Smartphone e IA in classe ampliano il divario tra studenti

Le disuguaglianze educative non nascono con gli smartphone, ma la loro diffusione precoce le ha rese più profonde. Lo dimostra la ricerca Eyes Up (Early exposure to screens and unequal performance), condotta dall’Università Bicocca di Milano e altri enti, che ha analizzato per la prima volta il legame tra età di accesso ai dispositivi digitali e risultati scolastici. Lo studio ha coinvolto oltre 6.000 studenti delle scuole secondarie di secondo grado in Lombardia

Il verdetto è chiaro: prima uno studente inizia a usare smartphone e social media, peggiori saranno le sue performance nei test Invalsi. Un fenomeno che colpisce in particolare i ragazzi provenienti da famiglie meno istruite e più fragili economicamente, in cui il controllo parentale è meno presente e la regolamentazione dell’uso della tecnologia è più debole.

Gli studenti che hanno aperto un profilo social prima della quinta elementare hanno registrato, all’esame di terza media, una valutazione inferiore di quasi un punto rispetto a chi ha iniziato a usare i social più tardi.

Il dato sociale è lampante: nelle famiglie con almeno un genitore laureato, il 54% imposta limiti digitali sui dispositivi dei figli; la percentuale crolla al 43% nei nuclei senza un genitore diplomato. Di conseguenza, l’accesso precoce ai social e agli smartphone non è solo un’abitudine, ma una variabile che amplifica le disuguaglianze educative, creando una scuola a due velocità.

Se gli smartphone sono stati il primo grande spartiacque, l’Intelligenza Artificiale rischia di essere il secondo. La domanda chiave è: l’IA può ridurre il divario educativo o finirà per allargarlo ulteriormente?

In teoria, strumenti basati sull’IA potrebbero offrire opportunità di apprendimento personalizzate, aiutando gli studenti più in difficoltà a colmare le lacune. Tutor virtuali, sintesi automatiche, esercizi interattivi su misura potrebbero fornire supporto extra a chi non ha accesso a ripetizioni private o a un ambiente familiare stimolante.

Se utilizzata correttamente, l’IA potrebbe democratizzare l’istruzione, livellando il campo di gioco tra chi ha risorse economiche e chi no.

Ma la realtà potrebbe seguire un’altra direzione. L’uso della tecnologia dipende dal contesto familiare e culturale. Se oggi il parental control e il monitoraggio digitale sono una prerogativa delle famiglie più istruite, nulla suggerisce che l’IA sarà diversa.

Chi possiede le competenze critiche per usare l’IA in modo produttivo la trasformerà in un acceleratore di apprendimento; chi invece vi si affiderà in modo passivo rischierà di delegare il proprio pensiero a un algoritmo, rinunciando a sviluppare capacità autonome.

C’è poi un problema strutturale: il divario digitale tra scuole ricche e scuole povere. L’IA non sarà ugualmente accessibile a tutti. Gli istituti con maggiori risorse potranno investire in formazione e strumenti avanzati, mentre quelli con meno fondi si limiteranno a subire l’imposizione tecnologica senza avere gli strumenti per governarla.

Il rischio è di creare una nuova élite educata all’uso consapevole dell’intelligenza artificiale, mentre il resto della popolazione studentesca finirà intrappolato in un consumo passivo della tecnologia.

L’errore più grande sarebbe credere che l’IA sia una soluzione neutrale e democratica. La tecnologia amplifica i divari preesistenti: gli smartphone hanno dimostrato come l’assenza di regolamentazione e formazione abbia penalizzato proprio chi ne avrebbe avuto più bisogno. Lo stesso potrebbe accadere con l’IA: senza un’educazione digitale strutturata, i più vulnerabili resteranno esposti ai suoi effetti più negativi.

Il divieto dell’uso degli smartphone in classe, introdotto dal ministro Valditara, è una misura di contenimento, ma non risolve il problema alla radice. La questione non è quale tecnologia vietare o introdurre, ma chi avrà il controllo su di essa.

La scuola dovrebbe essere il luogo in cui si impara a padroneggiare gli strumenti digitali senza esserne sopraffatti. Se non si colma il divario educativo e sociale alla base, l’IA diventerà solo l’ennesimo strumento di selezione sociale, anziché un’opportunità di riscatto.