Acqua pubblica, la Toscana riapre la strada

La Toscana non ha esttamente reso di nuovo completamente pubblica l’acqua, ma ha appena compiuto uno dei passaggi più significativi degli ultimi anni per riportare il servizio idrico fuori dalla logica del socio privato.

Il caso è quello di Publiacqua, il gestore dell’area Firenze-Prato-Pistoia: il Tribunale civile di Firenze, con sentenza pubblicata il 10 marzo 2026, ha respinto il ricorso di Acea/Acque Blu Fiorentine e ha confermato il trasferimento del 40% della società a Plures, la multiutility toscana interamente pubblica.

Il prezzo dell’operazione è di circa 122 milioni di euro; inoltre la sentenza dispone il pagamento a favore di Plures di circa 8 milioni relativi a dividendi ritenuti indebitamente percepiti. Dopo l’operazione, Plures sale al 98% di Publiacqua, mentre il restante 2% resta direttamente ad alcuni Comuni. Acea ha già annunciato ricorso.

Anche il passaggio politico successivo è chiaro: il 12 marzo i sindaci della Conferenza territoriale 3 hanno deciso di procedere verso l’affidamento in house del servizio idrico a Plures, mantenendo la partecipazione indiretta dei Comuni. Non è un dettaglio tecnico.

Significa che la Toscana non si limita a liquidare un socio privato: prova a ricollocare la gestione dell’acqua dentro un perimetro pienamente pubblico, cioè sottoposto almeno in teoria a un controllo diretto delle amministrazioni locali e non alla remunerazione del capitale privato.

È una scelta che ha anche un valore simbolico. La Toscana era stata tra le prime regioni ad applicare la legge Galli con modelli misti pubblico-privato. Oggi, invece, compie una marcia indietro esplicita da quel paradigma.

Non per nostalgia ideologica, ma il nodo dell’acqua resta esattamente quello che i movimenti per il referendum del 2011 avevano indicato con chiarezza: l’acqua non è una merce qualsiasi, e il servizio idrico non può essere trattato come un mercato come gli altri. La stessa ARERA, richiamando l’iniziativa dei cittadini europei, ricorda tra i riferimenti normativi la formula “l’acqua è un bene comune, non una merce”.

Naturalmente, riportare una quota societaria in mani pubbliche non basta da solo a garantire tariffe più giuste, investimenti migliori o reti più efficienti. La questione non è mai stata “pubblico uguale buono, privato uguale cattivo” in modo automatico.

La questione è un’altra: se l’acqua è un bene essenziale, la priorità della gestione deve essere la qualità del servizio, la manutenzione, la riduzione delle perdite, l’accessibilità universale, non la distribuzione di utili a soggetti privati. E il caso toscano mostra che questa inversione di rotta, almeno sul piano proprietario, è possibile.

Foto Fabrizio Mei Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

Non sarebbe nemmeno un’eccezione assoluta nel panorama italiano. A Napoli, per esempio, la gestione dell’acqua è affidata ad ABC Napoli, che si presenta come azienda speciale e come una delle più grandi strutture del Mezzogiorno dedicate alla gestione della risorsa idrica in forma pubblica. È uno dei casi più noti di gestione costruita esplicitamente attorno all’idea dell’“acqua bene comune”.

Anche Milano è un caso importante: il servizio idrico integrato è gestito da MM S.p.A., società interamente controllata dal Comune di Milano, a cui il Comune ha affidato il servizio dal 2003. Non è un modello di azienda speciale come Napoli, ma resta una gestione pienamente pubblica, in house.

Il quadro lombardo, anzi, dimostra che la gestione pubblica non è un residuo del passato. MM ricorda l’esistenza di una rete di 13 aziende pubbliche in house che gestiscono il servizio idrico integrato in Lombardia, servendo oltre 1.200 comuni e circa 8,5 milioni di abitanti. Non siamo dunque davanti a un’utopia amministrativa irrealizzabile, ma a un modello che in parti importanti del paese esiste già.

Il caso forse più interessante, per scala, è però la Puglia. Qui il tema dell’acqua pubblica non è solo una rivendicazione politica, ma una costruzione istituzionale vera e propria. L’Autorità Idrica Pugliese è definita dalla legge regionale come soggetto rappresentativo dei Comuni per il governo pubblico dell’acqua.

Tra il 2025 e l’inizio del 2026 la Regione e i Comuni hanno avviato e formalizzato il trasferimento di una quota di azioni di Acquedotto Pugliese ai Comuni pugliesi, proprio per consolidare un assetto “interamente pubblico e controllato congiuntamente” dai territori. A fine 2025 è stato anche nominato il Comitato di Coordinamento e Controllo della società per il triennio 2026-2028.

Bisogna adesso capire se il caso Toscana possa riaprire, con fatti concreti, una stagione politica che in Italia si è troppo spesso fermata alle dichiarazioni di principio. Perché una strada già si vede. C’è dove la gestione è già pubblica; c’è dove il controllo pubblico si sta rafforzando; c’è dove si può ancora uscire gradualmente dai vecchi assetti misti, soprattutto quando le concessioni scadono o quando i soci privati diventano più un vincolo che una risorsa.

Pubblico, ovviamente, non significa miracolosa sparizione dei problemi. In molte aree italiane il servizio idrico soffre di perdite altissime, investimenti insufficienti e governance locale debole, a prescindere dall’assetto societario. Ma proprio per questo l’acqua non può essere lasciata alla logica del rendimento finanziario.

Dove il servizio funziona male, serve più capacità pubblica, non la fuga dal controllo pubblico. Servono gestori competenti, dimensioni industriali adeguate, trasparenza, regolazione forte e Comuni capaci di esercitare davvero il loro ruolo.

La Toscana, in questo senso, non offre ancora un modello compiuto per tutto il paese. Offre però una cosa forse più utile: un precedente politico e giuridico. Dice che il ritorno a una gestione pubblica non è solo una parola d’ordine dei movimenti, ma una scelta praticabile, economicamente misurabile e amministrativamente costruibile. E in un’Italia che da anni tratta il referendum sull’acqua come un ricordo imbarazzante, non è poco.

Foto iessi Creative Commons Attribution 2.0 Generic