Meno bambini, meno scuole: l’Italia che si svuota

La scuola italiana non sta perdendo soltanto iscritti. Sta perdendo pezzi di futuro. Il calo demografico, descritto dal Rapporto annuale 2026 dell’Istat come uno dei cambiamenti strutturali del Paese, è ormai entrato direttamente nelle aule: meno bambini, meno classi, meno plessi, meno servizi nei territori già fragili.

Nel 2025 le nascite in Italia sono scese a 355 mila, il 3,9% in meno rispetto all’anno precedente. Il numero medio di figli per donna ha toccato il minimo storico di 1,14. Al 1° gennaio 2026 i giovani fino a 14 anni rappresentano appena l’11,6% della popolazione, mentre gli over 65 sono arrivati al 25,1%. L’età media del Paese è salita a 47,1 anni.

Sono numeri demografici, ma i loro effetti sono scolastici, sociali e territoriali. Se nascono meno bambini, dopo pochi anni diminuiscono gli iscritti alla scuola dell’infanzia e alla primaria; poi il calo arriva alle medie e alle superiori. La scuola si restringe seguendo la curva della popolazione, ma non tutti i territori perdono allo stesso modo.

L’Istat sottolinea che l’evoluzione demografica non è uniforme. Nel 2025 la popolazione resta stabile al Centro e cresce al Nord, mentre diminuisce nel Sud e nelle Isole. Le aree interne del Mezzogiorno registrano i cali più marcati: -5,2 per mille nel Sud e -3,6 per mille nelle Isole.

Questo significa che il calo degli alunni non colpisce semplicemente la scuola come sistema nazionale. Colpisce soprattutto i territori dove la scuola è spesso l’ultimo presidio pubblico: piccoli comuni, aree interne, periferie sociali, province meridionali segnate da spopolamento, povertà educativa e migrazione giovanile.

Quando chiude un plesso scolastico non sparisce solo un edificio. Sparisce un pezzo di comunità. Le famiglie devono spostarsi di più, i bambini percorrono distanze maggiori, il tempo quotidiano si complica, il territorio diventa meno attrattivo per chi vorrebbe restare o trasferirsi. La scuola, soprattutto nei comuni piccoli, non è soltanto un servizio: è una condizione minima perché un paese continui a vivere.

Il problema è che il Mezzogiorno non perde solo bambini. Perde anche giovani adulti, laureati, competenze. Secondo un rapporto Svimez basato su dati Istat, tra il 2002 e il 2024 quasi un milione di under 35 ha trasferito la residenza dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord; considerando i rientri, la perdita netta nella fascia 25-34 anni supera le 500 mila persone, di cui circa 270 mila laureate.

Foto Sergio D’Afflitto / Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0.

Nel solo 2024 sono partiti dal Sud verso il Centro-Nord circa 23 mila giovani laureati, con un saldo netto negativo superiore a 17 mila unità.

È un circolo vizioso. Il Sud perde giovani perché offre meno opportunità; perdendo giovani, riduce nascite, studenti, servizi, lavoro qualificato e capacità di sviluppo. La scuola si trova al centro di questo processo: da un lato subisce il calo demografico, dall’altro dovrebbe essere lo strumento principale per contrastare l’impoverimento dei territori.

I dati sull’istruzione mostrano che il divario è già profondo. Nel 2024 l’abbandono precoce degli studi in Italia è al 9,8%, ma nel Mezzogiorno sale al 12,4%. I giovani Neet, cioè non occupati e non inseriti in percorsi di istruzione o formazione, sono il 15,2% tra i 15 e i 29 anni, ma nel Mezzogiorno arrivano al 23,3%, più del doppio rispetto al Centro-Nord, fermo al 10,7%.

Il rischio, allora, è leggere il calo degli studenti come un semplice problema organizzativo: meno classi, meno organici, meno sedi da mantenere. Ma per Diogene la questione è più profonda. La denatalità diventa povertà quando produce meno servizi, meno prossimità, meno possibilità di scelta. E diventa disuguaglianza quando i tagli colpiscono prima i territori dove studiare è già più difficile.

In un Paese che invecchia, la scuola dovrebbe diventare un’infrastruttura di resistenza civile. Non solo il luogo in cui si istruiscono i bambini che ci sono, ma il presidio che rende possibile restare, mettere su famiglia, immaginare una vita fuori dalle grandi aree metropolitane.

Il Rapporto Istat mostra un’Italia che tiene in equilibrio la popolazione grazie ai movimenti migratori, ma non riesce a invertire il declino naturale. Nel 2025 il saldo naturale è negativo per 296 mila unità, compensato da un saldo migratorio positivo della stessa entità. Questo equilibrio, però, non basta a salvare i territori che perdono giovani, scuole e futuro.

La domanda politica non è quanti alunni avrà l’Italia nel 2040. È che tipo di scuola resterà nei luoghi dove gli alunni saranno pochi. Se la risposta sarà solo accorpare, razionalizzare e chiudere, il calo demografico diventerà una profezia che si autoavvera: meno bambini perché ci sono meno servizi, meno servizi perché ci sono meno bambini.

Foto “III B scuola dall’Aglio (3)” di Comune di Reggio Nell’Emilia è concesso con licenza CC BY-NC-ND 2.0.