Il governo fa cassa sulle pensioni

Dopo il mancato rafforzamento della sanità pubblica e gli sgravi fiscali ai proprietari immobiliari senza garanzie per gli inquilini, la Legge di Bilancio 2027 presenta un altro conto ai cittadini: una nuova stretta sulle pensioni. Il Governo Meloni torna a intervenire sulla rivalutazione degli assegni, riducendo l’adeguamento all’inflazione per milioni di pensionati e recuperando risorse attraverso una misura destinata a incidere sul loro potere d’acquisto anche negli anni successivi.

Il provvedimento ripropone un meccanismo già utilizzato nel 2023 e nel 2024, che limita la perequazione dei trattamenti pensionistici superiori a quattro volte il minimo INPS. La rivalutazione piena sarà riconosciuta soltanto agli assegni fino a 2.447 euro lordi mensili, mentre oltre questa soglia scatteranno percentuali progressivamente ridotte. Per le pensioni comprese tra quattro e cinque volte il minimo sarà riconosciuto l’85% dell’inflazione, percentuale che scenderà al 53% tra cinque e sei volte, al 47% tra sei e otto volte, al 37% tra otto e dieci volte e al 32% per gli assegni superiori a dieci volte il minimo.

La novità più penalizzante riguarda il sistema di calcolo. La percentuale ridotta non sarà applicata soltanto alla parte di pensione eccedente una determinata soglia, ma all’intero assegno, salvo le clausole di salvaguardia previste per gli importi vicini ai limiti delle fasce. Un meccanismo che aumenta sensibilmente la perdita rispetto alla rivalutazione progressiva per scaglioni.

Non si tratta quindi di una misura che riguarda esclusivamente le pensioni particolarmente elevate. La stretta comincia poco sopra i 2.400 euro lordi mensili e coinvolge anche trattamenti maturati dopo decenni di lavoro e versamenti contributivi. Secondo alcune simulazioni, ipotizzando un’inflazione del 2,9%, una pensione di 3.500 euro lordi potrebbe perdere circa 550 euro annui di rivalutazione rispetto al sistema ordinario.

Il vantaggio per le casse dello Stato è considerevole. Secondo la relazione tecnica alla manovra, la riduzione della perequazione produrrà una minore spesa pensionistica di 1,476 miliardi di euro lordi all’anno nel triennio 2027-2029, pari a 885 milioni al netto degli effetti fiscali. Nell’arco di dieci anni il risparmio complessivo stimato raggiungerà 14,2 miliardi lordi, circa 8,5 miliardi netti. Risorse che lo Stato risparmia limitando l’adeguamento delle pensioni al costo della vita.

L’aspetto più grave è che gli effetti della misura non si esauriscono nell’anno in cui viene applicata. Una rivalutazione inferiore determina infatti un assegno più basso rispetto a quello che sarebbe risultato dal meccanismo ordinario. Poiché gli aumenti successivi vengono calcolati sull’importo raggiunto, la perdita si trascina nel tempo, producendo conseguenze permanenti sul valore della pensione.

È proprio questo il punto denunciato dallo Spi CGIL. La segretaria generale Tania Scacchetti ha contestato il ritorno dei tagli alla perequazione, ricordando che negli ultimi trent’anni i pensionati avrebbero già perso oltre 100 miliardi di euro a causa delle ripetute modifiche del sistema di rivalutazione. Una stima sindacale che richiama il costo accumulato nel tempo dagli interventi adottati dai diversi Governi.

La critica riguarda anche il significato della perequazione, che non rappresenta un aumento discrezionale delle pensioni, ma lo strumento attraverso il quale si cerca di conservarne il potere d’acquisto. Ridurne l’applicazione significa lasciare che una parte dell’inflazione venga assorbita direttamente dai pensionati, senza alcuna possibilità di recupero automatico negli anni successivi.

Alla stretta sugli assegni già liquidati si aggiunge il problema dei requisiti per accedere alla pensione. Dal 2027 l’età per la pensione di vecchiaia salirà a 67 anni e un mese, per arrivare a 67 anni e tre mesi nel 2028, in applicazione degli adeguamenti alla speranza di vita già stabiliti dalla normativa precedente. La nuova manovra non introduce il blocco di questi incrementi. Diminuiscono inoltre i coefficienti di trasformazione del montante contributivo, con effetti sugli importi delle nuove pensioni.

Il risultato è una doppia penalizzazione: chi è già pensionato rischia di perdere una parte della rivalutazione, mentre chi deve ancora lasciare il lavoro si confronta con requisiti più severi e assegni contributivi potenzialmente meno favorevoli.

Il Governo continua intanto a presentare gli interventi previdenziali attraverso annunci di flessibilità e misure di sostegno. La manovra prevede un fondo di 850 milioni annui per il triennio 2027-2029 destinato a futuri interventi per l’uscita dal lavoro, ma le modalità dovranno essere definite da successivi provvedimenti legislativi. Restano quindi da chiarire beneficiari, requisiti e risultati concreti, mentre il taglio alla perequazione è già scritto nel disegno di legge.

La questione delle pensioni si inserisce in un quadro più generale di scelte economiche che continuano a comprimere il potere d’acquisto di lavoratori e pensionati. Il costo della vita, le spese sanitarie, quelle abitative e le bollette pesano sempre di più sui bilanci familiari. In molti casi, inoltre, le pensioni contribuiscono al mantenimento di figli e nipoti, diventando una risorsa essenziale per interi nuclei familiari.

La Legge di Bilancio 2027 avrebbe potuto affrontare il problema dell’adeguatezza dei trattamenti previdenziali, tutelare integralmente il loro valore dall’inflazione e avviare una revisione delle condizioni di accesso alla pensione, soprattutto per chi ha svolto lavori gravosi o discontinui. Sceglie invece di utilizzare ancora una volta la rivalutazione degli assegni come strumento di contenimento della spesa pubblica.

Dopo gli interventi del 2023 e del 2024, il Governo Meloni torna così a chiedere ai pensionati un contributo agli equilibri di bilancio. Una scelta che contraddice la necessità di proteggere redditi costruiti attraverso una vita di lavoro e che rischia di aggravare ulteriormente le disuguaglianze previdenziali.