La finanziaria 2027 seppellisce la sanità pubblica

Più miliardi sulla carta, meno risorse rispetto alla ricchezza nazionale. È il paradosso della Legge di Bilancio 2027, con la quale il Governo Meloni rivendica nuovi finanziamenti per la sanità mentre il Servizio sanitario nazionale continua a perdere terreno. Gli stanziamenti non bastano a compensare l’aumento dei costi, gli ospedali soffrono la carenza di personale, le liste d’attesa allontanano i cittadini dalle cure e le Regioni denunciano l’impossibilità di garantire i servizi senza ulteriori finanziamenti. Una situazione che mette in discussione la tenuta del sistema pubblico e la capacità di assicurare il diritto alla salute.

I numeri spiegano meglio degli annunci la direzione della manovra. Secondo la CGIL, nel 2026 il Fabbisogno sanitario nazionale ammonta a 142,9 miliardi di euro, pari al 6,14% del PIL. Nel 2022, all’insediamento del Governo Meloni, quella percentuale era del 6,6%. Quasi mezzo punto di PIL in meno, equivalente a 10,6 miliardi di euro annui. Nel 2027 il Fondo sanitario raggiungerà 146,3 miliardi, ma la sua incidenza sul PIL scenderà ancora, al 6,11%, per arrivare al 5,98% nel 2028 e al 5,83% nel 2029. La sanità riceve dunque più risorse in termini nominali, ma una quota sempre più ridotta della ricchezza prodotta dal Paese.

L’incremento previsto per il 2027 è di circa 2,4 miliardi, meno della metà dei 5,5 miliardi richiesti dallo stesso ministro della Salute Orazio Schillaci e ben lontano dai 6,8 miliardi indicati dalle Regioni. L’aumento dei finanziamenti non è sufficiente neppure ad assorbire gli effetti dell’inflazione. A pesare sono i maggiori costi energetici, le spese di funzionamento delle strutture e la necessità di rafforzare organici ormai insufficienti. Una parte consistente delle nuove risorse servirà quindi a sostenere spese già esistenti, senza produrre un effettivo miglioramento dell’assistenza.

A lanciare l’allarme sono innanzitutto i medici. Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici, ha denunciato la mancanza di un intervento organico per sbloccare le assunzioni e avvicinare le retribuzioni italiane alla media europea. Preoccupazioni condivise dai sindacati Anaao Assomed e Cimo-Fesmed, che giudicano la manovra inadeguata a contrastare la fuga dei professionisti dagli ospedali pubblici verso il privato o l’estero. Turni massacranti, carichi di lavoro crescenti e stipendi poco competitivi continuano a rendere sempre meno attrattivo il lavoro nel Servizio sanitario nazionale.

La contraddizione diventa ancora più evidente nell’assistenza territoriale. Il PNRR ha destinato oltre 10 miliardi di euro alla realizzazione e al potenziamento di Case della Comunità, Ospedali di Comunità e servizi domiciliari. Ma edifici nuovi o ristrutturati non garantiscono automaticamente prestazioni sanitarie. Servono medici, infermieri, operatori e risorse permanenti per il funzionamento. Secondo quanto denunciato dalle Regioni, soltanto per assicurare il personale delle Case della Comunità occorrerebbero circa due miliardi di euro. Senza questi finanziamenti, il rischio è di avere strutture realizzate con investimenti pubblici, ma incapaci di offrire i servizi per i quali sono state progettate.

Il conto del sottofinanziamento rischia di ricadere soprattutto sulle Regioni. La CGIL stima una distanza tra fabbisogno finanziato e spesa sanitaria di 10,5 miliardi nel 2027, destinata a salire a 13,6 miliardi nel 2028. Per garantire i livelli essenziali di assistenza, le amministrazioni regionali saranno costrette a cercare risorse altrove, comprimendo altre voci di bilancio, aumentando la pressione fiscale oppure ridimensionando le prestazioni. Non sorprende che anche i presidenti delle Regioni abbiano chiesto una correzione della manovra durante l’esame parlamentare.

