Sanità pubblica, 5,8 milioni di italiani senza cure

In Italia 5,8 milioni di persone hanno rinunciato nel 2024 ad almeno una visita medica o a un esame diagnostico. Quasi un cittadino su dieci ha dovuto rinunciare alle cure per ragioni economiche o per i tempi di attesa troppo lunghi. È il dato più allarmante del nono Rapporto della Fondazione GIMBE sul Servizio sanitario nazionale, presentato il 7 ottobre alla Camera dei Deputati. Una fotografia che racconta il progressivo indebolimento della sanità pubblica e la trasformazione di un diritto costituzionale in un servizio sempre più condizionato dal reddito e dal luogo di residenza.

Il governo Meloni rivendica l’aumento delle risorse destinate alla sanità. In termini assoluti, il Fondo sanitario nazionale è effettivamente cresciuto, passando dai 125,4 miliardi del 2022 ai 142,9 miliardi del 2026. Ma il dato cambia se rapportato alla ricchezza prodotta dal Paese. Nel 2022 il Fondo rappresentava il 6,27% del PIL, mentre nel 2026 la percentuale è scesa al 6,14%. Secondo GIMBE, mantenendo costante la quota del 2022, tra il 2023 e il 2026 il Servizio sanitario avrebbe ricevuto 18,8 miliardi di euro in più. Non sono tagli nominali ai finanziamenti già stanziati, ma risorse mancate rispetto alla crescita economica.

L’inflazione ha aggravato ulteriormente la situazione. Tra il 2010 e il 2026 il finanziamento nominale della sanità è aumentato di 37,5 miliardi, ma il suo valore reale è sostanzialmente tornato ai livelli di sedici anni fa. Nel frattempo la popolazione è invecchiata, sono aumentate le malattie croniche e i costi delle prestazioni. La sanità pubblica deve quindi rispondere a bisogni crescenti senza un corrispondente rafforzamento della propria capacità finanziaria. Una situazione che deriva da scelte politiche accumulate nel corso di governi di diverso orientamento, ma che l’attuale esecutivo non ha invertito.

Il confronto internazionale è impietoso. Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana è stata pari al 6,2% del PIL, contro una media OCSE del 7,1%. In termini pro capite, a parità di potere d’acquisto, l’Italia ha speso 3.952 dollari per abitante, 909 meno della media OCSE e 1.013 meno della media europea. Tra i Paesi del G7 siamo ultimi per spesa sanitaria pubblica pro capite. Il divario rispetto alla media europea, rapportato alla popolazione italiana, supera i 36 miliardi di euro.

Le conseguenze si scaricano direttamente sulle famiglie. Nel 2025 la spesa sanitaria complessiva ha raggiunto 190,1 miliardi, dei quali 42,4 pagati direttamente dai cittadini e quasi sette attraverso assicurazioni e fondi sanitari. La crescita della sanità privata non rappresenta necessariamente un problema quando deriva da una libera scelta. Lo diventa quando pagare è l’unico modo per ottenere una prestazione in tempi accettabili. Nel 2024 circa quattro milioni di persone hanno indicato le liste d’attesa tra le cause della rinuncia alle cure, mentre 3,1 milioni hanno segnalato difficoltà economiche. Le due condizioni possono sovrapporsi. La quota complessiva di cittadini che hanno rinunciato è passata dal 7,6% del 2023 al 9,9% del 2024.

Si sta così consolidando un sistema sanitario a due velocità. Chi dispone di risorse economiche può rivolgersi alle strutture private, mentre chi non può permetterselo resta in attesa o rinuncia. Tra il 2016 e il 2024 la spesa privata tracciata presso strutture non accreditate è cresciuta del 169%, passando da 3,05 a 8,2 miliardi. Nel 2025 anche il mercato delle assicurazioni sanitarie volontarie è aumentato del 12,7%, raggiungendo 5,29 miliardi. Non si tratta semplicemente dell’espansione di un settore economico, ma del rischio che la capacità di pagare diventi una condizione sempre più importante per esercitare il diritto alla salute.

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Un altro elemento critico riguarda il personale sanitario. L’Italia dispone formalmente di 5,8 medici ogni mille abitanti, contro una media OCSE di quattro, ma oltre 88 mila non lavorano nel Servizio sanitario nazionale e non sono impegnati nella formazione post-laurea. Per i medici di famiglia GIMBE stima una carenza di 5.716 professionisti. Ancora più grave la situazione degli infermieri: 6,9 ogni mille abitanti contro una media OCSE di 9,7, con retribuzioni ospedaliere inferiori del 27% rispetto alla media internazionale. Il problema non è soltanto formare nuovi professionisti, ma rendere il servizio pubblico sufficientemente attrattivo da trattenerli.

Alle difficoltà economiche e organizzative si aggiungono le disuguaglianze territoriali. Nel 2025 il finanziamento sanitario indistinto è stato mediamente di 2.218 euro per abitante, ma la Campania, con 2.173 euro, ha ricevuto la quota più bassa tra le Regioni a statuto ordinario. Il sistema di ripartizione considera soprattutto l’età della popolazione, attribuendo un peso ancora limitato alle condizioni di povertà e disagio sociale. Intanto la mobilità sanitaria tra Regioni ha raggiunto nel 2023 il valore record di 5,15 miliardi di euro. Il luogo in cui si vive continua a influenzare profondamente le possibilità di ricevere assistenza.

Nemmeno il PNRR offre, per il momento, garanzie sufficienti di cambiamento. Secondo GIMBE, per sette dei dieci obiettivi conclusivi della Missione Salute non sono disponibili informazioni pubbliche abbastanza dettagliate da consentire una verifica indipendente. Il problema, inoltre, non si esaurisce nella costruzione delle Case della Comunità o nell’acquisto di nuove apparecchiature: senza personale e finanziamenti continuativi, le strutture rischiano di non garantire i servizi promessi.

Le prospettive finanziarie dei prossimi anni alimentano ulteriori preoccupazioni. Secondo le stime della Fondazione, tra il finanziamento del Fondo sanitario e la spesa sanitaria prevista si aprirà un divario complessivo di 32,3 miliardi nel triennio 2027-2029. Uno squilibrio che, in assenza di risorse aggiuntive, potrebbe ricadere sulle Regioni e quindi sui cittadini, attraverso maggiori imposte o un ulteriore ridimensionamento dei servizi.

Il rapporto GIMBE descrive una crisi che non coincide con il collasso del sistema sanitario, ancora capace di garantire risultati importanti, ma con la sua progressiva perdita di universalità. Il Servizio sanitario nazionale, istituito nel 1978, nasceva per sottrarre il diritto alle cure alle disuguaglianze economiche.

Oggi quelle disuguaglianze stanno tornando a determinare chi può curarsi tempestivamente e chi no. Non occorre abolire formalmente la sanità pubblica per svuotarla della sua funzione: basta renderne sempre più difficile l’accesso. I 5,8 milioni di italiani che hanno rinunciato a visite ed esami dimostrano quanto questo processo sia già avanzato. E quanto il diritto alla salute, garantito dall’articolo 32 della Costituzione, rischi di diventare per una parte crescente della popolazione una promessa senza riscontro nella vita quotidiana.

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