C’è qualcosa di profondamente malato in una democrazia che, per realizzare un principio di giustizia, finisce per consegnare una comunità nelle mani dell’estrema destra. È quanto sta accadendo a Piddington, un villaggio inglese dell’Oxfordshire, circa 350 abitanti, dove il governo britannico ha deciso di progettare un centro per 1.256 richiedenti asilo, tutti uomini adulti, in una ex base militare nelle vicinanze.
Gli abitanti hanno risposto votando, il 15 settembre, l’indipendenza dal Regno Unito: 285 favorevoli, 26 contrari e una scheda nulla, con un’affluenza vicina al 92%. Naturalmente non sono diventati indipendenti, ma hanno ottenuto quello che cercavano: attirare l’attenzione internazionale su una decisione che ritengono inaccettabile.
La vicenda potrebbe essere liquidata come l’ennesima manifestazione della xenofobia britannica, alimentata da quella destra radicale che trasforma ogni questione migratoria in un’emergenza nazionale. E sarebbe una lettura comoda, perché permetterebbe di evitare la domanda più importante: come viene in mente a un governo democratico di collocare una struttura capace di ospitare tre volte e mezzo la popolazione di un villaggio a ridosso delle sue case, senza nemmeno aver consultato preventivamente le autorità locali?
Non è una supposizione: il Cherwell District Council ha confermato di aver appreso il progetto soltanto poco prima dell’annuncio pubblico, avvenuto il 25 giugno, e ha successivamente presentato un’opposizione formale.
L’accoglienza dei richiedenti asilo è un dovere di civiltà, oltre che una responsabilità giuridica dello Stato. Ma da quando la bontà di un obiettivo rende automaticamente giusti tutti i mezzi per raggiungerlo? Piddington non è un contenitore vuoto nel quale sistemare persone secondo le necessità di un’amministrazione.
È una comunità costruita nel tempo, con le sue relazioni, le abitudini, le conoscenze reciproche, gli spazi condivisi. La vita di un villaggio è fatta anche della prevedibilità dei rapporti quotidiani, del riconoscere chi si incontra per strada, di un equilibrio sociale che non si misura con le statistiche urbanistiche.
Decidere di introdurre nelle sue immediate vicinanze una popolazione temporanea numericamente tre volte superiore significa prevedere una trasformazione di enormi proporzioni, anche quando non comporta automaticamente un pericolo per nessuno.
Il centro, va precisato, non sarebbe dentro Piddington, ma nell’ex Bicester Garrison, tra il villaggio e Upper Arncott. Il progetto prevede un insediamento graduale e servizi propri, sanitari e logistici. Non significa dunque che 1.256 uomini si trasferirebbero improvvisamente nelle strade del paese. Ma nemmeno questa precisazione cancella la sproporzione.
Il governo non può pretendere che gli abitanti considerino irrilevante una trasformazione del genere soltanto perché il terreno interessato si trova oltre i confini dell’abitato. E chi sostiene il diritto all’accoglienza dovrebbe essere il primo a interrogarsi anche sulle condizioni in cui verrebbero sistemate quelle 1.256 persone, concentrate in un’ex installazione militare per una permanenza potenzialmente lunga. La domanda di autorizzazione riguarda infatti un utilizzo temporaneo previsto per dieci anni.
Una parte della politica democratica sembra smarrire gli strumenti culturali necessari a comprendere le società che pretende di governare. Tutto viene ridotto a una contrapposizione tra valori: da una parte la solidarietà, dall’altra l’egoismo; da una parte l’accoglienza, dall’altra la xenofobia.
Ma le persone non vivono dentro le categorie morali della politica. Vivono nei luoghi, nelle case, nelle comunità. Possono considerare giusto accogliere chi fugge da guerre e persecuzioni e, contemporaneamente, ritenere ingiusto che sia proprio il loro piccolo paese a dover sostenere un cambiamento di queste dimensioni. Non c’è alcuna contraddizione.
La contraddizione nasce quando le istituzioni smettono di riconoscere questa distinzione. A quel punto l’estrema destra trova davanti a sé un’autostrada. Non deve inventare il problema, perché il problema della sproporzione esiste ed è documentato. Le basta appropriarsene, trasformando una richiesta di partecipazione democratica in una mobilitazione identitaria contro gli stranieri.
Ed è quello che è avvenuto a Piddington, dove la campagna per l’indipendenza ha utilizzato anche immagini generate dall’intelligenza artificiale che rappresentavano uomini non bianchi come una minaccia per donne e bambini. La protesta ha ricevuto attenzione da ambienti dell’estrema destra e da Elon Musk, che ha contribuito alla sua diffusione sui social.
