La parola scelta dall’Istat per il suo ultimo comunicato relativo alla povertà è «stabile». Nel 2025, come nel 2024, la povertà assoluta riguarda oltre 2,1 milioni di famiglie e 5,4 milioni di persone: l’8% dei nuclei familiari e il 9,3% dei residenti. Anche la povertà relativa resta sostanzialmente invariata, con quasi 8,7 milioni di individui coinvolti.
Per la statistica è una variazione non significativa; per la politica dovrebbe essere una notizia tutt’altro che rassicurante. Non c’è un nuovo precipizio, ma nemmeno una risalita: milioni di persone continuano a non potersi permettere quel paniere di beni e servizi che l’istituto considera essenziale.
Si può discutere se la situazione sia migliorata rispetto agli anni più difficili o quali interventi abbiano evitato un peggioramento. Non si può però trasformare l’assenza di un peggioramento in una vittoria sulla povertà. Il linguaggio dei numeri, spesso evocato a sostegno di interpretazioni opposte, qui impone un limite preciso alla propaganda.
La quota di popolazione in povertà assoluta non è scesa in misura statisticamente significativa. E la stabilità, quando riguarda una privazione tanto estesa, è il nome amministrativamente educato di un problema rimasto irrisolto.
I dati diventano ancora più eloquenti se si guarda all’età. In povertà assoluta vivono 1 milione e 136mila minori, il 12,5% del totale, contro il 6,1% degli ultrasessantacinquenni. Fra i 18 e i 34 anni la quota è del 12,1%: quasi 1,2 milioni di giovani. Non siamo, dunque, davanti a un fenomeno confinato ai margini del mercato del lavoro o alla vecchiaia. Sono soprattutto le generazioni che dovrebbero crescere, formarsi e costruirsi un’autonomia a pagare il prezzo più alto.
Qualche miglioramento c’è, per esempio fra i bambini dai 7 ai 13 anni, ma il quadro complessivo non cambia. Parlare incessantemente di natalità e futuro del Paese senza misurarsi con oltre un milione di minori poveri significa lasciare fuori dal discorso la condizione materiale in cui quel futuro dovrebbe cominciare.
La questione si lega a un altro luogo comune, quello secondo cui per uscire dalla povertà basterebbe lavorare. Tra le famiglie con persona di riferimento dipendente, l’incidenza della povertà assoluta è dell’8,5%; sale al 14,3% quando questa persona è un operaio o assimilato. Non significa che tutti i lavoratori interessati ricevano necessariamente una paga insufficiente: contano la continuità dell’impiego, gli altri redditi familiari e il numero delle persone da mantenere.
Significa però che avere un occupato in casa non garantisce affatto di superare la soglia della povertà. Se ci sono figli minori e la persona di riferimento è un operaio, l’incidenza sale al 15,5%. È difficile continuare a raccontare il lavoro come un lasciapassare automatico per la sicurezza economica, quando l’Istat misura una vulnerabilità così alta proprio nelle famiglie di chi lavora.
Il numero dei figli accentua lo squilibrio. Fra le coppie con almeno tre figli minori la povertà assoluta raggiunge il 17,7%, mentre fra quelle con un solo figlio minore si ferma al 7,8%. E l’intensità della povertà, cioè la distanza media della spesa delle famiglie povere dalla soglia di riferimento, è del 21,6% per i nuclei con minori, contro il 18,5% generale.
Non soltanto queste famiglie sono più spesso povere: mediamente sono anche più lontane dal livello minimo di spesa. È il dato che dovrebbe accompagnare ogni promessa di sostegno alla genitorialità, ben più delle formule di circostanza sulla famiglia come pilastro della società.
La geografia sociale è altrettanto istruttiva. Nel Mezzogiorno la povertà assoluta riguarda il 9,6% delle famiglie, contro il 6,3% del Centro; eppure il 45,3% di tutte le famiglie povere risiede al Nord. Non è un paradosso: incidenza e distribuzione sono misure diverse. È però un avvertimento contro la comoda idea che la povertà sia una questione esclusivamente meridionale.
Anche la cittadinanza segna una frattura: l’incidenza è del 5,9% nelle famiglie composte soltanto da italiani e del 29,4% in quelle composte soltanto da stranieri. Quei numeri descrivono una disuguaglianza, non autorizzano a scambiare le persone che la subiscono per la sua causa.
L’Istat non emette sentenze sui governi e non stabilisce da solo quali politiche abbiano funzionato: per valutarle servono analisi degli interventi, delle risorse e dei loro effetti. Ma sui risultati sociali la sua rilevazione è difficilmente aggirabile. Nel 2025 la povertà assoluta resta una condizione ordinaria per più di cinque milioni di residenti, con un’incidenza particolarmente alta tra bambini, giovani e famiglie operaie.
È da qui che dovrebbe cominciare la discussione pubblica, invece che dalla ricerca di un decimale da esibire come successo. Chiamarla «stabile» è corretto. «Strutturale» altrettanto corretto. Considerarla accettabile sarebbe una scelta politica.


