Trump sconfitto, la rivolta contro i padroni dell’IA

Se c’è una cosa che i padroni della Silicon Valley hanno dimostrato negli ultimi due anni, è che per ingraziarsi il potere non servono né intelligenze naturali né artificiali. Basta ricorrere alla pratica più antica del mondo: adulare chi comanda, possibilmente accompagnando gli omaggi con qualche miliardo di dollari.

Il servilismo 2.0 dei protagonisti della rivoluzione tecnologica non ha inventato nulla, se non la possibilità di mettere strumenti straordinariamente innovativi al servizio di rapporti di potere vecchi di secoli.

Elon Musk, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos, Sundar Pichai, Tim Cook e gli altri protagonisti dell’economia digitale, pur con differenti livelli di coinvolgimento politico, hanno cercato un rapporto privilegiato con Donald Trump. Donazioni, partecipazioni alle cerimonie ufficiali, incontri alla Casa Bianca, investimenti annunciati davanti alle telecamere.

L’industria che promette di cambiare il destino dell’umanità ha mostrato una notevole disponibilità ad adattarsi alle esigenze del presidente, nella prospettiva di ottenere condizioni favorevoli per i propri affari.

Il rapporto tra l’amministrazione Trump e l’industria dell’intelligenza artificiale si è concretizzato anche nel gennaio 2025 con l’annuncio di Stargate, il progetto promosso da OpenAI, Oracle e SoftBank, che prospettava investimenti fino a 500 miliardi di dollari nelle infrastrutture tecnologiche americane.

Una celebrazione dell’alleanza tra politica e capitale, nella quale nessuno sembrava particolarmente interessato a chiedere che cosa ne pensassero le popolazioni destinate a ospitare quelle infrastrutture.

Il prezzo nascosto dell’intelligenza artificiale

Perché l’intelligenza artificiale, nonostante la sua apparente immaterialità, ha bisogno di enormi strutture fisiche per funzionare. I data center ospitano migliaia di computer che elaborano continuamente informazioni, consumano quantità gigantesche di elettricità e richiedono sistemi di raffreddamento, spesso alimentati con importanti risorse idriche.

Sono impianti industriali che occupano territorio e possono imporre nuovi investimenti nelle reti energetiche, con costi che rischiano di ricadere anche sulle comunità locali.

Le grandi aziende tecnologiche ne hanno bisogno per alimentare i propri sistemi, sviluppare nuovi servizi e giustificare gli investimenti miliardari che hanno sostenuto l’espansione dell’intelligenza artificiale. Ma ciò che costituisce un’opportunità economica per le multinazionali può rappresentare un problema per chi abita nei territori coinvolti.

L’aumento della domanda elettrica, la pressione sulle risorse idriche, l’inquinamento e il consumo di suolo sono diventati motivi di contestazione sempre più frequenti.

Diogene Notizie documenta da tempo la crescita di questa opposizione, dedicandole nel luglio scorso un dossier internazionale. Negli Stati Uniti, dove il fenomeno ha assunto dimensioni particolarmente significative, la protesta ha progressivamente superato le tradizionali divisioni politiche, coinvolgendo ambientalisti, agricoltori, associazioni civiche e comunità conservatrici.

A Memphis l’impianto Colossus di xAI, società fondata da Musk, ha suscitato contestazioni per le emissioni legate alla produzione di energia. A Tucson, in Arizona, la mobilitazione dei cittadini ha contribuito a fermare un progetto contestato per il consumo d’acqua. In Virginia, uno dei maggiori poli mondiali del settore, crescono le preoccupazioni per le conseguenze energetiche e ambientali dell’espansione.

La rivolta contro i data center arriva alle urne

Alle elezioni del 3 novembre questa opposizione ha trovato una significativa espressione politica. Mentre i democratici conquistavano Camera e Senato, infliggendo a Trump una pesante sconfitta, in numerose comunità americane gli elettori approvavano restrizioni e divieti alla costruzione di nuovi data center.

Secondo Ballotpedia, su 47 consultazioni già definite nell’arco del 2026, ben 46 hanno espresso un orientamento favorevole a limitarne lo sviluppo. In Texas la democratica Gina Hinojosa ha sconfitto il governatore repubblicano Greg Abbott, sostenendo anche una moratoria sui nuovi impianti.

Sarebbe semplicistico attribuire ai data center la sconfitta di Trump, determinata da un insieme ben più ampio di fattori economici e politici. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il significato di questa coincidenza: mentre l’amministrazione celebrava l’intelligenza artificiale come motore della futura prosperità americana, una parte crescente della popolazione cominciava a contestare i costi materiali di quella promessa.

Dopo Trump, le nuove strategie dei giganti tecnologici

Adesso le grandi aziende tecnologiche dovranno rivedere almeno una parte delle proprie strategie. Rinunciare ai data center è impensabile, perché significherebbe compromettere investimenti giganteschi e prospettive di crescita sulle quali si fondano le aspettative dei mercati finanziari. È più probabile che cerchino di ridurre le opposizioni offrendo compensazioni ai territori, assumendosi maggiori costi energetici o spostando i progetti verso amministrazioni più disponibili.

Ma il riposizionamento più interessante potrebbe essere quello politico. Dopo aver corteggiato Trump, i vertici della Silicon Valley dovranno confrontarsi con un Congresso democratico e con amministrazioni locali decise a imporre maggiori controlli.

Potrebbero cercare nuove alleanze, intensificare le pressioni sulle istituzioni e invocare la competizione tecnologica con la Cina per giustificare la necessità di accelerare gli investimenti. Del resto, chi ha saputo adattarsi così rapidamente al ritorno di Trump difficilmente incontrerà ostacoli insormontabili nel modificare nuovamente le proprie relazioni politiche.

Rimane però una contraddizione che nessuna operazione di comunicazione potrà cancellare. L’intelligenza artificiale rappresenta una delle più grandi conquiste scientifiche e tecnologiche del nostro tempo, ma la sua trasformazione in un gigantesco affare privato rischia di concentrare benefici economici e potere decisionale nelle mani di poche aziende, lasciando alle collettività una parte considerevole dei costi.

La sconfitta elettorale di Trump non è la sconfitta dell’intelligenza artificiale. È piuttosto un segnale dei limiti di un modello di sviluppo che pretende di identificare automaticamente gli interessi delle corporation con quelli della società. I miliardari della Silicon Valley hanno cercato nel potere politico la garanzia della propria espansione.

Ora devono confrontarsi con cittadini che rivendicano il diritto di decidere come utilizzare il proprio territorio e le proprie risorse. Una variabile che nemmeno gli algoritmi più sofisticati possono permettersi di ignorare.