I conti della povertà, e quelli che non li vogliono fare (0/6)

Diogene dedica l’intera giornata al Report Caritas 2026. Sei pezzi, sei dati che gli altri non guarderanno. Più una domanda che nessuno, a sinistra, ha voglia di sentirsi rivolgere.

Ci sono giorni in cui un giornale deve scegliere se fare il proprio lavoro o fare quello di tutti gli altri. Oggi gli altri faranno il lancio: 282.539 persone accompagnate dalla Caritas nel 2025, più 48 per cento in dieci anni, titolo, virgolettata del vescovo, archiviato. Diogene fa il contrario.

Prende lo stesso documento — il Report statistico nazionale 2026 della Caritas Italiana — e lo legge fino in fondo, comprese le note in corpo otto dove di solito si nascondono le cose che contano. Ne sono usciti sei articoli, uno per ciascuna crepa che meritava di essere allargata.

Il primo guarda il tempo: la povertà ha smesso di essere un incidente da cui ci si rialza ed è diventata una residenza stabile, con quasi tre assistiti su dieci in carico da oltre cinque anni.

Il secondo scava in un coefficiente statistico sepellito a pagina dodici — meno 0,263 — che dimostra una cosa imbarazzante per chi quei dati li pubblica: la mappa Caritas non fotografa dove sta la povertà, fotografa dove sta la Caritas.

Il terzo mette in fila l’8 per cento di assistiti presi in carico dai servizi pubblici, e l’1,2 per cento del Sud: lo Stato sociale, nel Mezzogiorno, è semplicemente evaporato.

Il quarto smonta il mito del lavoro che salva: un povero su quattro, fra quelli che chiedono aiuto, un lavoro ce l’ha.

Il quinto racconta chi è stato espulso dall’Assegno di Inclusione — i poveri “sbagliati”, quelli senza la categoria giusta da esibire. Il sesto mostra come la casa, da effetto della povertà, ne sia diventata la causa, e come si saldi alla sofferenza mentale in una trappola da cui non si esce.

Sei pezzi, sei link, in fondo a questo testo. Leggeteli nell’ordine che volete: ognuno regge da solo. Ma letti insieme raccontano un Paese che ha normalizzato la propria miseria e ha smesso di considerarla uno scandalo.

Una parola sul metodo, perché qui non rilanciamo soltanto il report Caritas ma lo abbiamo verificato.

Diogene non ha preso i numeri della Caritas e li ha spacciati per oro colato. Li ha controllati alla fonte, uno per uno. E in due casi la fonte aveva sbagliato. Il Report attribuisce all’intervallo 1991-2023 un calo dei salari reali del 3,4 per cento: è impreciso, quel dato si riferisce in realtà al solo triennio dell’inflazione, mentre sul lungo periodo le serie OCSE indicano una crescita prossima allo zero, più 1 per cento contro il più 32,5 della media.

Lo abbiamo corretto, dicendolo. Allo stesso modo, dove la Caritas suggeriva un dimezzamento della platea protetta dall’Assegno di Inclusione, abbiamo preferito appoggiarci al dato INPS — meno 37,6 per cento di nuclei — perché più solido e di fonte terza.

Quando si fa advocacy, le cifre devono essere quelle giuste: un dossier che pretende di smascherare gli altri non può permettersi di sbagliare i propri conti.

Vale anche, e soprattutto, nei confronti della fonte. Chi scrive non condivide la teologia che muove la Caritas: per quella cultura la povertà è anche, in qualche piega, una prova dentro un disegno; per chi scrive è un fatto di classe, un prodotto storico, una cosa da abolire e non da accompagnare. Sono due visioni del mondo lontanissime, e sarebbe disonesto fingere che convergano.

Ma proprio per questo va detto con nettezza: senza quella rete — i 3.520 centri, i volontari, i pacchi viveri, l’accoglienza notturna, gli oltre quattro milioni e ottocentomila interventi del 2025 — milioni di italiani e di migranti starebbero, oggi, semplicemente peggio. Si può rispettare profondamente ciò che si vorrebbe rendere superfluo. Anzi: il modo più alto di rispettare la Caritas è desiderare un Paese in cui non sia più indispensabile. Quel Paese, per ora, non esiste. E qui arriva la parte sgradevole.

