Piano casa, il patrimonio pubblico resta a rischio

Il ritiro dell’emendamento dei relatori sulla vendita degli immobili pubblici è una buona notizia. Una di quelle notizie che, in tempi normali, dovrebbero bastare a tirare un sospiro di sollievo. Ma questi non sono tempi normali per il diritto alla casa. E soprattutto non basta il ritiro di una norma grave per cambiare il giudizio sul decreto Piano casa del Governo.

Perché il problema non è solo quell’emendamento. Il problema è l’impianto complessivo del decreto: commissariamenti, semplificazioni, partenariati pubblico-privati, valorizzazione del patrimonio immobiliare, Cassa depositi e prestiti, Invitalia, procedure accelerate.

Tante parole, tanti strumenti, molte formule tecniche. Ma una domanda resta fuori campo: quante case popolari verranno davvero recuperate, in quanto tempo, con quali criteri e per quali famiglie?

L’emendamento ritirato avrebbe consentito di estendere la vendita tramite Agenzia del demanio agli immobili di proprietà dello Stato, degli enti territoriali e delle altre pubbliche amministrazioni, compresi quelli a uso abitativo, se non utilizzati, non redditizi, non strumentali o sottoutilizzati.

Il riferimento era all’articolo 11-quinquies del decreto-legge n. 203 del 2005, che consente la vendita a trattativa privata per il tramite dell’Agenzia del demanio.

Il punto più grave era l’estensione esplicita di questo meccanismo anche agli immobili appartenenti a Regioni, Comuni e altre amministrazioni, perfino separatamente dagli immobili dello Stato.

Nella relazione illustrativa si spiegava che, nella prassi, quella disciplina non era normalmente considerata applicabile ai beni degli enti territoriali, se non dentro operazioni congiunte con beni statali. L’emendamento serviva dunque a superare questo limite.

Tradotto: si voleva aprire una strada più ampia per vendere patrimonio pubblico locale, anche abitativo, con una procedura gestita attraverso il Demanio e fondata sulla trattativa privata.

Naturalmente il tutto veniva presentato con il linguaggio consueto: recupero, riqualificazione, edilizia sociale, valorizzazione. Parole apparentemente innocue, spesso persino rassicuranti.

Ma dietro queste parole si sarebbe potuta produrre una dinamica molto concreta: beni pubblici ceduti dentro operazioni immobiliari formalmente destinate alla casa, ma sostanzialmente affidate al mercato.

Non si trattava solo di vendere immobili. L’emendamento richiamava anche alcune delle semplificazioni già previste dal decreto: conferenza di servizi semplificata, accordi di programma per valorizzazione, vendita o conferimento di beni immobili, possibilità di incremento fino al 20 per cento della volumetria o della superficie lorda esistente e, in alcuni casi, ricorso alla Scia al posto del titolo edilizio ordinariamente richiesto.

Il ritiro di questa norma blocca quindi una delle ipotesi peggiori emerse durante l’esame del decreto. Ma sarebbe un errore fermarsi qui. Perché quella norma non era un incidente di percorso.

Era coerente con una logica più generale: usare l’emergenza abitativa come leva per accelerare procedure, mobilitare patrimoni pubblici, attrarre capitali privati e ridefinire il ruolo dello Stato. Non più garante diretto del diritto all’abitare, ma facilitatore di operazioni immobiliari.

Il caso non è isolato. Nelle stesse ore è emerso anche il tentativo di rafforzare il Piano casa spostando 1,2 miliardi di fondi Pnrr originariamente destinati al settore ferroviario verso un nuovo canale presso Cassa depositi e prestiti, denominato “Patrimonio casa”, pensato per sostenere iniziative di edilizia sociale e convenzionata.

Anche questa operazione si è arenata per le obiezioni del Ministero dell’economia sulla possibilità di rimodulare liberamente risorse Pnrr già destinate ad altri interventi.

È un passaggio rivelatore. Il Governo presenta il Piano casa come risposta strutturale all’emergenza abitativa, ma continua a costruirlo attraverso pezzi aggiunti, emendamenti correttivi, risorse da recuperare altrove e strumenti finanziari affidati a soggetti come Cassa depositi e prestiti.

Si prende una coperta già corta e si prova a tirarla da un’altra parte. In questo caso dai treni alle case, mentre il sistema ferroviario accumula ritardi, guasti e carenze infrastrutturali.

Anche qui il nodo non è solo contabile. È politico. La casa viene trattata come una filiera di investimento da alimentare con fondi mobili, patrimoni separati e veicoli finanziari. Non come un diritto da garantire con un piano pubblico stabile.

È dentro questa cornice che va letto il decreto-legge n. 66 del 2026, che formalmente dichiara di voler aumentare l’offerta di alloggi a prezzi accessibili attraverso edilizia residenziale pubblica, edilizia sociale e edilizia convenzionata.

Tra i destinatari vengono indicati giovani, studenti universitari, lavoratori fuori sede, giovani coppie, genitori separati, anziani e forme di coabitazione intergenerazionale.

La platea è ampia. Talmente ampia da fotografare una crisi abitativa reale e ormai strutturale. Ma proprio per questo la risposta del Governo appare insufficiente e ambigua. Perché il decreto non costruisce un grande piano pubblico per la casa popolare. Non dice con chiarezza quanti alloggi di edilizia residenziale pubblica verranno recuperati.

