Alle sette di domenica mattina Roma è già sveglia, ma non per vivere meglio. È sveglia per mettersi in fila. In via San Teodoro, davanti al Mercato Agricolo e Diretto, circa duecento persone aspettano la carta d’identità elettronica come si aspetta una razione: in piedi, stanche, con l’acqua in mano, sperando di rientrare tra i quaranta ammessi della giornata.
Alcuni sono arrivati alle due di notte. Altri alle tre, alle cinque, all’alba. Non per un concerto, non per un evento, non per un’offerta irripetibile. Per un documento. Per dimostrare ufficialmente chi sono.
La scena sarebbe già abbastanza indecente così. Ma a Roma ha un’aggravante politica precisa: questa è la città in cui Roberto Gualtieri si presentò agli elettori promettendo la “città dei 15 minuti”. Una città vicina, semplice, accessibile, capace di portare i servizi dentro la vita quotidiana delle persone. Una città in cui il tempo dei cittadini non fosse più divorato da distanze, disservizi, procedure e attese.
Quattro anni dopo, per fare una carta d’identità, una donna di ottantanove anni può ritrovarsi appoggiata a un muro dalle tre e mezza del mattino. Una famiglia può dormire in macchina. Una persona può prepararsi panini e caffè come per una giornata di assedio. Altro che quindici minuti. Qui la cittadinanza si misura in ore di fila.
Il motivo immediato è noto: dal 3 agosto 2026 le carte d’identità cartacee non saranno più valide, anche se riportano una scadenza successiva. Il Comune ha attivato aperture straordinarie, Open Day, punti supplementari. In via San Teodoro è stato aperto un Identity Point al Circo Massimo, attivo nei fine settimana di maggio e giugno. Ma il servizio senza prenotazione arriva fino a esaurimento posti: quaranta carte d’identità al giorno. Quaranta. Per una capitale europea, per un Paese del G7.
Questo numero basta a spiegare l’umiliazione. Quando migliaia di cittadini devono sostituire un documento e gli appuntamenti ordinari non bastano, quaranta posti diventano un imbuto. E l’imbuto produce la fila. La fila produce selezione fisica. Vince chi può arrivare prima, chi può perdere una notte, chi può restare in piedi, chi può portarsi una sedia, chi può farsi accompagnare. Perde chi lavora, chi è malato, chi ha figli piccoli, chi non capisce le procedure, chi non ha dimestichezza con le prenotazioni digitali.
Questa è la parte che la retorica della modernizzazione non vede mai: quando un servizio pubblico non funziona, non soffrono tutti allo stesso modo. La carta d’identità elettronica dovrebbe essere il simbolo della pubblica amministrazione moderna: microchip, sicurezza, standard europei, accesso ai servizi digitali. Ma la modernità del documento diventa una barzelletta se per ottenerlo bisogna dormire in macchina. È la burocrazia medievale nell’epoca dello SPID.
E non basta dire che gli operatori sono cortesi, che il personale fa il possibile, che il Comune ha aperto sportelli aggiuntivi. Tutto vero, probabilmente. Ma un servizio pubblico non si giudica dalle intenzioni né dalla gentilezza di chi sta allo sportello. Si giudica da ciò che chiede ai cittadini per funzionare. Se chiede una notte in piedi, è un servizio fallito.
La fila di via San Teodoro rivela tre problemi insieme. Il primo è amministrativo. La scadenza del 3 agosto 2026 non è caduta dal cielo. Il passaggio alla CIE era noto, prevedibile, programmabile. Se una città sa che una parte consistente dei cittadini dovrà sostituire il documento, deve costruire una capacità ordinaria sufficiente. Non può aspettare l’onda e poi inseguirla con sportelli straordinari e posti limitati.
Il secondo è organizzativo. Open Day, prenotazioni, punti temporanei, finestre online che si esauriscono, sedi da inseguire, orari da indovinare. Formalmente è un aumento dell’offerta. Nella pratica è una caccia al posto. Il cittadino deve diventare esperto di portali, calendari, municipi, avvisi, eccezioni. Chi non ce la fa, si mette in fila di notte.
Il terzo è politico. La città dei 15 minuti non può valere solo quando serve per fare campagna elettorale, inaugurare una pista ciclabile o raccontare una Roma più gentile nei convegni urbanistici. Se non vale per l’anagrafe, non vale. Se non vale per il documento d’identità, non vale. Se non vale per anziani, migranti, lavoratori poveri, famiglie e persone fragili, allora era una cazzata elettorale.

E il punto è proprio questo: l’anno prossimo si vota. Gualtieri dovrà convincere anche chi guarda ancora al centrosinistra, chi non ha voglia di consegnare Roma alla destra, chi conosce la difficoltà di governare una città enorme e disastrata. Ma proprio per questo il conto sarà più severo. Non meno. Perché chi si presenta come alternativa alla destra non può chiedere indulgenza mentre trasforma un documento in una prova di sopravvivenza.
La promessa della città dei 15 minuti non era un dettaglio. Era una misura politica. Doveva dire: Roma sarà più vicina, più accessibile, meno diseguale. Oggi una fila dalle tre di notte dice il contrario: Roma resta lontana proprio quando dovrebbe essere più semplice.
E allora, se quella promessa era propaganda, va detto. Se era una cazzata elettorale, va detto. Ma dirlo non chiude la questione: la apre. Perché alla prossima elezione faremo ancora di più le pulci a ogni parola, a ogni slogan, a ogni promessa di prossimità, efficienza, cura, innovazione, rigenerazione, inclusione.
Chi mente una volta deve sapere che la seconda non gli verrà regalata. Questa storia dice molto anche sul rapporto tra burocrazia e povertà. La povertà non è soltanto mancanza di reddito. È mancanza di tempo, accesso, strumenti, reti, protezione.
Una persona benestante può perdere una mattina, spostarsi in taxi, controllare ogni giorno le disponibilità online, farsi aiutare, prendere appuntamento altrove.
Una persona fragile no. Per lei una coda non è una seccatura: è una giornata di lavoro persa, una cura saltata, un figlio da portare con sé, un corpo anziano messo alla prova.
La burocrazia, quando diventa disservizio, è una tassa sui poveri. La fila di via San Teodoro è una fotografia della cittadinanza a numero chiuso. Non perché qualcuno sia escluso per legge, ma perché l’accesso concreto al diritto viene regolato dalla resistenza. Prima arriva chi può. Dopo resta chi non ce la fa.
E nella fila, paradossalmente, c’è più civiltà che nell’organizzazione. Nessuno sgomita, nessuno urla, tutti rispettano l’ordine costruito tra persone stanche. I cittadini fanno la loro parte. È la città che non fa la propria.
La carta d’identità non è una pratica qualsiasi. La digitalizzazione, senza capacità amministrativa, produce nuove code. Dice che la città dei 15 minuti può finire molto prima del quarto d’ora: finisce davanti a quaranta biglietti distribuiti la domenica mattina. Gli altri tornino un’altra volta.



