Negli Stati Uniti quasi 3 milioni di bambini sotto i cinque anni vivono in povertà, il 16,5% del totale. È su questa fascia della popolazione che interviene la riforma di Head Start proposta dall’amministrazione Trump.
Head Start è un programma federale nato nel 1965 nell’ambito della “guerra alla povertà” dell’amministrazione Johnson. Offre ai bambini delle famiglie a basso reddito, dalla nascita ai cinque anni, educazione prescolare ma anche pasti, controlli sanitari, sostegno per le disabilità e servizi rivolti alle famiglie. L’obiettivo originario era compensare almeno in parte gli svantaggi che un bambino povero accumula già prima dell’ingresso nella scuola dell’obbligo.
Il programma dispone di oltre 12 miliardi di dollari l’anno. Nell’anno 2023-24 ha raggiunto complessivamente 805.919 bambini, donne incinte e famiglie, con 715.873 posti finanziati. Il 15% dei bambini assistiti aveva una disabilità riconosciuta e circa 55 mila famiglie servite dal programma si trovavano in condizioni di senza dimora.
La proposta pubblicata dall’amministrazione Trump il 7 agosto prevede l’eliminazione o la riscrittura di oltre 1.400 prescrizioni federali. Il governo sostiene che le norme accumulate negli anni abbiano reso Head Start eccessivamente costoso e burocratico e vuole trasferire maggiore autonomia agli Stati e ai gestori locali.
Uno dei cambiamenti più rilevanti riguarda il numero di bambini affidati a ciascun educatore. Oggi Head Start impone limiti federali più severi rispetto alle normali licenze statali. La riforma eliminerebbe quei limiti nazionali e permetterebbe ai programmi di applicare gli standard del proprio Stato. Lo stesso Dipartimento della Salute riconosce che gli attuali rapporti tra personale e bambini sono più restrittivi di quelli previsti quasi ovunque negli Stati Uniti.

Il vantaggio previsto dal governo è economico. A regime, nel 2031, la riforma potrebbe ridurre o riallocare circa 2,2 miliardi di dollari l’anno di spese. Le risorse liberate consentirebbero, secondo le stime federali, di finanziare circa 162 mila posti aggiuntivi senza aumentare gli stanziamenti complessivi.
La scelta è quindi abbastanza precisa: aumentare il numero dei bambini assistiti riducendo il costo medio del servizio.
Un’analisi del Children’s Equity Project dell’Arizona State University contesta però l’equivalenza tra gli standard Head Start e quelli utilizzati per autorizzare un normale centro per l’infanzia. Le licenze statali stabiliscono principalmente le condizioni minime necessarie per operare in sicurezza; Head Start ha invece costruito nel tempo requisiti specifici su educazione, salute, sviluppo infantile e sostegno familiare.
L’amministrazione precisa che gli obblighi previsti direttamente dalla legge resterebbero in vigore, compresi quelli relativi all’accesso dei bambini con disabilità, alla sicurezza, ai controlli e al coinvolgimento dei genitori. La riforma, al momento, è ancora una proposta sottoposta a consultazione pubblica.
Il confronto riguarda dunque il modo in cui utilizzare risorse limitate in un paese dove la povertà infantile resta molto alta. Nel 2024 i bambini poveri sotto i cinque anni erano 2,97 milioni. Head Start dispone oggi di meno di 716 mila posti finanziati contemporaneamente. Ampliare l’accesso senza aumentare significativamente la spesa significa intervenire sul costo e sulla quantità dei servizi offerti a ciascun bambino.
Head Start nacque sessant’anni fa sulla premessa che per affrontare la povertà infantile non bastasse un posto all’asilo, ma servissero insieme istruzione, salute, alimentazione e sostegno alla famiglia. La riforma Trump mantiene il programma, ma ne modifica l’impostazione: più posti disponibili, standard federali meno stringenti e maggiore dipendenza dalle regole stabilite dai singoli Stati.



