Kidal è una città del nord-est del Mali che per molti italiani non significa nulla. È lontana dalla capitale Bamako, immersa nel deserto, abitata in larga parte da popolazioni tuareg e arabe. Non è importante per le sue dimensioni. È importante perché da anni è il simbolo della ribellione del nord, della debolezza dello Stato maliano e del rapporto mai davvero chiuso tra il Mali e la Francia.
A fine aprile Kidal è tornata nelle mani dei separatisti del Fronte di liberazione dell’Azawad (Fla), un movimento prevalentemente tuareg che rivendica l’autonomia o l’indipendenza dell’Azawad, il nome con cui i ribelli indicano il nord del Mali. Dopo quella conquista, il portavoce del Fla, Mohamed Elmaouloud Ramadane, non ha parlato da Kidal ma da Parigi.
Da lì ha rilasciato interviste ai media francesi, ha previsto la caduta della giunta militare di Bamako e ha riconosciuto un’alleanza tattica con il Gruppo per il sostegno dell’islam e dei musulmani (Gsim), la principale coalizione jihadista del Sahel affiliata ad Al-Qaeda.
È a quel punto che la Francia è rientrata nella storia. Per i sostenitori della giunta del generale Assimi Goïta, al potere in Mali dopo i colpi di Stato del 2020 e 2021, quelle interviste sono diventate una prova politica: se il portavoce dei ribelli parla da Parigi, allora Parigi protegge i ribelli. Ramadane nega contatti con le autorità francesi e sostiene di usare semplicemente un Paese dove può esprimersi liberamente. Ma nel Mali di oggi la percezione pesa quasi quanto la prova.
E quella percezione non nasce dal nulla. La Francia è l’ex potenza coloniale. È il Paese che nel 2013 intervenne militarmente in Mali con l’operazione Serval per fermare l’avanzata jihadista verso Bamako. Poi ha guidato per anni la guerra antiterrorismo nel Sahel con l’operazione Barkhane.
È anche il Paese che molti maliani accusano da tempo di aver avuto un atteggiamento ambiguo verso i separatisti tuareg, soprattutto proprio a Kidal: combattere i jihadisti, sì, ma lasciare margini politici e militari ai ribelli del nord.
Questa è la trappola. Non ci sono prove pubbliche solide che oggi la Francia stia armando o dirigendo il Fla. Ma la Francia non può nemmeno presentarsi come una spettatrice innocente. La sua storia in Mali continua a parlare anche quando Parigi tace. La sua presenza militare è finita, ma la sua impronta politica resta. Kidal è il luogo in cui quella storia torna sempre a galla.
Per capire quanto sia pericolosa questa nuova fase bisogna però distinguere i soggetti in campo. Il Fla non è un gruppo jihadista. È un movimento separatista del nord, legato alla questione tuareg e alla richiesta di autonomia o indipendenza dell’Azawad. Il Gsim invece è una coalizione jihadista affiliata ad Al-Qaeda. Non vuole l’indipendenza del nord in senso nazionale o identitario: vuole imporre un potere jihadista attraverso la guerra.
I due gruppi non sono uguali, ma in questa fase hanno trovato un nemico comune: la giunta militare di Bamako. Questa alleanza è tattica, ma devastante. Permette al Fla di recuperare forza militare. Permette al Gsim di allargare il proprio spazio. Permette alla giunta di dire che tutti i suoi nemici sono terroristi. E rende ancora più fragile la popolazione civile, stretta tra esercito, ribelli, jihadisti e potenze straniere.
La giunta di Goïta usa l’accusa alla Francia come arma politica. Dopo aver cacciato progressivamente i francesi e le missioni internazionali, il potere militare di Bamako ha costruito gran parte della propria legittimità sulla promessa di sovranità: basta tutela occidentale, basta Parigi, basta umiliazione coloniale. Al posto della Francia sono arrivati i russi, prima attraverso il gruppo Wagner e poi attraverso Africa Corps, la struttura con cui Mosca ha riorganizzato la propria presenza militare nel continente.
Ma sostituire un protettore armato con un altro non ha pacificato il Mali. La promessa era semplice: fuori la Francia, dentro gli alleati russi, più sicurezza. La realtà è che il nord resta conteso, Kidal torna a sfuggire, i jihadisti colpiscono, i civili scappano, la fame cresce.
