Figli, basi e potere: la Turchia di Erdogan

Recep Tayyip Erdoğan chiede ai turchi di fare più figli. Almeno tre, ripete da anni. Non come consiglio privato, ma come programma nazionale. Per il presidente turco la famiglia è una fortezza, la natalità una questione di sopravvivenza, il corpo delle donne un pezzo della strategia dello Stato.

Il problema è che molte famiglie turche non riescono più a permettersi nemmeno la vita che hanno già. Cibo caro, salari bassi, affitti pesanti, inflazione persistente: nell’articolo del New York Times da cui partiamo, le madri rispondono al presidente con una domanda semplice.

Come si fanno altri figli, se non si riesce a mantenere quelli che ci sono? Una donna dice che il sussidio statale “basta appena per i pannolini”. Un’altra, madre di tre figli, consiglia alle giovani coppie di fermarsi a due, “date le circostanze attuali”.

Da qui si capisce la Turchia di oggi meglio che da molte mappe geopolitiche. È un Paese che vuole essere potenza mondiale, ma scopre di avere una società stanca. È giovane rispetto all’Europa, ma invecchia. È indispensabile alla NATO, ma resta respinta dall’Unione Europea. È alleata dell’Occidente contro alcuni regimi autoritari, ma governata da un potere sempre più autoritario.

La crisi demografica turca non è solo un dato statistico. È il punto in cui propaganda nazionale e vita materiale si scontrano. Il tasso di fertilità è sceso sotto il livello di sostituzione nel 2017 e nel 2024 è arrivato al minimo storico di 1,48 figli per donna.

Erdoğan ha risposto dichiarando il 2025 “Anno della Famiglia” e aprendo un “Decennio della Famiglia e della Popolazione” fino al 2035. Ha aumentato congedi, bonus, prestiti per i matrimoni. Ma se il salario resta basso e l’inflazione divora tutto, il pronatalismo diventa una richiesta di sacrificio rivolta soprattutto ai poveri.

Erdoğan non parla di figli come un demografo. Parla come un capo politico conservatore. Per lui la famiglia tradizionale è il luogo dove si riproducono nazione, religione, gerarchia e obbedienza.

Non a caso, davanti a un parlamentare del suo partito che spiegava di avere un solo figlio perché la moglie aveva una carriera e un dottorato, Erdoğan rispose: “La carriera consiste nell’avere figli”. È una frase brutale perché dice senza maschere quale sia il posto assegnato alle donne nel suo progetto politico.

Ma la Turchia non è solo questo. È anche uno degli Stati più importanti dell’attuale crisi mondiale. È nella NATO dal 1952, ha il secondo esercito dell’Alleanza per dimensioni, controlla una posizione geografica decisiva tra Mediterraneo, Mar Nero, Caucaso, Medio Oriente e Asia centrale.

Foto U.S. Air Force / Staff Sgt. Daniel Owen / Wikimedia Commons / Public Domain

Le sue basi e le sue infrastrutture militari contano per Washington e per Bruxelles. La base di Incirlik, ad Adana, resta uno snodo strategico, e nel 2026 la NATO ha rafforzato le difese aeree nel sud della Turchia proprio per la crescita delle minacce regionali.

Questa è la grande ambiguità turca. L’Occidente non si fida davvero di Erdoğan, ma non può permettersi di perdere la Turchia. La usa, la teme, la critica, la corteggia. Ankara parla con la Russia e con l’Ucraina, tratta con l’Europa sui migranti, pesa in Siria, guarda al Caucaso, vende droni, controlla passaggi, confini, corridoi energetici. Non è una periferia: è una cerniera. E le cerniere, nelle crisi, diventano più importanti delle porte.

L’Unione Europea lo sa benissimo. La Turchia è candidata all’adesione dal 1999 e i negoziati sono iniziati nel 2005. Ma dal 2018 sono fermi. Il Consiglio dell’Unione Europea riconosce che il processo di adesione è “a un punto morto”; nel 2025 il Parlamento europeo ha detto che non può riprendere nelle condizioni attuali, per il divario su democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali.

Così Ankara resta nel mezzo: troppo utile per essere isolata, troppo autoritaria per essere accolta. L’Europa le chiede collaborazione su sicurezza, migrazione, commercio, energia. Ma non le apre davvero la porta politica. Nel 2026 la discussione si è spostata ancora una volta sull’aggiornamento dell’unione doganale e sulla cooperazione pratica: non l’ingresso nell’Unione, ma la gestione dell’indispensabile.

Erdoğan è la sintesi personale di questa contraddizione. Non è un dittatore fuori dal sistema internazionale. È un leader autoritario dentro il sistema. Usa la NATO, tratta con l’Europa, negozia con Mosca, parla al mondo islamico, reprime in casa, mobilita la religione, invoca la famiglia, controlla il dissenso. È alleato dei democratici quando serve contro altri autoritari, ma governa con metodi che l’Europa dice di non poter accettare.

Per questo la questione dei figli non è un tema laterale. È il cuore interno della stessa politica estera turca. Una potenza che vuole contare nel mondo ha bisogno di popolazione, lavoro, esercito, consenso, famiglie disciplinate. Ma il popolo a cui chiede di moltiplicarsi vive dentro salari bassi, case piccole, prezzi alti e futuro incerto.

La Turchia di Erdoğan vuole essere impero e famiglia, base NATO e fortezza religiosa, partner dell’Occidente e alternativa all’Occidente. Vuole contare ovunque, ma chiede il conto soprattutto ai suoi cittadini.

Ed è qui che la foto diventa più chiara. La Turchia non è un’anomalia. È una delle immagini più precise del nostro tempo: un Paese autoritario ma necessario, respinto ma corteggiato, povero nelle case e potente sulle mappe. Un alleato che l’Occidente non vuole amare, ma di cui continua ad avere bisogno.

Foto Burgert Behr / Wikimedia Commons / CC BY-SA 4.0