E’ possibile un’alternativa al di fuori del Parlamento?

In un recente articolo sul Manifesto, Álvaro García Linera ha spiegato le sconfitte della sinistra latinoamericana senza rifugiarsi nei soliti alibi: non sono i troll, né l’“ingratitudine” popolare, né la presunta onnipotenza della destra a determinare la caduta dei governi progressisti; sono errori politici con epicentro economico – inflazione, stagnazione, perdita di reddito – sommati all’incapacità di aprire una seconda fase di riforme dopo i successi redistributivi dei primi anni Duemila. Se la sinistra smette di produrre futuro, la destra si appropria della parola “cambiamento”.

Questa diagnosi illumina anche i paesi a capitalismo avanzato. Qui, però, la difficoltà è persino più radicale: costruire un’alternativa fuori dal capitalismo appare poco plausibile dopo il fallimento autoritario del socialismo di Stato; restare dentro l’attuale configurazione capitalistica, limitandosi a correttivi, condanna spesso i governi progressisti a oscillare tra promesse e austerità al primo shock. Ne consegue la nostra tesi: oggi un’alternativa ha senso solo se nasce fuori dal Parlamento – non contro le istituzioni, ma prima di esse, come potere sociale autonomo capace di imporre agende, infrastrutture e linguaggi che la politica istituzionale da sola non genera più.

L’esperienza di Vis: ricostruire il soggetto sociale

Sull’isola croata di Vis, l’Island School of Social Autonomy (ISSA) lavora dal 2021 a un’idea di scuola/comunità che intreccia saperi, costruzioni materiali e autonomia condivisa: recupero di uno spazio comune in pietra, sistemi idrici e solari, laboratori su media liberi e cultura dei beni comuni. Non è una “comune” autarchica né un’economia senza moneta: è una palestra di autonomia che produce capacità, connessioni e immaginari – i mattoni della soggettività politica che serve a monte della rappresentanza. Il fatto che ISSA sia viva, nominata a premi, e stia lanciando una October School 2025 – “Moving Beyond Collapse: Reimagining Institutions” segnala un processo, non un evento. In altre parole: ricostruzione del soggetto sociale prima della contesa elettorale.

Tre lezioni vengono da Vis. La prima è la prefigurazione concreta: non solo seminari, ma cantieri, orti forestali, raccolta acqua, energia condivisa — infrastrutture minime di autonomia che allenano alla cooperazione. La seconda è la creazione di istituzioni ibride: una scuola che è anche luogo di produzione culturale, con reti museali e civiche, alleanze che non cooptano ma moltiplicano risorse. La terza è l’agenda esplicita: “oltre il collasso” non è uno slogan, ma un programma di ricerca su come reinventare istituzioni e pratiche quando i pilastri del Novecento scricchiolano. Vis, insomma, non sostituisce lo Stato né l’economia nazionale: anticipa capacità e legami senza i quali la sinistra, al governo, resta nuda davanti ai vincoli del capitale globale.

La costellazione delle alternative

Quella di Vis non è un’esperienza isolata. In Europa e oltre si è sviluppata una costellazione di esperimenti che, con strumenti diversi, cercano di dare forma a un potere sociale capace di non dipendere solo dalle istituzioni. Non si limitano a chiedere riforme: costruiscono pezzi di futuro dal basso, creando infrastrutture, regole e pratiche che, in molti casi, entrano poi in dialogo con la politica ufficiale senza farsi assorbire.

In Italia, ad esempio, il Regolamento per i beni comuni di Bologna ha offerto un quadro legale ai patti di collaborazione tra cittadini e Comune per la gestione condivisa di spazi e servizi, mentre a Napoli l’ex Asilo Filangieri è diventato un laboratorio di governance comunitaria riconosciuto come bene ad uso civico. Qui la lezione è duplice: è possibile dare riconoscimento istituzionale a ciò che nasce dal basso, ma resta sempre il rischio di normalizzazione o cooptazione.

Altrove si è tentata la strada del municipalismo economico. A Preston, nel Regno Unito, il “community wealth building” ha riallineato gli appalti pubblici e la spesa delle istituzioni locali verso filiere cooperative e imprese del territorio, creando mercati e occupazione a partire dalle comunità stesse. Amsterdam, con la sua strategia ispirata alla Doughnut Economics, ha puntato sulla transizione ecologica, fissando obiettivi concreti di riduzione dell’uso di materie prime e sviluppo dell’economia circolare. In entrambi i casi emerge la stessa intuizione: un Comune può spostare vincoli economici e ambientali senza attendere che sia lo Stato centrale a muoversi.

Il tema del potere materiale torna quando si guarda alle comunità energetiche. La federazione europea REScoop, con migliaia di iniziative locali, e il caso tedesco di Schönau – dove i cittadini hanno rilevato la rete elettrica locale dopo Chernobyl – mostrano che la transizione ecologica cambia natura quando le infrastrutture strategiche passano sotto controllo cooperativo.

Altri esperimenti hanno spostato l’attenzione su terra e casa. Negli Stati Uniti, la rete Cooperation Jackson ha messo in piedi land trust, cooperative e progetti agroecologici in quartieri poveri, sottraendo pezzi di economia al mercato speculativo. In Andalusia, il paese di Marinaleda ha usato cooperative agricole, assemblee cittadine e edilizia autocostruita con canoni simbolici per garantire piena occupazione e diritto alla casa. Quando terra e abitazione non sono merci, le comunità diventano meno ricattabili dalle crisi esterne.