Per questo l’accusa alla Francia funziona e insieme non basta. Funziona perché Parigi è davvero ingombrante nella storia del Mali. Non basta perché il fallimento della giunta non può essere spiegato soltanto con il fantasma francese. Se dopo anni di potere militare, retorica sovranista e alleanza con Mosca il territorio continua a crollare, allora il problema non è solo chi trama dall’esterno. Il problema è che lo Stato non tiene.

Il Mali viene spesso raccontato come una partita tra bandiere: Francia contro Russia, giunta contro ribelli, separatisti contro jihadisti, Bamako contro Kidal. Ma sotto quelle bandiere c’è un Paese poverissimo, sfollato, affamato, attraversato da territori dove lo Stato arriva più facilmente con i soldati che con scuole, ospedali, acqua, giustizia e lavoro.
Secondo la Banca Mondiale, nel 2025 la povertà in Mali dovrebbe restare al 36,4% della popolazione. Il Programma alimentare mondiale parla di 1,6 milioni di persone in insicurezza alimentare acuta durante la stagione di magra. ReliefWeb, citando dati del Programma alimentare mondiale, segnala oltre 415 mila sfollati interni, in gran parte donne e bambini. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari stima per il 2026 5,1 milioni di persone bisognose di assistenza umanitaria.
Questi numeri non giustificano i jihadisti. Non giustificano i separatisti. Non giustificano la violenza contro i civili. Ma spiegano il terreno su cui quella violenza cresce. Il jihadismo non nasce dalla povertà come una pianta automatica dal terreno secco. Nasce quando la povertà incontra guerra, assenza dello Stato, abusi militari, economie illegali, giovani senza prospettive e comunità che non hanno più nessuno a cui chiedere protezione.
Dove lo Stato è assente, predatorio o soltanto militare, altri poteri entrano. Possono essere milizie, trafficanti, capi locali, predicatori armati, separatisti, jihadisti. La loro promessa è falsa e violenta, ma intercetta bisogni reali: sicurezza, reddito, vendetta, appartenenza, ordine.
Un gruppo armato può imporsi con il terrore, ma può radicarsi solo dove lo Stato ha già lasciato un vuoto. Per questo Kidal non si spiega soltanto con la Francia. E non si spiega soltanto con la Russia. Kidal si spiega con decenni di marginalizzazione del nord, con la frattura tra Bamako e le regioni desertiche, con la questione tuareg mai risolta, con le guerre jihadiste, con il fallimento degli interventi internazionali, con la brutalità delle risposte militari, con la povertà che rende ogni promessa armata più credibile di un’amministrazione lontana.
La Francia non può usare il fallimento della giunta per assolversi. Il Mali è anche il risultato di anni di guerra antiterrorismo guidata dall’Occidente e conclusa senza Stato, senza pace, senza fiducia. La promessa francese era fermare i jihadisti e stabilizzare il Sahel. La promessa russa era fare meglio, più duramente, senza ipocrisie democratiche. La promessa della giunta era restituire dignità e sicurezza. Guardando Kidal, sono crollate tutte.
La differenza è che oggi la giunta ha bisogno di un colpevole esterno. La Francia è perfetta: coloniale, arrogante, compromessa, ancora centrale nell’immaginario politico maliano. Ma gridare al complotto francese non riempie i granai, non riapre le scuole, non cura i bambini malnutriti, non riporta a casa gli sfollati.
La domanda vera è più semplice: che cosa trova una persona comune quando lo Stato torna? Un soldato o un medico? Un posto di blocco o una scuola? Una pattuglia o un tribunale? Un discorso sulla sovranità o il prezzo del miglio che scende?
Il rischio, ora, è che tutti usino Kidal per la propria propaganda. La giunta per denunciare Parigi. La Francia per dire che senza di lei il Sahel precipita. I russi per rivendicare di aver salvato Bamako. Il Fla per rilanciare l’Azawad. Il Gsim per mostrarsi come forza capace di colpire ovunque. Ma i civili restano fuori dall’inquadratura: sfollati, affamati, intrappolati tra esercito, ribelli, jihadisti, mercenari, confini chiusi e aiuti insufficienti.
La Francia non è più militarmente in Mali come prima, ma Kidal la inchioda perché il passato coloniale e militare non si ritira con un comunicato. La giunta accusa Parigi anche per coprire le proprie sconfitte. I separatisti usano la causa del nord anche quando si sporcano nell’alleanza con i jihadisti. I jihadisti usano la guerra di tutti per allargare la propria. E la popolazione resta nel punto più basso della gerarchia: quella che paga la povertà, la fame, la paura e la retorica degli altri.



