Marocco, l’acqua pubblica per i pomodori d’Europa

In Marocco l’acqua è diventata così scarsa che per continuare a coltivare pomodori destinati ai supermercati europei bisogna produrla artificialmente, eliminando il sale dall’acqua dell’Oceano Atlantico. È quanto avviene nella regione di Souss-Massa, vicino ad Agadir, dove un grande impianto di desalinizzazione alimenta migliaia di ettari di coltivazioni intensive.

Il problema non riguarda soltanto la crisi climatica, ma un modello agricolo che ha costruito la propria crescita sull’esportazione di prodotti ad alto valore commerciale e su un consumo di risorse idriche sempre meno sostenibile.

L’impianto di Chtouka Aït Baha, entrato in funzione nel 2022, può produrre 275.000 metri cubi d’acqua al giorno, destinati in parte all’irrigazione e in parte all’approvvigionamento potabile dell’area di Agadir. L’investimento complessivo è stato di 4,41 miliardi di dirham, circa 400 milioni di euro, sostenuto attraverso una collaborazione tra istituzioni pubbliche e operatori privati.

L’obiettivo dichiarato è duplice: garantire acqua alla popolazione e ridurre il prelievo dalle falde sotterranee, progressivamente impoverite da decenni di sfruttamento agricolo. Una necessità reale, considerando che nella pianura di Chtouka il deficit della falda è stato stimato in decine di milioni di metri cubi annui.

Ma l’impianto serve anche a salvaguardare un settore fondamentale per le esportazioni marocchine. Nella regione si concentra una quota rilevantissima della produzione di pomodori destinati ai mercati esteri, soprattutto europei. Un sistema che genera ricavi e occupazione, ma che dipende da grandi quantità d’acqua in un territorio strutturalmente arido.

Nel 2025 il Marocco ha esportato nel mondo circa 748.000 tonnellate di pomodori freschi, per un valore superiore a 1,3 miliardi di dollari. La Francia ne ha acquistate oltre 376.000 tonnellate, seguita dal Regno Unito, dai Paesi Bassi, dalla Spagna e dalla Germania. Il mercato europeo costituisce quindi uno dei principali motori economici di questa agricoltura.

Quanto costa mantenere in vita l’agricoltura

L’acqua desalinizzata viene venduta agli agricoltori di Chtouka a 5,60 dirham per metro cubo, mentre il costo effettivo raggiunge 10,20 dirham. La differenza viene coperta attraverso il sistema di sostegno pubblico. L’acqua proveniente dalle dighe costa invece circa 1,50 dirham.

La desalinizzazione permette dunque di conservare produzioni che, alle condizioni attuali, avrebbero difficoltà a sostenere integralmente il costo della risorsa utilizzata. Non è necessariamente un investimento sbagliato: la perdita di migliaia di posti di lavoro e di attività produttive avrebbe conseguenze economiche rilevanti. Ma solleva una questione sulla destinazione delle risorse pubbliche.

Lo Stato interviene per rendere economicamente sostenibile un’agricoltura che produce soprattutto per consumatori stranieri. Il beneficio industriale e commerciale è evidente, mentre i costi devono essere valutati considerando anche l’energia necessaria, le infrastrutture e gli effetti ambientali.

La desalinizzazione, infatti, non è una tecnologia priva di conseguenze. Richiede elettricità per separare il sale dall’acqua marina e produce salamoia concentrata che deve essere restituita al mare attraverso sistemi capaci di limitarne l’impatto sugli ecosistemi. L’utilizzo di energie rinnovabili e impianti progettati adeguatamente può ridurre questi effetti, ma non eliminarli completamente.

Il governo marocchino intende comunque moltiplicare gli stabilimenti. L’obiettivo dichiarato è raggiungere entro il 2030 una produzione annua di circa 1,8 miliardi di metri cubi d’acqua desalinizzata, destinata all’approvvigionamento urbano e all’agricoltura.

La selezione delle attività agricole

L’espansione risponde a una necessità concreta. La Banca mondiale considera il Marocco uno dei Paesi maggiormente esposti allo stress idrico e stima che la disponibilità d’acqua rinnovabile pro capite potrebbe scendere sotto i 500 metri cubi annui entro il 2030.

Ma la scarsità non colpisce tutti i settori agricoli nello stesso modo. Le grandi produzioni irrigue ad alto valore commerciale possono sostenere, almeno parzialmente, il costo della desalinizzazione. Per cereali e coltivazioni alimentari meno redditizie, invece, l’impiego di quest’acqua risulta spesso economicamente insostenibile.

Si determina così una selezione delle attività produttive basata sulla capacità di pagare una risorsa sempre più costosa. Chi coltiva per mercati remunerativi può accedere a nuove infrastrutture, mentre l’agricoltura tradizionale resta maggiormente esposta alla siccità.

La Banca mondiale ha rilevato che la crescente variabilità climatica sta accentuando proprio questa frattura. Le aziende irrigue orientate alle esportazioni hanno maggiori possibilità di adattamento, mentre le coltivazioni dipendenti dalle precipitazioni subiscono perdite produttive, riduzione dell’occupazione e crescente vulnerabilità.

Nel 2024 l’intero settore agroalimentare marocchino rappresentava il 17% del prodotto interno lordo e il 34% dell’occupazione. La sua trasformazione riguarda quindi direttamente gli equilibri economici e sociali del Paese.

La desalinizzazione non risolve automaticamente il problema

Il problema non può essere risolto chiedendo semplicemente di interrompere le esportazioni. Significherebbe ignorare le entrate, il lavoro e gli investimenti che esse garantiscono. Ma nemmeno si può considerare inevitabile finanziare qualsiasi modello produttivo pur di conservarne la competitività internazionale.

La desalinizzazione offre al Marocco uno strumento per affrontare la scarsità idrica. Non risolve però automaticamente il problema di come distribuire l’acqua tra consumi domestici, agricoltura alimentare, attività industriali ed esportazioni.

Il problema, come abbiamo visto, coinvolge direttamente l’Europa. I consumatori europei acquistano prodotti agricoli coltivati in territori dove l’acqua è sempre più scarsa, mentre una parte dei costi necessari a mantenerne la produzione rimane nel Paese esportatore.

La competitività di quei prodotti dipende dunque anche dalle condizioni ambientali e dalle politiche pubbliche dei territori di origine. Un aspetto che raramente entra nel prezzo esposto sugli scaffali dei supermercati.

Si pone quindi una questione che va oltre quanta acqua sia possibile produrre artificialmente. Riguarda quali produzioni debbano avere la precedenza nell’utilizzarla, chi debba sostenerne il costo e come debbano essere distribuiti i benefici economici.