Burkina Faso, torna la pena di morte nel paese della fame

Il Burkina Faso ha deciso di tornare alla pena di morte, abolita nel 2018. Martedì 20 ottobre, i 71 membri dell’Assemblea legislativa del popolo, il parlamento non eletto del Paese africano, hanno approvato all’unanimità il nuovo Codice penale. Tra i reati punibili con la pena capitale figurano terrorismo, spionaggio, tradimento, parricidio e importazione di prodotti scaduti o vietati che provochino la morte. Il governo militare presenta la decisione come uno strumento per rafforzare la sicurezza e difendere l’ordine pubblico. L’ultima esecuzione registrata risale al 1988. Dopo quasi quarant’anni senza esecuzioni, e otto dall’abolizione, il Burkina Faso riapre così la strada alla pena capitale.

La notizia arriva da uno dei Paesi più poveri del mondo, diventato nell’ultimo decennio anche uno degli epicentri della violenza jihadista internazionale. Circa 24 milioni di abitanti, un territorio grande poco meno dell’Italia, senza sbocchi sul mare, stretto tra Mali, Niger, Benin, Togo, Ghana e Costa d’Avorio. Il Burkina Faso possiede importanti giacimenti d’oro, ma gran parte della popolazione continua a vivere di agricoltura, spesso di sussistenza, in condizioni di estrema vulnerabilità. Nel rapporto delle Nazioni Unite sullo sviluppo umano del 2025 occupava il 186° posto su 193 Paesi. La crescita dell’attività mineraria e dell’economia non ha cancellato povertà, disuguaglianze e fragilità dei servizi essenziali.

Su questa situazione si è abbattuta, a partire dal 2015, l’espansione dei gruppi jihadisti provenienti dal vicino Mali. Le principali organizzazioni armate sono legate ad Al-Qaeda, attraverso la coalizione JNIM, e allo Stato islamico. Non si limitano agli attentati: controllano territori, attaccano villaggi e presidi militari, interrompono le comunicazioni e impongono blocchi che impediscono l’arrivo di merci e generi alimentari. La popolazione rurale, già esposta alla siccità e all’instabilità dei raccolti, si è ritrovata intrappolata tra guerra e fame.

I numeri restituiscono le dimensioni della tragedia. Secondo la Commissione europea, nel 2025 le violenze hanno provocato 5.274 morti. Nel 2026 circa 4,5 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria, tra cui 2,9 milioni di bambini. Oltre 1,6 milioni soffrono di insicurezza alimentare acuta, mentre più di 223.000 si trovano in condizioni di emergenza. L’ultimo censimento consolidato degli sfollati interni, risalente al 2023, ne registrava circa 2,1 milioni. Da allora il governo ha annunciato numerosi rientri, ma mancano dati aggiornati sufficientemente completi per ricostruire la situazione.

È soprattutto l’infanzia a pagare il prezzo della guerra. Migliaia di scuole hanno dovuto interrompere le attività, centinaia di migliaia di bambini hanno perso la possibilità di frequentarle regolarmente. Nei territori più insicuri l’assistenza sanitaria è diventata difficilissima, mentre le famiglie sfollate si concentrano in centri abitati che non dispongono delle risorse necessarie per accoglierle. La distruzione delle opportunità educative e lavorative finisce inoltre per rendere i giovani più vulnerabili al reclutamento dei gruppi armati, che sfruttano povertà, risentimento e assenza di alternative.

È in questo contesto che nel settembre 2022 il capitano Ibrahim Traoré ha conquistato il potere con un colpo di Stato, rovesciando un’altra giunta militare insediatasi appena otto mesi prima. Entrambi i golpe erano stati giustificati con l’incapacità delle autorità di fermare l’avanzata jihadista. Traoré ha promesso di riconquistare i territori perduti, ricostruire la sovranità nazionale e liberare il Paese dalla dipendenza dalle potenze straniere, soprattutto dalla Francia, ex dominatrice coloniale.

Il villaggio rurale di Tibin, vicino a Ziniaré, in Burkina Faso. Foto: Martin Grandjean / Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.

La rottura con Parigi e il progressivo avvicinamento alla Russia hanno accompagnato la nascita dell’Alleanza degli Stati del Sahel, costituita con Mali e Niger, anch’essi governati da militari. Traoré ha guadagnato visibilità internazionale come simbolo del nuovo panafricanismo ostile all’influenza occidentale. Ma la retorica della liberazione nazionale convive con una crescente concentrazione del potere. La transizione verso un governo civile è stata rinviata, i partiti politici sono stati sciolti e organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato intimidazioni, arresti e repressione di giornalisti e oppositori.

Soprattutto, la guerra non è finita. Le forze governative hanno annunciato la riconquista di diverse località, ma gli attacchi jihadisti continuano e milioni di persone vivono ancora in condizioni di insicurezza. La repressione ha colpito anche comunità civili accusate di collaborare con i gruppi armati. Human Rights Watch ha documentato massacri, sfollamenti forzati e gravi abusi attribuiti sia ai jihadisti sia alle forze governative e alle milizie loro alleate. Tra le popolazioni maggiormente colpite figurano i fulani, spesso sospettati collettivamente di sostenere l’insurrezione sulla base della loro appartenenza etnica.

La guerra assume così un carattere ancora più pericoloso. Le violenze contro i civili alimentano risentimenti che possono favorire il reclutamento jihadista, mentre la presenza dei gruppi armati viene utilizzata per giustificare ulteriori operazioni repressive. È un meccanismo che rischia di perpetuare il conflitto, soprattutto dove lo Stato è percepito non come una garanzia di protezione, ma come un’altra possibile fonte di violenza.

In questo scenario il ministro della Giustizia Edasso Rodrigue Bayala sostiene che la precedente legislazione penale fosse troppo indulgente e che il ripristino della pena capitale contribuirà a contrastare il terrorismo. È una tesi che richiederebbe prove: non risulta dimostrato che la minaccia dell’esecuzione possa scoraggiare organizzazioni i cui militanti sono frequentemente disposti a morire durante gli attacchi. Amnesty International e altre organizzazioni hanno contestato la decisione, richiamando anche i rischi di abusi in un sistema politico privo dei normali contrappesi democratici.

Il ritorno della pena di morte rivela dunque una contraddizione del Burkina Faso contemporaneo. Un governo militare arrivato al potere promettendo sicurezza risponde alla persistenza della violenza aumentando ulteriormente il proprio potere punitivo, mentre milioni di cittadini continuano a non disporre di condizioni di vita dignitose. Combattere i gruppi jihadisti è necessario, ma la sicurezza non dipende soltanto dalla capacità di uccidere o incarcerare. Dipende anche dalla possibilità di coltivare i campi, mandare i figli a scuola, ricevere cure mediche e vivere senza temere aggressioni, estorsioni o rappresaglie.

Il Burkina Faso possiede risorse minerarie importanti e una popolazione giovanissima, ma il suo futuro continua a essere condizionato da una guerra che consuma vite, infrastrutture e opportunità economiche. Il governo di Traoré chiede di essere giudicato sulla propria capacità di restituire sovranità e sicurezza al Paese. Ciò che è sicuro è che la pena di morte non restituisce da sola un villaggio agli sfollati, una scuola ai bambini o un raccolto alle famiglie che hanno perso tutto.

Ibrahim Traoré, Foto: Bamjo226
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