La Nigeria non ha una guerra. Ne ha almeno cinque

Trenta morti, tra cui otto bambini, un villaggio distrutto nello Stato di Kaduna. Ancora una volta la notizia arriva in Europa con una formula ormai familiare: “uomini armati”. Nessuno rivendica la strage, nessuno sa con certezza chi abbia sparato, eppure il riflesso condizionato è sempre lo stesso: Boko Haram.

Il problema è che, molto probabilmente, Boko Haram con questa strage non c’entra.

L’attacco è avvenuto nella notte tra il 26 e il 27 luglio a Naridon, nello Stato di Kaduna, nel nord-ovest della Nigeria. Le testimonianze raccolte dalle agenzie di stampa internazionali parlano di uomini armati arrivati nel villaggio poco dopo la mezzanotte.

Nel bilancio ci sono case incendiate, almeno trenta morti, otto bambini tra le vittime e forze di sicurezza giunte soltanto diverse ore dopo, quando ormai era troppo tardi. Nessun gruppo ha rivendicato l’attacco e le autorità non hanno indicato responsabili.

È proprio questo il punto. Ogni volta che in Nigeria avviene una strage, il racconto occidentale tende a ridurre tutto alla stessa spiegazione: terrorismo islamico. Ma la Nigeria del 2026 è attraversata da conflitti molto diversi tra loro, che spesso si sovrappongono ma raramente coincidono.

La prima guerra è quella che tutti conoscono. Boko Haram, nato nel 2002 e diventato un’insurrezione armata dal 2009, continua a operare soprattutto negli Stati nord-orientali di Borno, Yobe e Adamawa. Negli anni il gruppo si è frammentato.

Una parte è rimasta fedele alla leadership storica, un’altra ha dato vita allo Stato islamico della Provincia dell’Africa occidentale, l’Iswap, affiliato all’Isis. È questa la guerra che per oltre quindici anni ha monopolizzato l’attenzione internazionale.

Ma Kaduna non è il Borno. Nel nord-ovest il problema principale è rappresentato da quelle che le autorità chiamano semplicemente bandits, bande armate che nascono come gruppi criminali e vivono di sequestri di persona, furti di bestiame, estorsioni, controllo delle miniere d’oro illegali e traffico di armi.

Non combattono necessariamente per motivi religiosi. Combattono perché la violenza è diventata un’attività economica.

Esiste poi una terza guerra, spesso raccontata in modo superficiale come scontro tra cristiani e musulmani. In realtà, soprattutto nella cosiddetta Middle Belt, il conflitto nasce dalla competizione per la terra e per l’acqua tra allevatori nomadi e agricoltori sedentari.

La desertificazione che avanza dal Sahel verso sud, unita alla crescita della popolazione e ai cambiamenti climatici, rende sempre più difficile la convivenza. La religione finisce spesso per aggravare lo scontro, ma raramente ne rappresenta la causa originaria.

C’è poi la violenza delle milizie etniche e dei gruppi di autodifesa. Comunità che si armano perché non credono più nella capacità dello Stato di proteggerle. Ogni attacco genera una rappresaglia, ogni rappresaglia prepara quella successiva. In molte aree del Paese il monopolio della forza appartiene ormai più ai gruppi locali che allo Stato federale.

By LCPL Nathan E. Eason, USMC – This tag does not indicate the copyright status of the attached work. A normal copyright tag is still required. See Commons:Licensing., Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=152127705

Infine c’è il fenomeno più recente e più difficile da interpretare. Alcune reti jihadiste stanno cercando di penetrare proprio nei territori controllati dalle bande criminali del nord-ovest, offrendo denaro, armi, protezione e una copertura ideologica a gruppi che fino a pochi anni fa erano interessati soltanto ai riscatti e al controllo del territorio.

È uno scenario in evoluzione che rende sempre più difficile distinguere dove finisca la criminalità organizzata e dove cominci il terrorismo.

Per questo il termine “uomini armati”, utilizzato dalle agenzie internazionali, non è pigrizia giornalistica. È prudenza. Sul terreno le appartenenze cambiano continuamente.

Lo stesso gruppo può comportarsi come una banda criminale, collaborare occasionalmente con reti jihadiste, stringere alleanze con milizie locali o limitarsi a controllare un’area attraverso il terrore. Le categorie con cui l’Occidente è abituato a leggere i conflitti spesso non bastano più.

In questo contesto anche il ritardo dei soccorsi assume un significato diverso. Gli abitanti di Naridon raccontano di aver chiesto aiuto mentre l’attacco era ancora in corso. Le forze di sicurezza sono arrivate ore dopo. Non è un’eccezione.

La Nigeria conta oltre 220 milioni di abitanti distribuiti su un territorio vastissimo, con aree rurali difficili da controllare, forze di polizia sotto organico, servizi di intelligence insufficienti e una corruzione che da anni mina l’efficacia delle istituzioni.

Ogni strage alimenta la sfiducia della popolazione e spinge nuove comunità ad armarsi autonomamente, innescando un circolo vizioso.

Anche una notizia passata quasi inosservata nei mesi scorsi aiuta a capire la complessità del quadro. Nel dicembre 2025 gli Stati Uniti hanno condotto, in coordinamento con il governo nigeriano, attacchi contro obiettivi riconducibili allo Stato islamico nello Stato di Sokoto, nel nord-ovest del Paese.

Molti hanno letto quei bombardamenti come una prova dell’espansione di Boko Haram. In realtà riguardavano reti jihadiste diverse e confermavano piuttosto il tentativo dello Stato islamico di inserirsi in un’area già destabilizzata dalla criminalità organizzata.

La strage di Naridon, quindi, non è soltanto un’altra tragedia africana destinata a scomparire dalle prime pagine nel giro di ventiquattr’ore. È il promemoria di quanto sia diventata complessa la crisi nigeriana.

Continuare a raccontarla come una semplice guerra contro Boko Haram significa semplificare un mosaico fatto di terrorismo, bande armate, conflitti per le risorse, rivalità etniche e collasso dello Stato.

La Nigeria non ha una guerra. Ne ha almeno cinque. E forse è proprio questo il motivo per cui, dopo oltre quindici anni di sangue, nessuno è ancora riuscito a vincerne nemmeno una.

By ApplodionBorysk5 – Own workThis file was derived from: Nigeria relief location map.jpg, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=106148510