Molti abitanti intervistati dai media hanno dichiarato di essere contrari al progetto governativo ma altrettanto contrari alla propaganda xenofoba. Hanno votato contro l’indipendenza simbolica e denunciato il clima di paura creato dalla campagna. Per questo sono stati bersagliati da insulti e intimidazioni, fino alla diffusione online del loro indirizzo. La loro vicenda dimostra quanto sia falsa la scelta obbligata che si tenta di imporre: o accetti senza discutere qualsiasi decisione sull’immigrazione, oppure vieni collocato nel campo dei suoi nemici. È esattamente questa semplificazione a distruggere lo spazio della politica democratica.
La proclamazione di indipendenza ha precedenti europei, anche se quasi tutti di segno molto diverso. Nel 1977 gli abitanti di Frestonia, una comunità londinese di artisti e occupanti di edifici abbandonati, si dichiararono indipendenti per contrastare gli sfratti. Nel 1980 gli ambientalisti tedeschi fondarono la Repubblica libera del Wendland per opporsi al progetto di un deposito di scorie nucleari vicino a Gorleben.
Nel 1991 gli abitanti di Vevčani, nell’attuale Macedonia del Nord, proclamarono una propria repubblica dopo anni di conflitti sulla gestione delle sorgenti d’acqua e nel contesto della dissoluzione jugoslava. Christiania, a Copenaghen, aveva invece rivendicato fin dal 1971 uno spazio di autogestione e sperimentazione sociale. Esperienze differenti, nelle quali l’indipendenza simbolica serviva soprattutto a difendere o conquistare forme di libertà e autonomia.
A Piddington il punto di partenza è diverso: impedire una trasformazione del territorio decisa dal governo centrale. E la protesta, anziché svilupparsi attorno a un progetto alternativo di convivenza, è stata in parte assorbita dalla propaganda contro l’immigrazione.
Sul piano costituzionale il referendum non ha alcun valore. Nel sistema britannico la sovranità appartiene al Parlamento di Westminster e nessuna comunità locale può decidere unilateralmente di sottrarsi alla legislazione nazionale. Il governo centrale ha competenze in materia di asilo e obblighi di assistenza verso le persone prive di mezzi che chiedono protezione. Non esiste un diritto degli abitanti di Piddington a scegliere chi possa soggiornare nel territorio circostante.
Ma esistono procedure amministrative, vincoli urbanistici e diritti di partecipazione che non possono essere considerati fastidi da aggirare. La procedura speciale utilizzata dal governo attribuisce la decisione finale alle autorità centrali, non al consiglio distrettuale. La legittimità di questo potere, tuttavia, non risolve il problema del modo in cui viene esercitato.
Qui si trova il nodo politico della vicenda. La democrazia non è soltanto il rispetto delle regole e la tutela dei diritti individuali. È anche la capacità di costruire consenso, riconoscere i conflitti e distribuire equamente le responsabilità collettive. Se l’accoglienza è un obbligo nazionale, non può diventare un peso concentrato sproporzionatamente su una singola comunità, tanto più senza averne discusso con gli interessati. E se la risposta alle obiezioni consiste nel considerarle automaticamente espressioni di razzismo, si finisce per regalare alla destra reazionaria il ruolo di unica forza disposta a prenderle sul serio.
Non sappiamo quanti abitanti di Piddington condividano davvero le idee dell’estrema destra. Il risultato del referendum non permette di stabilirlo e sarebbe scorretto trasformare 285 voti contro una decisione governativa in altrettante adesioni politiche alla xenofobia. Sappiamo però che una protesta nata intorno a una scelta concreta è diventata un’occasione di mobilitazione per quelle forze. E che una parte della responsabilità politica di questa trasformazione va cercata anche nell’incapacità delle istituzioni di riconoscere la portata delle proprie decisioni.
Le democrazie europee attraversano una crisi di consenso che non si risolve contrapponendo astrattamente i valori democratici alle paure dei cittadini. Le paure possono essere infondate, manipolate o alimentate deliberatamente. Ma possono anche nascere da decisioni sproporzionate, da trasformazioni imposte e dalla sensazione, non sempre immaginaria, di non contare più nulla. La politica dovrebbe saper distinguere queste situazioni. Quando rinuncia a farlo, lascia che siano gli estremisti a interpretarle tutte.



