La destra e il welfare: chi paga il costo della povertà

Le elezioni americane del 3 novembre hanno consegnato ai democratici il controllo del Congresso, dopo una campagna nella quale il costo della vita e l’accesso alle cure sono stati tra i temi centrali. Il risultato ha colpito l’amministrazione Trump su un terreno che riguarda direttamente anche l’Italia: la capacità dello Stato di proteggere i cittadini dai rischi economici. Negli Stati Uniti la sanità è diventata una questione elettorale decisiva. In Italia, mentre il governo Meloni presenta la manovra per il 2027, lo stesso problema si manifesta attraverso liste d’attesa, spese private e difficoltà di accesso ai servizi.

Il confronto riguarda due sistemi sociali molto diversi, ma permette di individuare una caratteristica delle politiche della destra contemporanea: la preferenza per riduzioni fiscali, incentivi individuali e prestazioni selettive rispetto all’estensione delle garanzie collettive. Non è soltanto una differenza ideologica. Produce effetti misurabili sulla distribuzione dei rischi tra Stato e cittadini.

Negli Stati Uniti, la legge fiscale approvata dai repubblicani nel luglio 2025 ha introdotto importanti modifiche a Medicaid, il programma pubblico di assistenza sanitaria destinato soprattutto alle persone con redditi bassi. Secondo le stime del Congressional Budget Office, le nuove disposizioni ridurranno la spesa federale per Medicaid di circa 1.200 miliardi di dollari nel periodo 2026-2035. Per il 2034 si prevede che 7,5 milioni di persone in più rimangano senza assicurazione sanitaria a causa delle modifiche al programma.

La stessa legge interviene sui programmi di assistenza alimentare, con una riduzione prevista di 211 miliardi di dollari per lo SNAP entro il 2035. Le conseguenze delle nuove regole dipenderanno dalla loro applicazione, ma la direzione della politica federale è già definita: restringere una parte delle prestazioni pubbliche e delle condizioni di accesso ai programmi sociali.

In Italia non esiste una situazione equivalente. Il Servizio sanitario nazionale continua a garantire, almeno sul piano normativo, l’universalità dell’assistenza. Ma il diritto alle cure e la possibilità effettiva di ottenerle sono due cose differenti.

Secondo l’Istat, nel 2024 quasi un residente su dieci ha rinunciato a visite o esami specialistici per problemi economici, liste d’attesa o difficoltà di accesso. Nello stesso anno il 23,9% delle persone ha pagato interamente l’ultima prestazione specialistica ricevuta, contro il 19,9% del 2023.

Il dato descrive una trasformazione concreta: una parte crescente della domanda sanitaria viene soddisfatta attraverso il mercato privato. Chi dispone di risorse può acquistare una visita specialistica quando il servizio pubblico non riesce a garantirla in tempi adeguati. Chi non dispone del denaro necessario deve aspettare oppure rinunciare.

La distinzione riguarda direttamente la povertà. Sempre secondo l’Istat, nel 2024 il 7,7% delle persone con un basso livello di istruzione ha rinunciato alle cure per motivi economici, contro il 5,7% di quelle più istruite. Il reddito e la posizione sociale condizionano dunque anche l’accesso effettivo a un diritto formalmente universale.

È su questo quadro che interviene la manovra 2027 del governo Meloni. Il disegno di legge, del valore di circa 26 miliardi, prevede un incremento delle risorse sanitarie di 2,4 miliardi, oltre al miliardo già programmato. Non si può quindi parlare di un taglio nominale al finanziamento del Servizio sanitario. Bisognerà però verificare quanto le risorse aggiuntive riusciranno a incidere sulle prestazioni effettivamente disponibili.

Contemporaneamente, il governo proroga e amplia per il 2027 la riduzione della seconda aliquota Irpef al 33%, estendendola ai redditi fino a 55mila euro. Il beneficio massimo previsto è di 500 euro annui e riguarda circa 3,2 milioni di contribuenti, con un costo stimato per lo Stato di 1,43 miliardi.

Sono scelte diverse, che rispondono a obiettivi differenti. Ma il confronto permette di porre una questione distributiva precisa: quale vantaggio produce una riduzione fiscale per chi deve contemporaneamente sostenere spese private crescenti per prestazioni essenziali? E quale beneficio arriva alle persone che, avendo redditi troppo bassi, non possono usufruire pienamente degli sgravi?

