Al suo secondo anno di università a Chicago lo studente C. Daniel Schmidt, 31 mila follower, ha condiviso un tweet in cui annunciava fiero: “Al mio college, in inverno, verrà tenuto un corso intitolato “The problem of whitness”. Da quando ho iniziato il college un anno fa, ho documentato tutto l’odio contro i bianchi che ho visto nel campus”.
Nel Paese in cui la polizia non subisce quasi mai conseguenze per le violenze verso i neri e dove le statistiche indicano senza possibilità di smentita come il razzismo sia un fattore che penalizza anche economicamente la comunità nera, che un’università tenga dei corsi sui problemi dei bianchi come se fossero oppressi in quanto tali è sembrato un po’ troppo.
Studenti, organizzazioni anti razzismo, semplici cittadini, hanno sommerso di email i docenti e i funzionari dell’università di Chicago. In qualche caso con minacce di morte contro la professoressa che avrebbe dovuto tenere il corso, l’antropologa culturale Rebecca Journey.
“”Queste e-mail moleste hanno incluso minacce di morte, minacce velate e minacce di violenza sessuale, oltre a tutti i tipi di linguaggio misogino, razzista e antisemita”, ha detto a The Maroon, il giornale redatto dagli studenti dell’Università.
Il seminario è stato quindi per il momento rimandato alla prossima primavera, ma resta il problema dei suoi contenuti discutibili. “La descrizione del corso – ha spiegato il solerte studente bianco C. Daniel Schmidt – riguarda la condizione di bianco “come un problema evidente all’interno del discorso politico liberale” con “effetti di creazione del mondo (e distruzione)”. L’odio contro i bianchi è ora la principale indagine accademica. E non ti è nemmeno permesso dichiararlo senza essere chiamato razzista”.
In pratica a nome degli studenti bianchi, che però non gli hanno affidato la loro rappresentanza, Schmidt sostiene che i bianchi siano vittime di un razzismo al contrario e debbano tenere la testa bassa. Gli risponde un altro docente, il professor Eric Rasmusen: “Bene, sappiamo come hanno risolto “The Jewish Question (la questione ebraica)”.
C’è anche, nella discussione che ne è seguita su Twitter, chi suggerisce invece che i neri si facciano le loro università da soli senza interagire con i bianchi, ma in prevalenza sono quelli che ricordano come: “All’inizio del XX secolo e più o meno allo stesso modo, l’eugenetica era diventata l’ideologia dominante nell’Accademia. Nello spettacolo, nella cultura e anche nel diritto”.
L’Università di Chicago ha rilasciato una dichiarazione tramite Amanda Woodward, decana della divisione di scienze sociali: “Un aspetto cruciale della libertà accademica è la capacità degli insegnanti di progettare corsi e curricula, compresi quelli che favoriscono il dibattito e possono portare a disaccordi”.
Sebbene possano sorgere divergenze di opinione sul materiale del corso, l’università non annulla le lezioni a causa di tali differenze e l’università difende la libertà degli insegnanti di istituire qualsiasi corso, compresi quelli che potrebbero essere controversi.
Il corso quindi dovrebbe tenersi, e la libertà di espressione è comunque un tema da tenere in considerazione nel Paese del primo emendamento alla Costituzione che stabilisce la libertà d’espressione.
Non è però la prima volta che nelle università Usa si tengono corsi del genere e i precedenti non farebbero pensare al semplice esercizio libero del pensiero accademico . Il precedente più immediato è in Arizona nel 2015, quando un seminario con lo stesso titolo, “I problemi dell’essere bianchi” fu tenuto in Arizona dal professor Lee Bebout dell’Arizona State University.
Mentre discipline come gli studi afroamericani e gli studi asiatici americani si concentrano sulla razza in relazione alle comunità di colore, corsi come quello di Bebout su come la razza è vissuta dai bianchi, esplorano il razzismo istituzionale e il dominio di coloro che sono considerati “bianchi” in America.
“In passato – spiegò Bebout – gli irlandesi e gli ebrei non erano considerati “bianchi”, ma i sistemi di potere dei bianchi esistono da quando gli schiavi sono stati portati nel paese”.
Sul punto della libertà di parola e di ricerca all’interno delle università bisogna naturalmente concordare. Senza però dimenticare che molti degli edifici in cui si trovano le università statunitensi prendono il nome da persone che si sono dedicate alla supremazia della razza bianca. Un esempio? Il college della prestigiosa università di Yale che prende il nome da John C. Calhoun, segretario di stato e vicepresidente degli Stati Uniti che era anche un fervente sostenitore della schiavitù.



