Per la prima volta il Burkina Faso può trasformare direttamente il proprio oro in lingotti, senza doverlo spedire all’estero per la raffinazione. Il 28 settembre, nella capitale Ouagadougou, è stata inaugurata RAFFINOR-BF, la prima raffineria nazionale del Paese. Un impianto che rappresenta qualcosa di più di un investimento industriale: il tentativo di cambiare i rapporti economici che per decenni hanno lasciato ai Paesi africani l’estrazione delle materie prime e ad altri una parte delle attività più remunerative.
La nuova raffineria è costata oltre 11 miliardi di franchi CFA, circa 17 milioni di euro. È stata finanziata dallo Stato, attraverso la società nazionale delle sostanze preziose SONASP, insieme a investitori privati. La capacità teorica iniziale è di 164 tonnellate d’oro all’anno, espandibile in futuro a 515.
Per capire il significato dell’operazione basta ricordare che il Burkina Faso, pur essendo uno dei maggiori produttori africani di oro, ha a lungo affidato all’estero la raffinazione del metallo estratto nelle proprie miniere.
L’oro africano cambia proprietario, forma e valore
La questione riguarda buona parte del continente. Secondo SWISSAID, nel 2022 circa 435 tonnellate d’oro sono uscite clandestinamente dall’Africa, per un valore superiore ai 30 miliardi di dollari. Una quota enorme del metallo africano raggiunge gli Emirati Arabi Uniti, dove viene commerciato e raffinato prima di entrare nei circuiti internazionali.
Nel 2024 gli Emirati hanno importato dall’Africa 748 tonnellate d’oro, secondo i dati commerciali analizzati dall’organizzazione svizzera. Non si tratta interamente di traffici illegali, ma le discrepanze tra esportazioni dichiarate e importazioni registrate segnalano la persistenza di importanti circuiti opachi.
A maggio Diogene aveva raccontato il caso del Camerun, dove le quantità d’oro dichiarate ufficialmente risultavano enormemente inferiori a quelle registrate dai Paesi importatori. Una ricchezza che attraversa le frontiere, sfugge ai controlli e riduce le possibilità di incassare entrate pubbliche. Ora alcuni governi africani provano a modificare questo meccanismo.
Il Burkina Faso sceglie la trasformazione nazionale
Il governo del capitano Ibrahim Traoré, arrivato al potere con un colpo di Stato nel 2022, presenta la raffineria come uno strumento di sovranità economica.
L’obiettivo dichiarato è raffinare sul territorio nazionale l’oro proveniente sia dalle miniere industriali sia dall’estrazione artigianale, migliorandone tracciabilità, certificazione e commercializzazione.
Secondo le autorità, l’impianto dovrebbe creare circa cento posti di lavoro diretti e oltre cinquemila indiretti. Sono previsioni, non risultati occupazionali già verificati.
La capacità produttiva annunciata è inoltre superiore alle 94 tonnellate d’oro che, secondo Associated Press, il Paese ha prodotto nel 2025. Il dato indica le potenzialità dell’impianto, ma non garantisce che tutte le sue linee lavoreranno a pieno regime.
La scommessa è economica: trattenere localmente una parte del valore aggiunto, sviluppare competenze industriali, aumentare il controllo sulle esportazioni e migliorare la capacità dello Stato di riscuotere le entrate dovute.
Esiste un problema politico
Il Burkina Faso è governato da una giunta militare che ha rinviato il ritorno alle elezioni e viene accusata da Human Rights Watch di gravi violazioni dei diritti umani, repressione del dissenso e abusi contro la popolazione civile nel conflitto con i gruppi jihadisti.
Controllare le risorse nazionali non significa automaticamente metterle al servizio dei cittadini. La distribuzione dei benefici dipende anche dalla trasparenza delle istituzioni e dalla possibilità di controllare come vengono utilizzati i proventi.
Anche la Costa d’Avorio vuole raffinare il proprio oro
Il Burkina Faso non è solo. Il 16 settembre il governo della Costa d’Avorio ha annunciato che entro il primo semestre del 2027 dovrebbe entrare in funzione una raffineria nazionale capace di trattare, a pieno regime, circa cento tonnellate d’oro all’anno.
L’impianto sarà parte della strategia della Société ivoirienne des métaux précieux, SIMEP, creata per rafforzare il controllo sulla produzione e sulla commercializzazione dell’oro.
La Costa d’Avorio ha aumentato considerevolmente la propria produzione aurifera negli ultimi anni, ma continua a fare i conti con l’estrazione illegale e con i danni ambientali provocati dalle attività minerarie non regolamentate.
A settembre il governo ha inoltre disposto una moratoria di sei mesi sulle nuove autorizzazioni per l’estrazione artigianale e semi-industriale, annunciando misure per riorganizzare il settore.
Anche qui la questione non riguarda soltanto la quantità di metallo estratto. Riguarda chi lo acquista, chi ne certifica la provenienza, chi lo vende e chi incassa i profitti della trasformazione.
Il rischio di una ricchezza che cambia mani, ma non destinatari
L’inaugurazione di una raffineria non cancella automaticamente il contrabbando. E non risolve i problemi delle comunità che vivono vicino alle miniere. Perché l’oro diventi una risorsa collettiva servono controlli ambientali, condizioni di lavoro dignitose, sistemi fiscali efficaci e una gestione verificabile delle entrate pubbliche.
La raffinazione nazionale può trattenere una parte maggiore del valore economico nei Paesi produttori, ma non assicura che quel valore venga redistribuito. È questa la sfida che accompagna le nuove strategie minerarie africane.
Il continente sta cercando di superare un modello nel quale esporta materie prime e importa prodotti trasformati, spesso senza riuscire a convertire la propria ricchezza naturale in sviluppo sociale diffuso. Burkina Faso e Costa d’Avorio indicano una possibile inversione di rotta. Ma il risultato non si misurerà soltanto nelle tonnellate d’oro raffinate o nei lingotti esportati.
Si misurerà nelle entrate effettivamente disponibili per scuole, ospedali, infrastrutture e servizi. Nei salari dei lavoratori. Nelle condizioni delle comunità minerarie. Perché riprendersi l’oro è una cosa. Fare in modo che la sua ricchezza appartenga anche alla popolazione è tutta un’altra storia.


