Appena l’8 per cento degli assistiti dalla Caritas risulta in carico ai servizi pubblici territoriali. Ma il dato nazionale nasconde una voragine: nel Mezzogiorno si scende all’1,2 per cento. Dove la povertà è più alta, il welfare pubblico è di fatto assente — e a sostituirlo è una struttura ecclesiale
Tra i numeri del Report Caritas 2026 ce n’è uno che il direttore della Caritas, don Marco Pagniello, sceglie di mettere già nell’introduzione, definendolo «una quota troppo bassa per un Paese che voglia dirsi giusto». È questo: nel 2025 solo l’8 per cento degli assistiti dalla rete risulta contemporaneamente in carico ai servizi pubblici territoriali. Otto persone su cento.
Le altre novantadue, pur dentro un percorso di povertà abbastanza serio da spingerle a un centro di ascolto, non hanno un assistente sociale comunale, non sono registrate dal welfare pubblico, esistono per la Chiesa ma non per lo Stato.
Già così il dato è pesante. Ma la media nazionale, come spesso accade in Italia, è una coperta che nasconde più di quanto mostri. Disaggregato per area — lo si trova nella Tabella 18, a pagina 28 — quel 8 per cento si spacca in due Paesi diversi. Nel Nord-Est il 15 per cento degli assistiti è in carico ai servizi pubblici; nel Nord-Ovest il 10,9.
Poi si scende: Centro 5,1 per cento. E infine il crollo: Isole 2,1 per cento, Sud 1,2 per cento. Nel Mezzogiorno continentale, dunque, su cento poveri seguiti dalla Caritas appena uno e due decimi sono presi in carico anche dal servizio pubblico. Gli altri novantanove sono soli con la rete ecclesiale, o soli e basta.
Va detto con chiarezza cosa significa, perché è il punto politico dell’intero report. Non significa che al Sud ci sia meno povertà — è vero il contrario: Sicilia, Campania, Calabria e Sardegna restano le aree a più alto rischio di povertà del Paese. Significa che proprio dove la povertà è massima, lo strumento pubblico per affrontarla è praticamente inesistente.
Il welfare territoriale — i servizi sociali comunali, le Asl, i centri di salute mentale, i Sert, i consultori — nel Mezzogiorno non arriva al povero, o arriva a uno su cento. E nel vuoto che lo Stato lascia, a fare da unico presidio, resta una struttura privata di ispirazione religiosa: la Caritas.
Lo stesso report lo collega, con il consueto understatement, alle «persistenti disuguaglianze nella dotazione dei servizi sociali e nella spesa comunale per il welfare». È la traduzione tecnica di una frattura nota: i Comuni meridionali spendono per il sociale una frazione di quanto spendono quelli del Centro-Nord, hanno meno assistenti sociali, meno strutture, meno capacità amministrativa di intercettare e prendere in carico.

La conseguenza è che il diritto a essere aiutati dipende dal codice di avviamento postale. Un povero a Trento entra in un percorso pubblico molto più probabilmente di un povero a Reggio Calabria — non perché lo meriti di più, ma perché a Trento il servizio esiste.
Qui conviene introdurre una categoria che va oltre la cronaca dei numeri. Quando una funzione che la teoria politica considera propria dello Stato — garantire protezione sociale ai cittadini fragili — viene di fatto esercitata in modo prevalente, e in alcune aree quasi esclusivo, da un soggetto diverso dallo Stato, siamo davanti a una forma di sovranità concorrente.
Non nel senso drammatico delle mafie, che esercitano un potere alternativo e ostile a quello statale; ma in un senso più sottile e per certi versi più inquietante, perché silenzioso e socialmente benedetto: lo Stato esternalizza una propria funzione sovrana — il welfare — a un ente che lo sostituisce dove esso si ritira.
La Caritas non occupa questo spazio per ambizione di potere: lo riempie perché qualcuno deve, e nessun altro lo fa. Ma il risultato, sul piano dell’ordinamento, è che nel Mezzogiorno la lotta alla povertà è stata di fatto delegata alla Chiesa.
È una delega comoda per chi governa. Permette di non vedere il problema, perché qualcuno lo gestisce; di non finanziarlo, perché il volontariato non costa allo Stato; di non risponderne politicamente, perché la responsabilità è diffusa, pastorale, caritatevole. La carità, scrive il report richiamando il magistero, dovrebbe essere «anche atto di giustizia».
Ma quando la carità diventa l’unica forma di giustizia disponibile per novantanove poveri su cento, ha smesso di affiancare lo Stato e ha cominciato a coprirne l’assenza.
Lo stesso documento, del resto, chiede esplicitamente «una reale integrazione tra politiche sociali, sanitarie e abitative» e invita la comunità cristiana non solo a «prendersi cura delle persone», ma anche a «interpellare, denunciare, proporre». È una richiesta di restituire allo Stato il suo compito. Il problema è che, finché il sistema funziona così — finché c’è una rete che raccoglie chi cade — la pressione politica per ricostruire il welfare pubblico resta bassa.
L’efficienza della supplenza è anche la sua trappola: più la Caritas tiene, meno lo Stato è costretto a tornare. E l’1,2 per cento del Sud misura, con una precisione che fa male, quanto lo Stato se ne sia già andato.