Perfino la moneta, in alcuni casi, è stata oggetto di sperimentazione. In Sardegna il circuito Sardex consente alle imprese locali di scambiarsi beni e servizi con un sistema di credito reciproco che integra, senza sostituire, l’euro: un modo per mantenere liquidità e rafforzare le reti territoriali anche nei momenti di crisi finanziaria.

Lezioni per la sinistra dei paesi ricchi

Tutte queste esperienze, diverse per scala e obiettivi, mostrano una cosa: un’alternativa non nasce contro il Parlamento, ma prima di esso. Beni comuni, comunità energetiche, cooperative di terra, monete complementari e municipalismo economico compongono un mosaico che, se federato, può diventare un blocco sociale autonomo. Solo quando questo blocco esiste, il Parlamento può servire a consolidarlo; senza, la politica istituzionale resta prigioniera dei vincoli del capitale e delle emergenze di bilancio.

Per decenni la sinistra è partita dai programmi elettorali, promettendo redistribuzione e riforme, senza costruire le basi sociali che potessero reggere agli urti delle crisi economiche. Bisogna capovolgere la sequenza: prima creare infrastrutture sociali ed economiche – comunità energetiche, land trust, spazi a uso civico, circuiti di credito – e solo dopo portare queste pratiche dentro un progetto politico complessivo.

In parallelo, serve una seconda generazione di riforme che redistribuisca non solo il reddito ma il potere produttivo: proprietà condivisa, appalti orientati alle filiere locali, istituzioni ibride come fondazioni civiche e cooperative di piattaforma. Ma nulla di tutto questo avrà futuro senza una convergenza del pulviscolo in cui oggi si disperde la sinistra sociale. Reti ecologiste, sindacati, movimenti per la casa, femminismi, lavoratori del digitale raramente parlano un linguaggio comune: un patto minimo attorno a cinque asset materiali – energia, terra, casa, dati e credito – sarebbe il primo passo per una soggettività collettiva all’altezza dei tempi.

Infine, quando queste esperienze incontrano fondi pubblici o riconoscimenti istituzionali, vanno protette dalla cooptazione. Statuti chiari, fondazioni comunitarie, patti d’uso e proprietà condivisa possono impedire che ciò che nasce dal basso venga assorbito dall’alto e svuotato del suo potenziale trasformativo.

Oltre il dilemma “dentro o fuori” il capitalismo

Non esiste un “fuori” già pronto dal capitalismo, e nessuna scorciatoia autoritaria può essere considerata una soluzione. Ma esiste, qui e ora, un campo di pratiche che stanno ricostruendo capacità collettive: dal controllo dell’energia alla gestione dei beni comuni, dalle monete complementari alle cooperative di terra, fino alle reti culturali e digitali. Sono frammenti di futuro che non aspettano permessi, e che mostrano come la politica possa tornare a essere conflitto e invenzione, non semplice amministrazione dell’esistente.

Il punto, allora, non è contrapporre “società” e “istituzioni”, ma cambiare la sequenza: prima costruire un blocco sociale autonomo, capace di produrre infrastrutture, saperi, potere economico condiviso; poi usare il Parlamento per consolidare queste conquiste invece di consumarle. Solo così l’alternativa smetterà di essere una promessa astratta e tornerà a essere una forza reale, radicata nella vita materiale delle persone e nelle comunità che sanno prendersi cura di sé stesse.

Un’integrazione critica a cura di Lanfranco Caminiti

Apprezzo lo sforzo e anche il fatto che si discuta di tutto questo. Manifesto, perciò con rispetto, la mia perplessità: non credo basti rovesciare la sequenza. i pericoli di un infragilimento di qualunque esperimento comunitario non stanno solo nella possibile “corruttela” delle sue premesse, ma nella stanchezza, nella difficoltà a riprodursi, in congiunture, in dinamiche interne che diventano irresolubili. Per me, che queste esperienze vivano dieci, quindici anni e poi periscano – è parte del ciclo della natura, e non c’è da farci nessun rimpianto: nascono e muoiono. l’importante è che nascano, che poi si muoia è inevitabile. Inoltre, pagano sempre il pegno di essere comunità a spazio circoscritto – e non è vero che amministrare un condominio (ma persino una città) sia come amministrare situazioni più grandi e complesse (la favola della cuoca a governare lo stato non ha mai retto ai fatti). e non bastano le reti a dare una complessità. Infine, non è che prima costruisci società e poi arrivi al parlamento, perché la politica ha i suoi tempi, le sue tecniche, il suo personale, i suoi talenti, le sue trappole. La mia posizione oggi – dopo avere attraversato il tempo della ostilità alle istituzioni, il tempo del dentro e contro, il tempo non c’è un fuori e c’è solo un dentro – è questa qua: non bisogna avere fretta di arrivare alle istituzioni, per non bruciarsi, ma nemmeno demonizzarle, e perciò il lavoro politico – che affianca quello societario e culturale – deve pensarsi fin da subito proiettato verso le istituzioni, come se (e poi è così) si stesse accumulando forza, esperienza e capacità per arrivarci alle istituzioni (magari progressivamente, partendo dai municipi – anche se il municipio socialista, forni municipali, acqua pubblica, lo hanno inventato già nei primissimi anni del novecento a catania. e resse poco: vale quanto detto sulle esperienze parzialmente circoscritte).

By Delmi – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=76342031