Nigeria: cosa c’è dietro i rapimenti di massa

Nel nord della Nigeria i bambini vanno a scuola sapendo che, da un momento all’altro, la campanella può suonare per l’ultima volta. Non perché la scuola chiude, ma perché arrivano uomini armati.

Venerdì scorso, all’alba, è toccato agli alunni della St. Mary’s Catholic School di Papiri, nello Stato di Niger: più di trecento studenti e una dozzina di insegnanti portati via da una colonna di uomini armati. È il secondo rapimento collettivo in una settimana. Nel vicino Stato di Kebbi, pochi giorni prima, venticinque ragazze erano state sequestrate durante la notte, mentre il vicepreside veniva ucciso nel tentativo di fermare gli aggressori.

Una cinquantina di studenti di Papiri è riuscita a scappare, correndo nella savana e nascondendosi tra i campi. Ma oltre duecentocinquanta bambini e insegnanti restano nelle mani dei rapitori. Lo Stato ha reagito chiudendo tutte le scuole della regione “fino a nuovo ordine”, sancendo una verità che nessuno vuole ammettere: oggi, in ampie zone della Nigeria, l’istruzione è diventata un’attività a rischio.

Per chi guarda dall’esterno, è un ritorno al copione che nel 2014 portò nel dibattito mondiale le ragazze di Chibok. Ma da allora i numeri sono cresciuti e i rapimenti sono diventati un mercato stabile. Le tappe sono ben note: Dapchi nel 2018, Katsina nel 2020, Zamfara nel 2021, Kaduna nel 2024. A ogni ondata, centinaia di studenti scompaiono nella foresta, per poi essere liberati dopo settimane, tra trattative opache e riscatti negati ufficialmente ma tollerati come unica via d’uscita.

Oggi la geografia della violenza è più ampia e più sfumata di quella stagione dominata da Boko Haram. Nel nord-est resta forte l’insurrezione jihadista, divisa tra le fazioni storiche e i gruppi affiliati allo Stato Islamico. Nel nord-ovest e nel centro-nord, invece, avanzano i “banditi”: pastori armati, milizie locali, reti criminali che vivono di estorsioni e sequestri. La scuola è un bersaglio perfetto: garantisce visibilità, crea pressione politica e assicura guadagni rapidi.

Sotto la superficie religiosa, è la logica economica a governare: si rapiscono centinaia di bambini per negoziare collettivamente, mentre le famiglie pagano riscatti individuali vendendo bestiame, terreni, case. Nelle regioni più povere, la scelta più “razionale” per molti genitori diventa tenere i figli a casa. Dove la scuola non è più sicura, l’ascensore sociale si ferma e la vulnerabilità cresce.

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Lo Stato risponde soprattutto con la forza: operazioni militari, bombardamenti, incursioni nelle foreste. Troppo spesso, però, le operazioni colpiscono civili, alimentano sfiducia e lasciano intatte le reti criminali. Anche i cambi al vertice della sicurezza – l’ennesimo avvicendamento nelle ultime settimane – faticano a produrre risultati. Nel frattempo, arrivano nuovi accordi per la vendita di armi e tecnologie militari, presentati come soluzioni strutturali a un problema che nasce dalla povertà, dal collasso dei servizi pubblici e dall’abbandono di intere regioni.

Il dibattito internazionale oscilla tra indignazione e narrazioni distorte. C’è chi parla di “persecuzione dei cristiani”, chi di “fallimento dello Stato”, chi riduce tutto a una minaccia jihadista. Ma negli ultimi rapimenti, come in molti precedenti, le vittime sono cristiani e musulmani insieme, e la violenza segue soprattutto le linee della marginalità: villaggi senza infrastrutture, frontiere porose, comunità rurali lasciate senza protezione.

Le comunità religiose – vescovi, pastori, imam – chiedono la liberazione dei bambini e denunciano un Paese che sta normalizzando l’impensabile. Le associazioni degli insegnanti parlano apertamente di “Paese sotto assedio”, mentre la risposta istituzionale continua a oscillare tra chiusura delle scuole, promesse di pattugliamenti e qualche arresto utile alla propaganda.

Il punto, però, è un altro: la Nigeria è diventata il laboratorio di un fenomeno globale in cui il rapimento di massa smette di essere un’eccezione e diventa un modello di gestione del territorio. Dove lo Stato arretra, la violenza riempie lo spazio. E la scuola, che dovrebbe emancipare dalla povertà, diventa un bancomat umano nelle mani di gruppi sempre più potenti.

Se si vuole parlare di sicurezza, bisognerebbe partire da ciò che accade nelle aule: bambini che dormono con le scarpe ai piedi per scappare più in fretta, insegnanti che vanno al lavoro come se attraversassero una zona di guerra, famiglie che devono scegliere tra l’istruzione e la sopravvivenza. Tutto il resto rischia di essere solo un modo per non vedere che, in una parte del mondo, andare a scuola è diventato un atto di coraggio che nessuno è più in grado di garantire.

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