Leggendo i commenti, a sinistra, o in quella cosa che continuiamo per convenzione a chiamare così, sull’avanzata imponente dei neonazisti di AfD in Germania e, più in generale, nel vecchio continente, emergono soprattutto due spiegazioni. La prima attribuisce la rabbia popolare al sostegno all’Ucraina e alle spese che ne derivano per i governi europei. La seconda fa coincidere la crescita dell’AfD con l’impoverimento della popolazione.
In entrambi i casi si cerca una causa esterna che consente di evitare la questione più scomoda: la responsabilità di una scelta autonoma e consapevole. È la stessa logica di quei genitori per i quali, quando un figlio prende una brutta strada, la colpa è sempre degli amici, della scuola, della società, di chiunque tranne che di lui.
I numeri, del resto, rendono difficile sostenere che l’esplosione dell’AfD sia semplicemente il prodotto di una nuova miseria. In Sassonia-Anhalt il partito è passato dal 20,8% del 2021 al 43,8% del 2026, più che raddoppiando i consensi, mentre la disoccupazione è salita soltanto dal 7,3 all’8,2%. Nel 2016, quando era ancora più alta, al 9,6%, l’AfD si era fermata al 24,3%.
Anche gli indicatori di disagio materiale non mostrano un crollo paragonabile: dopo lo shock inflazionistico i salari reali hanno recuperato e la quota di persone a rischio di povertà o esclusione sociale è scesa dal 28,2% del 2023 al 24,1% del 2025. Non c’è stato, insomma, un raddoppio della miseria capace di spiegare un raddoppio dell’estrema destra.
Questo non significa che la condizione sociale sia irrilevante. L’AfD raccoglie molti più voti tra chi giudica cattiva la propria situazione finanziaria, tra gli operai e tra gli elettori con basso livello di istruzione. Ma qui il punto sembra essere meno la povertà in sé che la percezione del declino: la paura di non riuscire a pagare le bollette, di perdere il proprio tenore di vita, di ricevere meno di quanto si ritiene dovuto.
Tra il 2021 e il 2026 la quota di chi giudica positivamente la situazione economica del Land è crollata dal 47 al 20%, mentre quella di chi lo considera preparato per il futuro è scesa dal 41 al 28%. È su questa paura che l’estrema destra costruisce il proprio consenso. Ma trasformare la paura in un voto neonazista resta una scelta politica. Spiegarla è necessario; assolverla, no.
Lo stesso vale per la guerra in Ucraina. Il tema ha certamente inciso: il 57% degli elettori della Sassonia-Anhalt approva la richiesta dell’AfD di interrompere le forniture di armi a Kiev e tra gli elettori del partito la percentuale sale addirittura al 92%; inoltre il 29% degli intervistati considera proprio l’AfD il partito più capace di garantire la pace in Europa. Ma da qui a sostenere che siano le spese per l’Ucraina ad aver prodotto il raddoppio dei consensi c’è un salto che i dati non consentono.
La contrarietà alle forniture di armi è condivisa anche da altre forze politiche, il 52% degli elettori, per esempio, apprezza la posizione della Linke contro ulteriori invii, senza che queste abbiano conosciuto nulla di paragonabile all’esplosione dell’AfD.
L’Ucraina è dunque uno dei terreni sui quali l’estrema destra ha costruito il proprio consenso, non una spiegazione sufficiente di quel consenso: ancora una volta una preoccupazione reale viene trasformata in scelta politica, e quella scelta non diventa meno autonoma né meno responsabile solo perché possiamo ricostruire le paure sulle quali è stata costruita.
Ed eccoci tornati al punto di partenza. Né la guerra in Ucraina né l’impoverimento spiegano da soli l’esplosione dell’AfD: possono creare paura, rabbia, risentimento, offrire terreno fertile alla propaganda, ma non trasformano automaticamente milioni di persone in elettori dell’estrema destra.
Continuare a cercare una causa esterna che assolva chi compie quella scelta significa infantilizzare l’elettorato: come se votare AfD fosse una reazione meccanica alla bolletta, al prezzo del gas o agli aiuti a Kiev, e non un atto politico compiuto sapendo perfettamente chi si sta votando.
