In Italia, il diritto alla salute si sta trasformando, si è già trasformato, in un lusso che molti non possono più permettersi. Mentre il sistema sanitario pubblico affonda sotto il peso dei tagli e della cattiva gestione, milioni di cittadini restano senza accesso a cure essenziali.
Il rapporto 2023 di Cittadinanzattiva fotografa una realtà allarmante: 4,5 milioni di italiani hanno dovuto rinunciare a visite o trattamenti medici a causa delle interminabili liste d’attesa e dell’impossibilità di permettersi il settore privato. Un dato raddoppiato rispetto all’anno precedente, che riflette il peggioramento delle condizioni di accesso alle cure.
Uno dei problemi più gravi è legato ai tempi d’attesa: ottenere una visita oncologica di controllo richiede in media 480 giorni, mentre una visita oculistica programmabile può richiedere fino a 468 giorni. Per un ecodoppler tronchi sovra-aortici, si parla di oltre 500 giorni di attesa.
A questo si aggiunge il divario tra Nord e Sud del Paese. Le regioni del Mezzogiorno, già colpite da una carenza cronica di personale medico e strutture adeguate, registrano tempi di attesa ancora più lunghi. Questo ha spinto migliaia di persone a cercare cure nelle regioni settentrionali, creando una forma di mobilità sanitaria che aggrava le disuguaglianze territoriali.
Ma la crisi non si limita alle liste d’attesa. Sempre più italiani sono costretti a rivolgersi al privato per ottenere cure in tempi ragionevoli. La spesa sanitaria a carico delle famiglie è aumentata del 22,8% nell’ultimo anno, un incremento insostenibile per le fasce più vulnerabili della popolazione.
Il costo delle prestazioni private è cresciuto al punto che molte persone si vedono costrette a scegliere tra la propria salute e altre necessità di base.
Il problema è che il sistema sanitario pubblico, su cui dovrebbe poggiare il diritto alla salute, è stato definanziato per anni. Dal 2010 al 2019, sono stati sottratti oltre 37 miliardi di euro alla sanità pubblica. Nel periodo 2010-2015, il grosso dei tagli ha pesato come un macigno, con 25 miliardi in meno destinati al settore, mentre i restanti 12 miliardi sono venuti a mancare nei cinque anni successivi.

Questo ha portato a una diminuzione dei servizi offerti e a un peggioramento delle condizioni di lavoro del personale medico. La pandemia ha evidenziato le lacune del sistema, ma non ha portato le riforme strutturali necessarie per garantire il diritto alla salute a tutti.
Al Sud, la situazione è ancora più critica. Molti cittadini sono costretti a spostarsi verso il Nord per ricevere cure adeguate. Le regioni settentrionali, come Lombardia e Veneto, hanno un’offerta sanitaria più avanzata e digitalizzata, ma la crescente pressione rischia di mettere in crisi anche queste aree. Il sistema sanitario, già fragile, non è in grado di sopportare il peso delle migliaia di persone che si spostano ogni anno per accedere alle cure.
E cosa fa il governo di fronte a questa crisi? Anziché investire nella sanità pubblica, si prosegue con tagli e austerità. La legge di bilancio prevede ulteriori riduzioni dei fondi destinati alla sanità, alla scuola e alla previdenza, aggravando una situazione già critica. Invece di rafforzare i servizi pubblici, il governo sembra suggerire, implicitamente, di non ammalarsi. Per chi può permetterselo, la sanità privata è una via d’uscita. Per gli altri, la rinuncia diventa l’unica opzione.
Questo declino della sanità pubblica è un segno inequivocabile di una gestione fallimentare, che lascia milioni di cittadini indifesi. La salute, che dovrebbe essere un diritto universale, è diventata un privilegio per pochi. E se il governo non interviene, la povertà sanitaria è destinata a crescere, insieme al divario tra chi può permettersi di curarsi e chi, invece, è costretto a sperare di non ammalarsi.



