di Graziamaria Baracchi
“ E’ notte fonda e non riesco a prendere sonno. Aspetto le prime luci dell’alba per alzarmi. Durante la notte è caduta una coperta di neve e varcando la soglia della mia Iurta sono entrato in un mondo bianco accecante e stranamente silenzioso. Il freddo mi gela le ciglia ed irrigidisce le articolazioni. Ci sono dei cadaveri”. Le parole tra virgolette sono del pastore mongolo Oyutan Gonchig*
La Mongolia è un paese dalle ampie steppe tra Cina e Russia e la rigidità del clima rende difficile la sopravvivenza di molti. Vivere in Mongolia, soprattutto per chi si trova in condizioni di estrema povertà, è tutti i giorni una sfida.
“Mi sono sentito impotente trovando le pecore e le capre che avevo allevato dalla nascita sepolte dalla neve. Una ancora viva stava lottando per trovare l’erba sotto un cumulo di neve ammucchiato dal vento. E ‘stato molto difficile oltrepassare quel momento. Mi sono chiesto se quel modo di vivere era ancora sostenibile?”
La Mongolia ha una tradizione di pastorizia nomade che risale a migliaia di anni fa. Gli inverni dalle condizioni metereologiche estreme uccidono i capi di bestiame su cui le comunità di pastori tradizionali fanno affidamento per la sopravvivenza; senza gli animali non possono provvedere ai loro bisogni di base.
“Ero stato colpito dal Tsang Dzud, che significa morte bianca, il fenomeno atmosferico più letale. Avevo perso in una notte 100 capi di bestiame e tutto il mio sostentamento. Presi coscienza che non sarei stato più in grado di recuperare le perdite”.
Il fenomeno atmosferico dello Dzud consiste in una corrente di aria ghiacciata proveniente dal pack dell’Artico. Trovare soluzioni è complicato dal fatto che è difficile da prevedere. Storicamente si verificava una o due volte in un decennio ora si verifica molto più frequentemente e sembra che stia peggiorando.
“Quell’inverno incredibilmente freddo e nevoso ha cambiato per sempre la mia vita ma anche quella di centinaia di pastori che privati degli animali su cui facevano affidamento per cibo e reddito si sono riversati nella capitale del paese, Ulan Bator”.
L’economia della pastorizia ancor prima dell’intensificarsi degli Dzud stava già attraversando una trasformazione; si erano sciolti i collettivi agricoli, noti come negdels, lasciando i pastori senza una rete di sicurezza quando avevano bisogno di foraggi di emergenza, cure veterinarie e altre risorse.
“Sono cresciuto nelle steppe della provincia di Dornod nella Mongolia orientale in una famiglia di pastori e mi sono occupato anche di cavalli da corsa ora abbiamo smesso definitivamente gli allevamenti. Non potevamo rimanere perché era impossibile guadagnarsi da vivere. Quegli evidenti e profondi cambiamenti climatici hanno così trasformato la vita dei pastori di Mongolia e anche noi ci siamo trasferiti nella capitale”.
A Ulan Bator vive circa la metà di tutta la popolazione del Paese, orientativamente 1,4 milioni di persone, e più della metà sono ex nomadi che negli ultimi vent’anni si sono inurbati e abitano nei quartieri della periferia all’interno delle tradizionali Iurte. Questi insediamenti informali allestiti per accogliere i migranti interni mancano spesso di acqua ed energia elettrica.
“Nelle steppe che ho lasciato a Dornod altri cambiamenti si sono succeduti; i pastori devono fare affidamento sui pozzi d’acqua per il prosciugamento dei fiumi e torrenti e causa la siccità stanno scomparendo anche piante officinali utilizzate nella medicina tradizionale. Una tragedia dei beni comuni dove si rispecchiava il nostro territorio”.
La città è fortemente inquinata per l’utilizzo del carbone come fonte di riscaldamento e le conseguenze sulla salute dei cittadini sono pesantissime.
“Ad Ulan Bator ho trovato lavoro come tassista ma non mi sono ancora adattato alla vita urbana. Mi sono profondamente turbato quando ho compreso che oltre a una vita “in superficie” ne esisteva una più silenziosa e disperata di senza tetto nelle condutture sotterranee, ossia nei tombini.”
Le autorità mongole stanno pensando di regolare la migrazione ad Ulan Bator divenuta eccessiva per proteggere prima la vita dei cittadini già residenti quindi in tempi brevi renderà meno inclusivo l’accesso alla capitale.
“Mio padre mi ha insegnato come essere una brava persona, mi ha infuso il senso della speranza e della volontà e ho guidato un taxi per vivere anche se non era il mio lavoro mentre alcuni si sono dedicati all’alcol e si sono trovati a vivere per strada”.
Per coloro che persistono nella steppa, oggi sono presenti gruppi di volontariato internazionale per assistere i pastori nella pianificazione anticipata e per prepararsi ai cattivi inverni.
Graziamaria Baracchi
*Oyutan Gonchig, 35 anni, fa parte di una famiglia di pastori ed è cresciuto con i cavalli da corsa. Nel 2000, uno dzud uccise il suo bestiame. Oyutan e molti altri lasciarono la campagna e poco dopo si trasferirono nella capitale della Mongolia, Ulan Bator, perché era diventato impossibile guadagnarsi da vivere. Fonte https://www.npr.org/2019/07/29/737990796/the-deadly-winters-that-have-transformed-life-for-herders-in-mongolia