Foto Peter Addor from underway; mailnly Switzerland, Italy and Sri Lanka, world Creative Commons Attribution 2.0

La sinistra che ha trasformato i poveri in un problema di arredo urbano

Perché c’è un convitato di pietra, in questo dossier, ed è la sinistra italiana. Non quella che oggi sta all’opposizione e si indigna comodamente contro il governo di destra — quella se la cava troppo a buon mercato. Parliamo della sinistra di governo, quella che ha tenuto in mano il welfare per trent’anni come una bandiera identitaria e lo ha consegnato, pezzo dopo pezzo, allo stato in cui la Caritas oggi lo certifica.

I salari reali fermi dal 1991 — il dato che spiega il lavoratore povero — non sono caduti dal cielo: attraversano per intero i governi Prodi, D’Alema, Amato, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte, Draghi. Trent’anni in cui il salario italiano è rimasto al palo mentre nel resto d’Europa cresceva di un terzo, e in buona parte di quei trent’anni a Palazzo Chigi sedeva chi giurava di rappresentare il lavoro.

L’1,2 per cento del Sud senza servizi sociali è il lascito di Comuni amministrati per decenni dal centrosinistra. E l’Assegno di Inclusione che ha tagliato fuori le persone sole e gli stranieri è stato votato, nei suoi principi categoriali, da un arco parlamentare ben più largo di chi oggi lo critica.

Ma il punto più feroce è un altro, e ha un nome tecnico: DASPO urbano. Lo strumento che oggi multa e allontana i senzatetto dalle piazze — da 300 a 900 euro a chi si accampa, l’espulsione dalla città per chi ha la colpa di dormire all’aperto — non l’ha inventato la destra. L’ha scritto il decreto Minniti-Orlando del 2017: ministro dell’Interno del Partito Democratico, governo di centrosinistra.

E lo hanno applicato con zelo città amministrate dalla sinistra — Bologna, Firenze, Cuneo — dove un sindaco di centrosinistra ha potuto spiegare, senza arrossire, che «quando le persone non arrivano da sole a comportarsi con buon senso, servono regole e sanzioni». Le persone, qui, sono i poveri.

Il buon senso che non avrebbero è non essere poveri in vista. La parola che ricorre in ogni delibera, come un mantra, è sempre la stessa: decoro. La povertà ridotta a sporcizia, a cosa che sporca la cartolina, a corpo da spostare di cinquanta metri perché non rovini la vista al passeggio.

È lo stesso identico verbo che governa i CPR, l’altro capo di questa catena. Una decina di strutture, millecinquecento posti, costi da decine di milioni l’anno, e un tasso di rimpatrio effettivo intorno al 10 per cento: nel 2023, su oltre 28 mila provvedimenti di espulsione, dai CPR ne sono stati eseguiti meno di tremila. Un sistema che fallisce per nove decimi il suo scopo dichiarato non è un sistema fallito: è un sistema che ha un altro scopo, non dichiarato, e lo raggiunge benissimo.

Togliere dalla vista. Esattamente come il DASPO. Lo straniero povero o lo escludi dal sostegno perché irregolare — e l’irregolarità giuridica, dice la Caritas, è salita al 21,9 per cento fra i suoi assistiti — o lo chiudi in un centro dove, ha stabilito nel 2025 il Consiglio di Stato, non è nemmeno garantita la tutela della salute mentale e la prevenzione del suicidio. Lo stesso 79,9 per cento di cumulo di bisogni che il dossier racconta per i poveri liberi, qui sbarrato a chiave.

Ecco il filo che lega tutto. Da una parte una Chiesa che, partendo da una teologia che non condivido, raccoglie chi cade. Dall’altra una politica — e una sinistra in particolare — che ha smesso di impedire la caduta e si è specializzata, semmai, nel nascondere chi è già caduto.

Tra le due, dieci milioni e più di poveri ufficiali, e una platea che la Caritas vede solo in parte. Il report si chiude con un appello a «ripartire dagli ultimi». Bella formula. Solo che gli ultimi, da queste parti, da anni si ripartono soltanto in un senso: si spostano. Dalla piazza al vicolo, dal centro al CPR, dalla statistica alla nota a piè di pagina. E chi dovrebbe contarli preferisce, ancora, parlare d’altro.

Foto Marsel Minga
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