La politica fiscale può aumentare il reddito disponibile. Non può però sostituire automaticamente un servizio pubblico. Cinquecento euro risparmiati sulle imposte hanno un valore diverso per una famiglia che dispone già di risorse sufficienti e per una che deve pagare cure, assistenza agli anziani o servizi per i figli. La differenza dipende da quanto di queste necessità viene coperto collettivamente.

La stessa impostazione emerge dalla riforma degli strumenti contro la povertà. Il governo Meloni ha sostituito il Reddito di cittadinanza con l’Assegno di inclusione e il Supporto per la formazione e il lavoro. L’Assegno di inclusione è destinato a nuclei con minori, persone disabili, ultrasessantenni o componenti inseriti in specifici programmi di assistenza. Per gli altri adulti in difficoltà economica l’accesso al sostegno segue condizioni differenti, legate soprattutto ai percorsi di attivazione lavorativa.

Si tratta di una scelta politica riconoscibile: la protezione economica non dipende soltanto dalla condizione di povertà, ma anche dalla composizione familiare e dai requisiti stabiliti per le diverse categorie di beneficiari.

L’Inps registra 936mila nuclei che hanno ricevuto almeno una mensilità dell’Assegno di inclusione tra gennaio 2024 e dicembre 2025, per complessivi 2,2 milioni di persone. Il dato non può essere confrontato direttamente con quello dei beneficiari del precedente Reddito di cittadinanza, perché cambiano requisiti, durata e popolazioni considerate. Indica però la dimensione dell’intervento pubblico attualmente previsto.

Nel 2025, secondo l’Istat, vivevano in povertà assoluta 5,4 milioni di persone, appartenenti a oltre 2,1 milioni di famiglie. L’incidenza era del 9,3% della popolazione, sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente. Tra i minori raggiungeva il 12,5%, coinvolgendo oltre 1,1 milioni di bambini e ragazzi.

Il problema non riguarda soltanto chi è già povero. I dati sui consumi mostrano che nel 2025 il 29,4% delle famiglie ha ridotto la quantità o la qualità degli alimenti acquistati. La quota di quelle che non hanno modificato le proprie abitudini di spesa sanitaria è scesa dal 78,6% del 2024 al 74,6%.

Sono indicatori differenti, che non devono essere confusi con la povertà assoluta. Descrivono però la pressione economica su famiglie che cercano di adattare le proprie spese al reddito disponibile.

Questo è il limite di una politica sociale costruita prevalentemente attorno al reddito individuale e agli incentivi fiscali. Il reddito necessario per vivere dipende anche dalla disponibilità dei servizi. Una famiglia che deve pagare privatamente assistenza, istruzione o cure sostiene costi che un sistema pubblico più accessibile potrebbe almeno in parte assorbire.

Non tutta la difficoltà del welfare italiano deriva dalle decisioni dell’attuale governo. Liste d’attesa, carenze territoriali e insufficienza dei servizi sociali hanno origini precedenti e attraversano amministrazioni di orientamenti differenti. Ma ogni legge di bilancio stabilisce come distribuire le risorse disponibili e quali problemi affrontare prioritariamente.

La vittoria democratica negli Stati Uniti non dimostra che gli elettori abbiano scelto esclusivamente il welfare: hanno pesato anche inflazione, politica estera e giudizio sull’amministrazione Trump. Segnala tuttavia che la sicurezza economica e l’accessibilità dei servizi possono prevalere sulle promesse di riduzione delle imposte.

Per la destra italiana il problema è concreto. Il governo continua a presentare il sostegno al potere d’acquisto soprattutto attraverso interventi fiscali, bonus e misure rivolte a categorie specifiche, pur aumentando anche alcuni finanziamenti pubblici. Ma la protezione sociale si misura sul risultato: quante persone riescono a curarsi, quante famiglie possono sostenere il costo dei figli, quanti anziani ricevono assistenza, quanti lavoratori evitano di cadere in povertà.

Il dato politico delle elezioni americane è che ridurre le tasse non basta a convincere chi teme di non potersi permettere una malattia. Quello italiano è che milioni di persone continuano a vivere in povertà o a ridurre consumi essenziali, mentre l’accesso a servizi fondamentali dipende sempre più anche dalla capacità di spesa privata.

La differenza tra le due impostazioni del welfare si misura esattamente dalla quota di rischio che rimane a carico del singolo e in quella che lo Stato decide di assumere collettivamente.