A Cité Soleil, quartiere poverissimo di Port-au-Prince, la gente è scesa in strada non per protestare contro una tassa, un’elezione o un governo lontano. È scesa in strada per chiedere una cosa più elementare: protezione.
Dopo gli scontri del fine settimana, centinaia di persone hanno lasciato le proprie case. Alcune famiglie si sono disperse nella fuga. C’è chi non sa dove siano i figli, chi è tornato a prendere vestiti tra auto bruciate e carcasse di animali, chi racconta di aver visto persone uccise e colpite dai proiettili.
Le autorità haitiane non hanno ancora fornito un bilancio delle vittime, mentre gli abitanti del quartiere chiedono che la polizia entri nelle zone controllate dalle bande armate.
La frase più dura arriva da una donna tornata per poco nella sua casa: “Sono stati i nostri piedi a salvarci”. In Haiti, oggi, la protezione dello Stato può ridursi a questo: riuscire a correre abbastanza in fretta.
Cité Soleil non è soltanto un quartiere povero travolto dalla violenza. È uno dei luoghi in cui il collasso haitiano diventa più leggibile. Quando le bande si scontrano, non si spostano solo uomini armati: si svuotano case, si chiudono ospedali, si interrompono cure, si separano famiglie, si brucia l’economia minima che permetteva di sopravvivere.
Medici Senza Frontiere ha evacuato e sospeso le attività del proprio ospedale a Cité Soleil dopo intensi combattimenti tra gruppi armati. L’organizzazione ha chiesto a tutte le parti di garantire la sicurezza di operatori sanitari e civili.
Secondo le ricostruzioni disponibili, anche l’Hôpital Fontaine ha evacuato pazienti e neonati dalla terapia intensiva; nell’area non resterebbero strutture ospedaliere operative proprio mentre i bisogni sanitari aumentano.
Questo è il punto centrale: ad Haiti la violenza non uccide solo quando spara. Uccide quando costringe un ospedale a chiudere, quando un neonato deve essere evacuato dalla terapia intensiva, quando un ferito non sa più dove andare, quando una madre non può attraversare una strada per cercare i figli.
La crisi di Cité Soleil arriva dentro un Paese già spezzato. Dall’assassinio del presidente Jovenel Moïse, nel luglio 2021, Haiti è senza un potere politico capace di controllare davvero la capitale. Le bande hanno occupato gran parte di Port-au-Prince e hanno esteso saccheggi, rapimenti, violenze sessuali, estorsioni e assalti anche fuori dalla città. Alcune stime parlano di circa il 70% della capitale sotto controllo delle gang, dopo una fase in cui il controllo era indicato fino al 90%.

Ma il dato più grave non è solo territoriale. È sociale. La violenza ha prodotto una popolazione in fuga dentro il proprio Paese. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha indicato oltre 1,4 milioni di sfollati interni ad Haiti, un livello definito senza precedenti; molte persone sono costrette a rifugiarsi in siti improvvisati, sovraffollati e privi di servizi adeguati.
Dentro Port-au-Prince, circa 200 mila persone vivono in alloggi sovraffollati e inadeguati. È una cifra che racconta meglio di molte analisi che cosa significa “crisi haitiana”: non solo bande armate e missioni internazionali, ma famiglie ammassate in scuole, edifici pubblici, campi improvvisati, cortili, spazi senza acqua sufficiente, senza sicurezza, senza privacy, senza futuro.
Il meccanismo è sempre lo stesso. Le bande attaccano o si scontrano. La popolazione fugge. Gli ospedali chiudono. Gli sfollati aumentano. I servizi collassano. La povertà diventa ancora più profonda. E quando la violenza si sposta, il ciclo ricomincia altrove.
La risposta internazionale continua ad arrivare con il passo lento delle missioni e il linguaggio delle autorizzazioni. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una forza multinazionale da 5.550 uomini per contribuire al contrasto delle bande. Ma il dispiegamento è incompleto: sono arrivati contingenti dal Ciad, mentre restano aperti i nodi di mezzi, fondi, coordinamento e capacità reale di incidere sul terreno.
Il rischio è che anche questa forza arrivi dentro una crisi già mutata. Perché Haiti non ha solo bisogno di uomini armati contro uomini armati. Ha bisogno che la popolazione possa tornare a casa, che gli ospedali riaprano, che i bambini ritrovino le famiglie, che le strade siano attraversabili, che il cibo arrivi, che i quartieri non siano trattati come territori perduti.
A Cité Soleil, la protesta degli abitanti dice una cosa precisa: la gente non chiede una grande soluzione geopolitica. Chiede di non essere lasciata sola tra bande, pallottole e fuga. Chiede che lo Stato esista almeno come protezione minima. Chiede che un quartiere povero non venga abbandonato alla logica del più armato.
È qui che la vicenda haitiana parla oltre Haiti. Quando uno Stato collassa, i poveri perdono tutto due volte. Prima perdono la sicurezza, poi perdono anche i servizi che dovrebbero proteggerli dalla mancanza di sicurezza. Non c’è polizia, non c’è ospedale, non c’è casa, non c’è scuola, non c’è luogo dove chiedere conto dei morti. Resta solo la fuga.
La scena di Cité Soleil è questa: persone che protestano per chiedere protezione mentre altre persone cercano parenti dispersi, mentre gli ospedali evacuano, mentre una forza internazionale promessa non è ancora pienamente arrivata. Non è un’emergenza improvvisa. È una crisi diventata amministrazione ordinaria della sopravvivenza.
E quando un Paese arriva al punto in cui i cittadini devono manifestare per chiedere semplicemente di poter restare vivi nel proprio quartiere, non siamo più davanti a un problema di ordine pubblico. Siamo davanti alla dissoluzione del diritto più elementare: abitare senza dover scappare.