Foto piantisergio / Wikimapia CC BY-SA 3.0

Non dice quanti saranno destinati alle famiglie in graduatoria. Non dice quanti sfratti potranno essere evitati. Non dice, soprattutto, quale quota resterà patrimonio pubblico e quale finirà dentro operazioni di edilizia sociale o convenzionata affidate al rapporto con soggetti privati.

Questo è il punto. Edilizia residenziale pubblica, edilizia sociale ed edilizia convenzionata non sono la stessa cosa. Metterle tutte dentro la stessa formula può essere comodo per un comunicato stampa.

Ma non risolve la crisi di chi oggi non riesce a pagare l’affitto, di chi è sotto sfratto, di chi aspetta da anni una casa popolare, di chi vive in una stanza sovraffollata o di chi finisce nel circuito dell’emergenza abitativa.

Il Programma straordinario nazionale di recupero e manutenzione del patrimonio di edilizia pubblica e sociale viene finanziato con 970 milioni di euro tra il 2026 e il 2030.

La gestione passa attraverso Invitalia, chiamata a selezionare le proposte mediante avvisi pubblici. Le operazioni possono essere costruite anche tramite partenariati pubblico-privati e devono presentare condizioni di sostenibilità economica.

Ecco l’impianto del decreto. Non solo recupero del patrimonio esistente, ma selezione di interventi compatibili con logiche di rendimento, convenienza e attrazione di investimento. Il pubblico mette risorse, immobili, procedure accelerate e garanzie istituzionali. I privati possono entrare nella valorizzazione, nella riqualificazione e nella gestione economica degli interventi.

A questo si aggiunge il commissariamento. Il decreto prevede un Commissario straordinario, in carica fino al 31 dicembre 2027, con funzioni di indirizzo e coordinamento sugli interventi di edilizia residenziale pubblica e sociale.

Ancora una volta, invece di rafforzare strutturalmente Comuni, Regioni, enti di edilizia pubblica e servizi ordinari, si sceglie la strada dell’eccezione: figure straordinarie, poteri speciali, procedure accelerate.

È una strada già vista. Quando si parla di casa, però, questa strada è particolarmente pericolosa. Perché l’emergenza abitativa non nasce dalla lentezza delle conferenze di servizi, né dalla difficoltà di vendere immobili pubblici, né dalla mancanza di strumenti per attrarre investitori.

Nasce da decenni di definanziamento dell’edilizia residenziale pubblica, dalla riduzione del patrimonio pubblico disponibile, dalla crescita degli affitti, dalla precarietà salariale, dalla turistificazione delle città, dalla trasformazione della casa in rendita.

Giova ricordare che ogni anno migliaia di famiglie vengono colpite da provvedimenti di sfratto. Molte lo sono per morosità, cioè per impossibilità economica di sostenere canoni ormai incompatibili con salari, pensioni e redditi reali. E mentre cresce questa pressione, il Governo non mette al centro il passaggio da casa a casa, non rafforza in modo stabile l’edilizia residenziale pubblica, non costruisce un sistema nazionale di prevenzione degli sfratti, non restituisce ai Comuni gli strumenti necessari per governare l’emergenza.

Preferisce parlare di accessibilità, sostenibilità economica, social housing, valorizzazione. Ma accessibile per chi? Sostenibile per quale reddito? Sociale in che senso? E soprattutto: pubblico o privato?

La differenza non è formale. Un immobile pubblico recuperato e mantenuto nella proprietà pubblica può diventare parte di una risposta stabile alla precarietà abitativa. Un immobile pubblico venduto, conferito, valorizzato o inserito in un’operazione finanziaria può invece uscire definitivamente dalla disponibilità collettiva, anche se l’operazione viene raccontata come edilizia sociale.

È qui che si misura il carattere politico del Piano casa. Non nella quantità di sigle, fondi e procedure, ma nella scelta di fondo: la casa è un diritto sociale da garantire o un asset da mettere a rendimento? Il patrimonio pubblico è uno strumento per rispondere ai bisogni delle famiglie o una riserva da mobilitare per attrarre investimenti?

Per affrontare seriamente la crisi abitativa servirebbe l’opposto di ciò che emerge da questo decreto. Servirebbe aumentare stabilmente il patrimonio pubblico destinato all’affitto sociale. Servirebbe rifinanziare l’edilizia residenziale pubblica. Servirebbe recuperare le case popolari vuote senza cederle al mercato.

Servirebbe sostenere gli inquilini sotto sfratto. Servirebbe intervenire sui canoni, sugli affitti brevi, sulla rendita immobiliare, sulla precarietà abitativa prodotta dalla povertà salariale.

Servirebbe, soprattutto, dire con chiarezza che le case pubbliche devono restare pubbliche.

Per questo il ritiro dell’emendamento sulla vendita degli immobili tramite Demanio va salutato positivamente, ma senza illusioni. È stata fermata una norma grave. Non è stato fermato l’impianto del decreto.

Resta il rischio che la crisi abitativa venga trasformata in un’occasione di valorizzazione immobiliare, usando il patrimonio pubblico come merce e non come strumento permanente di garanzia sociale.

La casa non è un segmento di mercato da rendere più appetibile agli investitori. È un diritto. E un Piano casa che non parte da questo principio rischia di produrre nuove operazioni immobiliari, non nuove garanzie per chi una casa non riesce più a permettersela.

Foto Jaspar74 CC BY-SA 4.0