Bakary Sako stava andando a lavorare. È questo il punto da cui partire, prima ancora della cronaca nera, delle baby gang, dei futili motivi, delle telecamere, dei fermi e delle confessioni. Era l’alba di sabato 9 maggio, a Taranto, in piazza Fontana, nella città vecchia.
Sako aveva 35 anni, veniva dal Mali, viveva in Italia regolarmente e lavorava come bracciante agricolo. Come tanti uomini migranti, attraversava la città quando molti ancora dormivano, per raggiungere i campi dove il lavoro comincia presto e resta spesso invisibile.
Secondo le ricostruzioni, è stato circondato da un gruppo di giovani. Una lite, una provocazione, una discussione forse nata dal nulla. Poi le mani, le spinte, i pugni. Infine i colpi con un oggetto appuntito, tra torace e addome. Un’aggressione breve e feroce. Quando i soccorsi sono arrivati, per lui non c’era più nulla da fare. La vita di un lavoratore è finita su una piazza, prima dell’inizio del turno.
Per l’omicidio sono stati fermati cinque ragazzi, quattro minorenni e un ventenne. Uno di loro, quindicenne, avrebbe ammesso di aver colpito Sako. L’accusa è omicidio aggravato da futili motivi. La formula dice molto e allo stesso tempo non basta.
I futili motivi sono la misura giudiziaria dell’assurdo: indicano che non c’era una ragione contingente, che la morte è arrivata per niente, o per qualcosa che niente valeva. Ma quando a morire è un bracciante africano all’alba, mentre va nei campi, quel “niente” non è mai davvero vuoto.
Dentro ci sono corpi considerati disponibili, vite percepite come meno protette, uomini che lavorano ai margini e ai margini possono anche essere colpiti.
Non c’è, al momento, un movente razzista formalmente contestato. Questo va detto con precisione. Ma non serve forzare gli atti per vedere il contesto. Bakary Sako non era un bersaglio qualunque in una città qualunque.
Era un lavoratore migrante, uno di quelli che reggono pezzi dell’agricoltura italiana senza quasi mai entrare nel racconto pubblico se non quando muoiono, vengono sfruttati, vivono in baracche o finiscono dentro un’inchiesta sul caporalato.
La sua morte non può essere separata dalla sua condizione sociale. Non perché ogni violenza contro un migrante sia automaticamente razzista in sede penale, ma perché una società che rende alcune vite marginali le rende anche più esposte.
La parola “bracciante” in Italia porta con sé una lunga storia di fatica povera. Oggi, in molte campagne, significa lavoro stagionale, paghe basse, dipendenza dai trasporti, ricattabilità, intermediazioni opache, case lontane o inesistenti, giornate che cominciano quando la città non ha ancora acceso le vetrine.
Significa anche che il cibo arriva nei supermercati e nei mercati grazie a persone che spesso nessuno vede. Bakary Sako era una di queste persone. Un uomo che andava a lavorare, non un dettaglio della cronaca cittadina.
Le associazioni locali lo hanno descritto come un lavoratore serio, una persona tranquilla. L’associazione Babele ha ricordato che era impiegato in agricoltura e che quella mattina si stava muovendo per raggiungere il lavoro.

La Flai Cgil ha parlato di un operaio agricolo brutalmente ucciso, chiedendo verità e giustizia. La Cgil di Taranto ha usato parole dure: un altro lavoratore morto andando al lavoro, anche se questa volta non dentro una fabbrica, non schiacciato da un macchinario, non per un ponteggio caduto o una norma di sicurezza violata dal padrone.
È morto in una città che non ha saputo proteggerlo nel tragitto tra la casa e il salario.
La cronaca si è concentrata sui presunti aggressori. Ragazzi, minorenni, baby gang. È comprensibile: l’età degli indagati fa impressione, produce allarme, spinge verso il racconto dell’emergenza sicurezza. Ma c’è il rischio che il caso venga chiuso lì, dentro il recinto rassicurante della devianza giovanile.
Cinque ragazzi violenti, una piazza difficile, una notte storta. Così la vittima scompare una seconda volta. Resta il problema dell’ordine pubblico, non quello dell’uomo ucciso. Resta la paura della baby gang, non la vita del bracciante.
Taranto conosce bene la parola lavoro, e conosce bene anche il prezzo che il lavoro può chiedere ai corpi. È una città segnata dall’industria, dalla povertà, dalle promesse di sviluppo e dalle ferite ambientali.
Ma la morte di Bakary Sako racconta un altro pezzo dello stesso paesaggio: il lavoro agricolo migrante, le periferie sociali che non sempre coincidono con quelle geografiche, la città vecchia attraversata all’alba da chi non ha il lusso di restare invisibile solo quando conviene.
Nei prossimi giorni bisognerà capire meglio la dinamica, il movente, le responsabilità individuali. Bisognerà evitare scorciatoie, perché un processo non si sostituisce con un titolo. Ma bisognerà anche evitare l’altra scorciatoia, quella che riduce tutto a un episodio isolato.
La violenza estrema non nasce mai nel vuoto. Cresce dove alcune persone valgono meno nel linguaggio comune, nei salari, nelle case, nei trasporti, nelle relazioni quotidiane. Cresce dove il migrante è utile se raccoglie, serve, pulisce, sposta merci, ma resta sospetto quando cammina in una piazza.
Bakary Sako aveva 35 anni. Veniva dal Mali. Lavorava nei campi. Sabato mattina non è arrivato al lavoro perché qualcuno lo ha fermato prima. La sua morte non è soltanto una notizia di cronaca nera. È una domanda posta a un Paese che vive anche del lavoro degli ultimi e poi fatica perfino a nominarli quando vengono uccisi.
Per questo il suo nome va tenuto al centro. Non la baby gang, non la paura, non il decoro, non l’ennesimo dibattito astratto sulla sicurezza. Bakary Sako. Bracciante agricolo. Ucciso all’alba, mentre andava a lavorare.



