A Lusaka, in Zambia, l’Africa ha presentato un nuovo e ambizioso piano continentale di preparazione e risposta al colera, una malattia antica ma ancora capace di mietere migliaia di vittime ogni anno. Il piano, lanciato congiuntamente dai Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa CDC) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), punta a rafforzare la diagnosi precoce, la capacità di intervento rapido e la cooperazione tra Paesi, con l’obiettivo di ridurre del 90% i decessi e di eliminare il colera in almeno venti Stati africani entro il 2030.
La scelta di lanciare l’iniziativa ora non è casuale. Il continente si trova ad affrontare epidemie sempre più frequenti, alimentate da sistemi sanitari fragili, mancanza di acqua potabile, infrastrutture degradate e, non da ultimo, dagli effetti del cambiamento climatico che alterna siccità devastanti a inondazioni improvvise.
In questo contesto già complesso, il Sudan vive una situazione drammatica: in una sola settimana sono stati registrati oltre 1.500 nuovi casi e più di venti morti, mentre dall’inizio dell’epidemia nel 2024 le vittime hanno superato quota 2.500 con quasi centomila infezioni sospette. La guerra civile e il crollo dei servizi sanitari hanno reso il contenimento del contagio quasi impossibile, e intere regioni, come il Darfur, affrontano una crisi umanitaria che intreccia fame, malattie e spostamenti forzati di popolazione.
Secondo l’OMS, il Sudan non è un caso isolato: nel 2025 l’Africa ha contato oltre 213 mila casi di colera e più di 4.500 morti in 23 Paesi, con quattro nazioni — Angola, Repubblica Democratica del Congo, Sudan e Sud Sudan — che da sole rappresentano oltre l’80% delle infezioni. La portata del problema è globale, ma il continente africano concentra il 60% di tutti i casi segnalati nel mondo e oltre il 90% dei decessi correlati.

Il nuovo piano continentale non si limita a dichiarazioni d’intenti. Prevede la creazione di task force presidenziali per il colera, con il compito di garantire il coordinamento tra governi, autorità sanitarie, società civile e partner internazionali. Si punta inoltre a mobilitare risorse finanziarie in tempi rapidi, per fornire vaccini, medicinali e attrezzature dove servono di più, e a migliorare la cooperazione tra Paesi confinanti, perché le epidemie non si fermano davanti ai confini politici.
Il Sudan, nel frattempo, ha avviato una campagna vaccinale d’emergenza a Khartoum per immunizzare oltre 150 mila persone in dieci giorni, dopo una precedente campagna che aveva raggiunto 2,2 milioni di cittadini. Tuttavia, la sola vaccinazione non basta. Gli esperti sottolineano che senza investimenti massicci in acqua potabile, servizi igienico-sanitari e stabilità politica, il colera continuerà a tornare, portato dalle stesse condizioni che ne alimentano la diffusione da secoli.
Il presidente dello Zambia Hakainde Hichilema, nel presentare il piano, ha parlato di “imperativo morale” e di opportunità per l’Africa di guidare una risposta autonoma e coordinata. Ma la sfida è enorme: il continente deve affrontare non solo un’emergenza sanitaria, ma anche la povertà strutturale, la frammentazione politica e i conflitti che impediscono di costruire sistemi sanitari resilienti.
Per questo il piano continentale viene visto come un passo necessario, ma non sufficiente. Servirà volontà politica, cooperazione internazionale e una mobilitazione senza precedenti di risorse e competenze per trasformare un progetto ambizioso in un cambiamento reale. Nel frattempo, in luoghi come il Sudan, la priorità resta salvare vite oggi, mentre si cerca di costruire un futuro in cui epidemie come questa non siano più una condanna ciclica per milioni di persone.



