All’Istituto di Storia Urbana di Francoforte è custodito uno dei più inquietanti patrimoni documentali legati alla storia del nazismo: l’“indice ereditario”. In questo archivio, composto da 244 scatole di documenti, sono contenuti migliaia di fascicoli di persone che, tra il 1933 e il 1945, venivano monitorate dalle autorità sanitarie con l’obiettivo di mantenere la “purezza razziale” e l’“igiene sociale”, concetti centrali della propaganda nazionalsocialista. Questo archivio racconta una pagina oscura della storia tedesca, in cui i dati sanitari divennero strumenti di discriminazione e persecuzione.
Le schede contenute nell’archivio riportano dati essenziali come nome, data e luogo di nascita, indirizzo di residenza, ma contengono anche segni distintivi che indicano l’inserimento in categorie considerate “pericolose” dal regime. Una croce sulle voci “Clinica psichiatrica” o “Ufficio per l’assistenza ai bevitori” faceva sì che la persona fosse identificata come “socialmente inadeguata” e monitorata, o persino oggetto di interventi forzati.
Dal 1933, con l’ascesa di Adolf Hitler al potere, queste schede vennero usate per controllare e reprimere chiunque fosse considerato “non conforme” ai valori del regime. Le autorità sanitarie, strettamente collegate alla polizia e agli uffici per le adozioni, vigilavano su aspetti della vita privata e sociale degli individui, influenzando questioni come la possibilità di sposarsi, lavorare per il comune, adottare bambini o addirittura di essere sterilizzati.
Eugenetica e “Distruzione della vita indegna di essere vissuta”
Le radici di questo approccio sono da ricercare nelle teorie eugenetiche che circolavano in Germania già dagli anni ’20. L’opuscolo “La distruzione della vita indegna di essere vissuta” scritto dal giurista Karl Binding e dallo psichiatra Alfred Hoche nel 1920 promuoveva l’idea di eliminare le persone considerate “inutili” per la società.
Questa pubblicazione fu il preludio alle politiche di “igiene razziale” adottate poi dai nazisti: chi soffriva di malattie mentali, disabilità o dipendenze veniva percepito come un peso e considerato “geneticamente impuro”. Il regime nazista trasformò questa ideologia in legge, giustificando sterilizzazioni forzate e omicidi sistematici come parte della difesa della “razza ariana”.
Un archivio che sopravvive alla guerra
Sorprendentemente, la fine della Seconda Guerra Mondiale non segnò la fine di questo sistema di registrazione. Sebbene le autorità tedesche abbiano cercato di cancellare alcune tracce del passato nazista, il cosiddetto “indice ereditario” fu conservato e utilizzato ancora per anni dopo il 1945.

Come rileva lo storico Jens Kolata, che ha studiato questi archivi, molte delle persone che lavoravano nei dipartimenti sanitari nazisti continuarono a occupare posizioni nelle istituzioni pubbliche, garantendo così la sopravvivenza di pratiche e mentalità tipiche del periodo nazista.
Nel dopoguerra, l’“Ufficio per le cure ereditarie e razziali” cambiò nome diverse volte, diventando il “Centro di consulenza per le questioni matrimoniali”. I termini più compromettenti, come “razza”, furono eliminati dai documenti ufficiali, ma molte delle pratiche discriminatorie rimasero in uso.
Ancora negli anni ’60, il dipartimento delle adozioni consultava l’“indice ereditario” per verificare l’eventuale “contaminazione ereditaria” dei bambini, sulla base di diagnosi psichiatriche dei genitori.
Documenti del passato per le ricerche del futuro
Oggi, l’archivio dell’Istituto di Storia Urbana è considerato uno strumento prezioso per i ricercatori. Come sottolinea Sebastian Tripp, responsabile dell’archivio, l’accesso a questi materiali è regolato da rigide normative per tutelare la privacy, ma il loro valore scientifico è inestimabile. Studiare queste carte significa confrontarsi con le dinamiche di un controllo sociale esasperato, con lo scopo di impedire che simili tragedie possano ripetersi.
Peter Tinnemann, direttore dell’attuale Dipartimento di Sanità di Francoforte, sostiene l’importanza di non dimenticare.
Per lui, comprendere come l’autorità sanitaria abbia contribuito a un sistema di discriminazione e persecuzione è fondamentale per garantire che le istituzioni sanitarie di oggi svolgano il loro compito con coscienza e responsabilità.
Tinnemann pone l’attenzione sulla vulnerabilità delle informazioni sanitarie in caso di derive autoritarie. La lezione di Francoforte è quindi duplice: da un lato è un monito contro gli abusi del passato, dall’altro un invito a proteggere le informazioni sensibili.
L’archivio dell’Istituto di Storia Urbana continua a raccogliere materiali contemporanei, inclusi i documenti della pandemia da Covid-19, assicurando che anche questi rimangano una risorsa per la memoria storica e la comprensione futura.



