Pochi giorni fa vi abbiamo presentato gli ultimi dati Istat sulla povertà in Italia: 5,4 milioni di persone in povertà assoluta, una cifra sostanzialmente invariata rispetto all’anno precedente. Avevamo osservato che definire «stabile» una condizione che coinvolge milioni di persone è statisticamente corretto, ma non costituisce una buona notizia. Adesso una nuova indagine permette di guardare al problema da un’altra prospettiva: che cosa succede a chi non è ancora povero, ma sta progressivamente perdendo le condizioni economiche e sociali che gli consentivano di appartenere al ceto medio?
La ricerca, intitolata FragilItalia 2026 – Le povertà contemporanee, è stata condotta a fine settembre su 800 intervistati e presentata il 3 ottobre agli Stati Generali del Welfare in Trentino. Il 54% si colloca sotto il ceto medio: il 34% si riconosce in un «ceto medio in caduta», il 16% in un ceto fragile e il 4% nella fascia sociale più bassa. Soltanto il 37% si identifica nel ceto medio propriamente detto. Sono dati che descrivono la collocazione sociale percepita, non il numero degli italiani statisticamente poveri. Ma raccontano quanto si sia indebolita la fiducia nella propria condizione economica.
Il dato forse più significativo riguarda la mobilità sociale. Il 25% degli intervistati ritiene di essere sceso nella scala sociale, mentre soltanto il 7% dichiara di essere salito. Il restante 68% considera sostanzialmente invariata la propria posizione. Per ogni persona che afferma di aver migliorato le proprie condizioni, più di tre dichiarano un peggioramento. E il 68% si sente economicamente più fragile rispetto a cinque anni fa. Non è una misurazione oggettiva della mobilità sociale, ma una fotografia eloquente delle aspettative degli italiani. L’idea che il lavoro e l’impegno personale possano garantire un progressivo miglioramento delle condizioni di vita sembra perdere credibilità.
Del resto, la definizione di ceto medio non è mai stata soltanto una questione di reddito. Significava soprattutto sicurezza: poter sostenere le spese familiari, affrontare un imprevisto, risparmiare qualcosa, permettersi una vacanza e garantire ai figli opportunità migliori delle proprie. Oggi queste possibilità si stanno restringendo anche per persone che continuano a lavorare e non figurano nelle statistiche della povertà. Il 39% degli intervistati considera il proprio stipendio insufficiente rispetto al costo della vita, percentuale che sale al 49% tra i 31 e i 50 anni e al 54% nel cosiddetto ceto popolare. Un quarto dichiara di avere difficoltà ad arrivare alla fine del mese e il 17% non riuscirebbe a sostenere una spesa imprevista di 600 euro.
Le conseguenze si misurano nelle rinunce quotidiane. Il 48% ha ridotto vacanze e tempo libero, il 29% ha rinviato la manutenzione dell’abitazione o dell’automobile, il 22% ha limitato l’acquisto di vestiti e calzature necessari. Fin qui si potrebbe parlare di una riduzione dei consumi, ma il 26% dichiara di aver rinunciato a cure mediche o dentistiche per ragioni economiche. Nel ceto popolare la percentuale raggiunge il 57%, mentre quasi un quarto degli appartenenti a questa fascia sociale ha ridotto la qualità o la varietà degli alimenti acquistati. L’impoverimento, insomma, non riguarda più soltanto ciò che si può comprare, ma anche la possibilità di curarsi e mantenere condizioni di vita dignitose.

Questi risultati aiutano a comprendere la differenza tra povertà statistica e impoverimento sociale. Una famiglia può rimanere al di sopra della soglia di povertà assoluta e contemporaneamente perdere sicurezza economica. Continua a pagare l’affitto, fare la spesa e sostenere le necessità ordinarie, ma deve rinunciare progressivamente a tutto ciò che prima considerava normale. È una discesa che può durare anni, senza che il nucleo familiare entri necessariamente nelle statistiche dei poveri. E il lavoro, da solo, non garantisce più la possibilità di arrestarla.
Anche il rapporto con il futuro cambia. Tra gli intervistati appartenenti al ceto popolare, il 48% teme che i propri figli occuperanno una posizione sociale inferiore alla propria. È forse il dato che descrive meglio la crisi del ceto medio: viene meno la convinzione, sulla quale si sono costruite generazioni di famiglie italiane, che i figli possano vivere meglio dei genitori. Non è soltanto una preoccupazione economica, ma una trasformazione delle aspettative sociali.
L’indagine propone anche un confronto storico: nel 2003 il 70% degli italiani si riconosceva nel ceto medio, contro il 37% attuale. È una differenza enorme, ma per interpretarla correttamente occorre verificare che le rilevazioni abbiano utilizzato criteri e domande confrontabili. Non possiamo quindi affermare che il ceto medio si sia statisticamente dimezzato sulla base di queste sole percentuali. Possiamo però osservare che la sua identificazione sociale appare molto meno diffusa.
C’è infine una questione politica. I risultati economici vengono raccontati prevalentemente attraverso crescita del Pil, andamento dell’occupazione e consumi. Indicatori indispensabili, ma insufficienti per capire come si distribuisca il benessere. Un Paese può creare nuovi posti di lavoro senza garantire salari adeguati, aumentare la ricchezza complessiva senza migliorare le condizioni della maggioranza e registrare una diminuzione della disoccupazione mentre cresce l’insicurezza economica delle famiglie.
La ricerca Legacoop-Ipsos non dimostra da sola la scomparsa del ceto medio, ma documenta una percezione diffusa di arretramento, accompagnata da rinunce materiali molto concrete. È il complemento dei dati Istat pubblicati pochi giorni fa: da una parte milioni di persone che vivono già in povertà assoluta, dall’altra una fascia più ampia che vede progressivamente ridursi le proprie possibilità economiche.



