In Cina alcuni giovani hanno cominciato ad allevare mattoni. Li bagnano, aspettano che cresca il muschio, fotografano i cambiamenti e li chiamano affettuosamente figli. Non mangiano, non costano praticamente nulla e non chiedono attenzioni. La nuova moda, raccontata oggi dal Guardian, ha superato cinque milioni di visualizzazioni su Weibo, uno dei principali social cinesi.
Si chiama zero-energy companionship, compagnia a energia zero. Potrebbe essere l’ennesima stravaganza nata su internet, se non arrivasse da un Paese dove milioni di giovani faticano a trovare lavoro, la casa perde valore e costruire una famiglia diventa una scelta economicamente impegnativa. Non significa che la precarietà abbia prodotto questa moda, ma il contesto nel quale si diffonde merita attenzione.
La Cina è la seconda economia mondiale, guida interi settori dell’industria tecnologica ed esporta automobili elettriche, batterie, macchinari e prodotti elettronici. Eppure fatica ad assorbire una generazione sempre più istruita. A settembre la disoccupazione urbana tra i 16 e i 24 anni, esclusi gli studenti, era al 18%, secondo le statistiche ufficiali. Quest’anno circa 12,7 milioni di giovani hanno terminato l’università, un numero record che accresce la concorrenza per i posti disponibili.
Per decenni, studiare e trasferirsi nelle grandi città ha rappresentato per milioni di famiglie cinesi una possibilità concreta di mobilità sociale. Oggi il titolo universitario non garantisce più un ingresso rapido nel mercato del lavoro, mentre la modernizzazione industriale e l’automazione aumentano la produttività senza necessariamente creare un numero proporzionale di nuove occupazioni.
La crescita dell’economia nazionale convive inoltre con differenze profonde nelle condizioni di vita. Nei primi nove mesi del 2026 il reddito disponibile medio pro capite nelle aree urbane è stato di 44.945 yuan, contro i 18.809 delle campagne. Il reddito urbano rimane quasi due volte e mezzo quello rurale, nonostante una graduale riduzione del divario.
Le disuguaglianze non riguardano soltanto il denaro. Circa 193 milioni di lavoratori provenienti dalle campagne si spostano per trovare occupazione, ma una parte di loro incontra ancora difficoltà nell’accesso ai servizi pubblici delle città in cui lavora. Il sistema di registrazione della residenza, chiamato hukou, continua infatti a condizionare l’accesso all’istruzione, all’assistenza sanitaria e ad alcune prestazioni sociali.
Può accadere così che una famiglia contribuisca per anni all’economia di una grande città senza avere le stesse opportunità dei residenti registrati. Pechino ha avviato riforme per ridurre queste disparità, ma le differenze territoriali e le resistenze amministrative rendono il processo lento.
Anche la casa, per decenni simbolo della prosperità delle famiglie cinesi, è diventata una fonte di incertezza. A settembre i prezzi delle abitazioni nuove sono diminuiti del 2,8% rispetto all’anno precedente, proseguendo una flessione che dura ormai da oltre tre anni. Per chi ha investito gran parte dei propri risparmi nell’acquisto di un appartamento, la perdita di valore significa anche una riduzione della sicurezza economica.
La crisi immobiliare ha indebolito la fiducia dei consumatori, mentre molte famiglie preferiscono risparmiare per affrontare eventuali difficoltà future. L’economia continua a crescere, sostenuta dalle esportazioni e dalle industrie tecnologiche, ma la ricchezza prodotta non si traduce automaticamente in maggiore tranquillità per tutti.
È anche per questo che il governo cinese guarda con crescente preoccupazione al calo delle nascite. Il 23 ottobre Pechino ha annunciato nuovi impegni per sostenere le famiglie, intervenendo sui costi dell’istruzione, delle abitazioni e dell’assistenza ai bambini. La popolazione diminuisce da quattro anni consecutivi e l’invecchiamento rischia di accentuare gli squilibri economici e previdenziali.
Avere figli, però, richiede una stabilità che una parte dei giovani fatica a raggiungere. Un lavoro sicuro, una casa accessibile e servizi pubblici adeguati sono condizioni che non possono essere sostituite soltanto da incentivi economici alla natalità.
È in questo scenario che la curiosa moda dei mattoni assume un significato meno superficiale. Alcuni giovani raccontano di apprezzare soprattutto l’assenza di aspettative: il mattone non pretende risultati, non impone scadenze e non costringe a competere con nessuno. Basta qualche spruzzo d’acqua e la pazienza di aspettare che cresca il muschio.
La pratica richiama, almeno nello spirito, il fenomeno del tang ping, letteralmente «stare sdraiati», espressione diventata popolare negli ultimi anni per descrivere il rifiuto della competizione incessante e della ricerca obbligatoria del successo economico.
Naturalmente, non tutti i giovani che partecipano alla moda sono disoccupati o poveri. Per molti è probabilmente soltanto un gioco, una provocazione ironica destinata a scomparire rapidamente dai social. Non esistono elementi per stabilire un rapporto diretto tra l’allevamento dei mattoni e le condizioni economiche dei partecipanti.
Ma la popolarità di un’attività quasi gratuita, priva di obblighi e di risultati da raggiungere, offre uno spunto per osservare le tensioni di una società che ha fatto della crescita e della competizione due elementi centrali del proprio sviluppo.
La Cina ha ottenuto risultati storici nella riduzione della povertà estrema, trasformando le condizioni di vita di centinaia di milioni di persone. Eppure uscire dalla povertà non significa automaticamente disporre di un lavoro stabile, di un’abitazione accessibile e della sicurezza necessaria per progettare il futuro.
Forse il vero paradosso non è che qualcuno si affezioni a un mattone, ma che in una delle economie più avanzate del pianeta tanti giovani debbano ancora misurarsi con l’incertezza di poter costruire una vita all’altezza delle proprie aspettative.