Le condizioni sociali vanno capite, le paure vanno analizzate, le responsabilità dei governi vanno denunciate. Ma a un certo punto resta una scelta. E se quella scelta premia un partito razzista, nazionalista e autoritario, non si può continuare a raccontare che la colpa è sempre di qualcun altro.
L’estrema destra quindi riesce a trasformare il risentimento in politica. Dire che l’AfD trasforma il risentimento in politica significa ammettere una cosa che a sinistra nessuno vuole sentirsi dire: i neonazisti, oggi, sanno fare politica meglio. Non perché abbiano idee migliori, ma perché hanno capito una cosa elementare che la sinistra ha dimenticato.
La gente non vota sulla base di un foglio Excel. Vota dentro una storia che qualcuno le racconta su ciò che le sta succedendo. L’AfD prende paura, frustrazione, precarietà, nostalgia, rabbia e le mette in ordine: ti dice chi sei, che cosa hai perso, chi te lo ha tolto e contro chi devi prendertela. È una costruzione spesso falsa e infame, ma è una costruzione politica.
Dall’altra parte c’è il deserto. Perché un operaio che teme di scivolare verso il basso non nasce con scritto in fronte che voterà fascista. Può pensare che il problema siano salari troppo bassi, contratti indecenti, rendite, profitti, servizi pubblici smantellati e un sistema economico che distribuisce ricchezza verso l’alto.
Oppure può convincersi che il problema sia l’immigrato, Bruxelles, l’Ucraina, il rifugiato che prende cinquanta euro più di lui o il vicino che prega un dio diverso. Nessuna delle due letture è naturale. Qualcuno deve costruirla. Se la seconda prevale, significa che qualcuno ha fatto politica e qualcun altro no.
E infatti quella che chiamiamo sinistra troppo spesso non fa politica: amministra, corregge, certifica, moralizza. Ti spiega che il Pil è cresciuto dello zero virgola qualcosa, che il bonus arriverà a novembre, che tecnicamente non sei povero e che comunque non dovresti essere arrabbiato con gli immigrati.
Dopodiché arriva l’estrema destra e dice: ti stanno fregando, so chi è stato, vieni con noi. È una menzogna? Molto spesso sì. Ma almeno pretende di dare un senso alla realtà. Tra chi offre una visione del mondo e chi offre un modulo da compilare, non dovrebbe stupire troppo chi riesca a mobilitare milioni di persone.
Il vero fallimento, allora, non è che la sinistra non abbia saputo “intercettare il disagio”, formula ormai buona per qualsiasi convegno inutile. È che ha lasciato agli altri il monopolio della sua interpretazione. Ha abbandonato il conflitto, il linguaggio degli interessi, perfino l’ambizione di dire chi guadagna e chi perde dentro una società. E il vuoto non è rimasto vuoto: lo hanno riempito i fascisti.
Poi possiamo continuare a stupirci perché prendono il 43,8%, spiegandoci che è colpa della povertà, dell’Ucraina, dei social o del vento contrario. È certamente più rassicurante che ammettere di aver lasciato ai neonazisti il lavoro fondamentale della politica: spiegare alle persone il mondo in cui vivono.
E allora forse dovremmo smetterla di cercare continuamente qualcuno che assolva chi vota fascista. La povertà spiega molte cose, la paura altrettante, la propaganda ancora di più. Ma nessuna di queste prende una matita e mette una croce sulla scheda. A farlo è un cittadino adulto, dentro una società che gli offre alternative, per quanto deboli o screditate possano essere.
Se poi sceglie chi gli promette ordine, esclusione e nemici da odiare, quella scelta va capita fino in fondo, ma va anche chiamata con il suo nome. E soprattutto va combattuta facendo politica, non inventando alibi per chi la compie. Perché a forza di spiegare il fascismo così bene da non trovare più nessun fascista responsabile del proprio voto, abbiamo già perso molto più di un’elezione.
Abbiamo consegnato ai fascisti anche l’ultima cosa che dovrebbe restare alla politica democratica: la responsabilità delle proprie scelte.


