia antiretrovirale richiede disponibilità costante dei medicinali, controlli periodici e continuità dell’assistenza. Se mancano i test, se un ambulatorio è troppo lontano o se le scorte si interrompono, le possibilità offerte dalla medicina restano sulla carta. La diagnosi tardiva aumenta inoltre il rischio che l’infezione progredisca fino all’AIDS, con conseguenze potenzialmente mortali.

La povertà diventa parte integrante dell’emergenza epidemiologica. Una grande quota della popolazione malgascia vive in condizioni di grave privazione economica, soprattutto nelle aree rurali. Raggiungere una struttura sanitaria può significare affrontare lunghi spostamenti e rinunciare a una giornata di lavoro. Il costo dei trasporti, l’insicurezza alimentare e la difficoltà di assentarsi dalle attività necessarie alla sopravvivenza possono ostacolare diagnosi e trattamenti anche quando i farmaci sono forniti gratuitamente. La prevenzione, per essere efficace, deve arrivare dove vivono le persone e non aspettare che siano loro a raggiungere gli ospedali.

UNAIDS descrive anche una conseguenza estrema dell’insicurezza economica nelle regioni colpite dalla siccità: ragazze che, per procurarsi beni alimentari essenziali, accettano rapporti sessuali non protetti. È una situazione nella quale la povertà riduce drasticamente la libertà di scelta e la possibilità di negoziare condizioni di sicurezza. Il rischio di contagio non nasce dalla povertà in sé, ma dalle circostanze di vulnerabilità e dai rapporti di potere che la privazione materiale può produrre. Senza affrontare queste condizioni, distribuire informazioni sui comportamenti protettivi rischia di non essere sufficiente.

Anche la geografia aggrava la crisi. Il sud del Madagascar è periodicamente colpito da siccità che compromettono raccolti, redditi e disponibilità di cibo. I cicloni danneggiano infrastrutture e interrompono collegamenti. In territori già poveri di servizi, queste emergenze rendono ancora più difficile organizzare campagne di screening e garantire la continuità terapeutica. Nel frattempo persistono lo stigma e la discriminazione nei confronti delle persone sieropositive, due ostacoli che possono scoraggiare il ricorso ai test e l’accesso all’assistenza.

La risposta all’epidemia dipende in misura rilevante anche dai finanziamenti internazionali, in particolare dal Fondo globale per la lotta contro AIDS, tubercolosi e malaria. Secondo Le Monde, le risorse disponibili per test e trattamenti non sono adeguate all’attuale diffusione dell’infezione. UNAIDS riferisce che il governo malgascio, insieme alle organizzazioni locali e ai partner internazionali, sta rivedendo la strategia nazionale sulla base dei nuovi dati. Ma ampliare la prevenzione significa rafforzare una rete sanitaria che deve raggiungere persone spesso lontane dai centri di assistenza e prive dei mezzi economici necessari per accedervi.

La crescita dell’HIV in Madagascar non è dunque soltanto il ritorno di un’emergenza infettiva che altrove viene affrontata con strumenti ormai consolidati. È anche il risultato di anni nei quali l’insufficienza dei test ha impedito di misurare correttamente la diffusione del virus, mentre la carenza di terapie ha lasciato senza protezione gran parte delle persone contagiate. Il Paese dispone oggi di informazioni migliori per affrontare la crisi, ma deve trasformarle rapidamente in diagnosi, trattamenti e prevenzione accessibili.

La medicina sa come impedire che l’HIV progredisca fino all’AIDS e come ridurne la trasmissione. In Madagascar il problema è far arrivare questi strumenti alle persone che ne hanno bisogno. Finché la possibilità di ricevere un test, seguire una terapia o proteggersi dal contagio continuerà a dipendere anche dalle condizioni economiche, la povertà resterà uno dei principali ostacoli al contenimento dell’epidemia.

Foto di Luc Legay CC BY-SA 2.0