Per i cittadini tutto questo si traduce in problemi ormai quotidiani: visite specialistiche fissate dopo mesi, esami diagnostici difficili da prenotare, pronto soccorso sovraffollati e prestazioni sempre più spesso acquistate a pagamento. Chi può permetterselo si rivolge al privato, mentre chi dispone di redditi insufficienti aspetta, rinvia gli accertamenti o rinuncia. La difficoltà di accesso alle cure non è più soltanto il risultato di condizioni economiche individuali, ma anche della crescente incapacità del sistema pubblico di rispondere tempestivamente alla domanda di assistenza.

In questo quadro appare particolarmente discutibile la scelta del Governo di destinare circa 1,6 miliardi di euro a una card sanitaria da 300 euro per gli ultrasettantacinquenni con pensioni fino a 28mila euro lordi annui, utilizzabile per prestazioni non coperte dal Servizio sanitario nazionale. Un intervento che non rafforza ospedali e servizi territoriali e che rischia invece di alimentare il mercato delle prestazioni private.

La critica più dura è arrivata da Rosy Bindi. L’ex ministra della Sanità ha accusato il Governo Meloni di voler trasformare il Servizio sanitario nazionale da sistema universalistico a modello sempre più assicurativo e privatizzato. La card per gli anziani, secondo Bindi, rappresenta un ulteriore passo in questa direzione: anziché investire per rendere accessibili le cure attraverso il servizio pubblico, si destinano risorse all’acquisto di prestazioni esterne. Una scelta che solleva una questione politica fondamentale: perché finanziare nuovi strumenti individuali invece di rafforzare stabilmente il sistema che dovrebbe garantire l’assistenza a tutti?

Il problema non è negare l’utilità di un sostegno economico agli anziani, ma stabilire quali debbano essere le priorità della spesa pubblica. Un bonus può contribuire temporaneamente a sostenere alcune necessità, ma non riduce strutturalmente le liste d’attesa, non assume personale e non restituisce capacità operativa agli ospedali. La scelta di destinare risorse a interventi individuali, mentre restano irrisolte le carenze dell’assistenza ordinaria, rivela l’assenza di una strategia complessiva per il rilancio della sanità pubblica.

La questione va ben oltre la distribuzione delle risorse disponibili. Riguarda il modello di sanità che si intende costruire e il rispetto dell’articolo 32 della Costituzione. Il Servizio sanitario nazionale nasce dal principio che ciascuno contribuisce attraverso la fiscalità generale secondo le proprie possibilità e riceve assistenza in base ai propri bisogni. Un sistema fondato sull’uguaglianza, nel quale il diritto alle cure non dovrebbe dipendere dal reddito, dall’età o dal luogo di residenza.

Per difendere questo modello servono scelte diverse: un finanziamento adeguato e stabile, un piano straordinario di assunzioni, retribuzioni capaci di valorizzare il personale, il pieno funzionamento dell’assistenza territoriale e interventi concreti per abbattere le liste d’attesa. Occorre soprattutto restituire centralità alla programmazione pubblica e garantire livelli essenziali di assistenza uniformi su tutto il territorio nazionale, superando le profonde disuguaglianze che ancora caratterizzano l’offerta sanitaria tra le diverse Regioni.

La Legge di Bilancio 2027 non offre queste risposte. Il Governo continua a rivendicare aumenti nominali mentre riduce progressivamente il peso della sanità sul PIL, lasciando irrisolti i problemi che compromettono l’accesso alle cure. Non basta finanziare nuove strutture se mancano gli operatori, né annunciare risorse aggiuntive quando l’aumento dei costi ne assorbe gran parte. E non si può continuare a chiedere alle Regioni di garantire servizi e prestazioni senza assicurare loro finanziamenti sufficienti.

La sanità pubblica non è una voce di bilancio da comprimere per rispettare gli equilibri finanziari, ma uno dei principali strumenti attraverso i quali lo Stato garantisce diritti, uguaglianza e coesione sociale. Continuare a sottovalutarne le necessità significa aggravare problemi già profondi e trasferirne il costo sulle persone, a partire da quelle economicamente più fragili. La manovra avrebbe dovuto segnare un’inversione di rotta. Invece conferma una politica incapace di assicurare al Servizio sanitario nazionale le risorse necessarie per svolgere la sua funzione costituzionale.