Il drone abbattuto lunedì mentre si avvicinava all’aeroporto internazionale di Khartoum non è soltanto un nuovo episodio militare nella guerra sudanese. È il segnale di una fase più pericolosa del conflitto: la capitale prova lentamente a riaprire, milioni di persone tentano di tornare a casa, ma la guerra non arretra. Cambia forma, usa sempre più droni, attraversa i confini e coinvolge reti regionali di armi, basi logistiche e mercenari.
Secondo le autorità aeroportuali e militari sudanesi, il velivolo senza pilota sarebbe stato lanciato dalle Forze di supporto rapido, Rsf, il gruppo paramilitare in guerra contro l’esercito dall’aprile 2023. La difesa aerea sudanese lo ha intercettato prima che raggiungesse l’aeroporto, senza provocare vittime né danni. I voli sono stati sospesi per controlli e poi avviati alla ripresa.
Pochi giorni prima, sabato, un altro attacco attribuito alle Rsf aveva colpito un veicolo civile nei pressi di Omdurman, città gemella di Khartoum, uccidendo almeno cinque persone secondo l’organizzazione sudanese Emergency Lawyers.
La novità politica è arrivata subito dopo. Il Sudan ha richiamato il proprio ambasciatore in Etiopia, accusando Addis Abeba di essere coinvolta nell’attacco contro l’aeroporto della capitale e indicando anche gli Emirati Arabi Uniti come fornitori dei droni.
Il portavoce militare sudanese ha sostenuto che il governo avrebbe prove di quattro attacchi con droni partiti, dal primo marzo, dall’aeroporto etiope di Bahir Dar. L’Etiopia ha respinto le accuse definendole infondate, mentre gli Emirati Arabi Uniti continuano a negare il sostegno militare alle Rsf, già denunciato in passato dal Sudan, da esperti delle Nazioni Unite e da organizzazioni per i diritti umani.
La guerra sudanese, entrata nel suo quarto anno, è nata dallo scontro di potere tra l’esercito e le Rsf, ma da tempo non può più essere letta come una guerra soltanto interna. Il conflitto è esploso il 15 aprile 2023, quando la tensione sulla fusione delle forze paramilitari nell’esercito regolare è precipitata in combattimenti aperti a Khartoum e in molte altre aree del Paese.
Da allora il Sudan è stato frantumato da fronti mobili, assedi, violenze etniche, carestie locali, sfollamenti di massa e distruzione delle infrastrutture civili.
Il dato più grave è che la guerra si sta regionalizzando. Non solo perché le accuse tra Stati si moltiplicano, ma perché il conflitto dipende sempre più da catene di rifornimento esterne.
Un rapporto del gruppo di esperti delle Nazioni Unite sulla Libia, relativo al periodo tra ottobre 2024 e febbraio 2026, ha indicato il battaglione libico Subul al-Salam come uno degli snodi attraverso cui sono passati combattenti, armi, carburante e supporto logistico diretti alle Rsf.
Il gruppo opera nell’area di Kufra, nel sud della Libia, al confine con Sudan, Ciad ed Egitto, ed è legato al cosiddetto Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar.
Kufra, in questa geografia della guerra, non è una località periferica. È un punto di transito nel deserto, un retroterra operativo vicino al triangolo di confine tra Sudan, Egitto e Libia. Secondo gli esperti Onu, le Rsf avrebbero beneficiato di una base circa 75 chilometri a sud-ovest della città, di una base aerea e di strutture usate come punti di passaggio per combattenti colombiani e per la modifica di veicoli importati attraverso la Libia.
Nel giugno 2025, il battaglione Subul al-Salam avrebbe sostenuto le operazioni delle Rsf scortando combattenti sul territorio libico, facilitando l’accesso a carburante e pezzi di ricambio e contribuendo all’avanzata paramilitare nell’area di Uwaynat.
Dentro questa rete compare un elemento che racconta bene la privatizzazione contemporanea della guerra: la presenza di mercenari colombiani. Ex militari, reclutatori privati, società di sicurezza, basi di transito e dispositivi mobili tracciati compongono una catena che unisce America Latina, Golfo, Libia, Ciad e Darfur.
Una recente indagine del Conflict Insights Group, ripresa da diverse testate internazionali, sostiene che combattenti colombiani collegati alla brigata “Lupi del deserto” abbiano fornito supporto militare alle Rsf, anche come piloti di droni, artiglieri e istruttori.
L’indagine afferma di aver tracciato oltre cinquanta dispositivi mobili usati da combattenti colombiani tra aprile 2025 e gennaio 2026, ricostruendo passaggi attraverso nodi logistici regionali e collegamenti con strutture riconducibili agli Emirati Arabi Uniti.
Il punto non è solo la presenza di combattenti stranieri. È il loro ruolo dentro la trasformazione tecnica della guerra sudanese. I droni non sono più un dettaglio tattico, ma uno degli strumenti centrali del conflitto. Possono colpire aeroporti, convogli, depositi, veicoli civili, infrastrutture e aree urbane.

Possono estendere la minaccia anche dove il fronte terrestre sembra essersi allontanato. Per questo l’attacco contro l’aeroporto di Khartoum pesa più del singolo danno mancato: colpisce il simbolo della riapertura della capitale e mostra che nessuna normalizzazione è garantita finché la guerra resta alimentata da filiere esterne.
La vicenda di El Fasher, nel Darfur settentrionale, mostra l’altro volto di questa stessa dinamica. La città è caduta nelle mani delle Rsf nell’ottobre 2025, dopo un assedio durato circa diciotto mesi che aveva tagliato cibo, aiuti umanitari e forniture mediche.
L’Ufficio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha denunciato che, durante l’offensiva finale, le Rsf hanno scatenato una violenza di intensità e brutalità tali da configurare crimini di guerra e possibili crimini contro l’umanità. Una missione indipendente delle Nazioni Unite ha poi parlato di atrocità con indicatori di un percorso genocidario contro comunità non arabe.
La conquista di El Fasher è dunque il precedente che rende più inquietante quanto sta avvenendo ora a Khartoum. Se mercenari, droni e basi esterne hanno inciso nella guerra del Darfur, la stessa infrastruttura di violenza può essere spostata o riattivata altrove.
La capitale non è tornata a essere il centro tranquillo di uno Stato che si ricompone. È una città devastata che tenta di riaprire mentre resta esposta alla guerra a distanza.
Dopo la riconquista da parte dell’esercito nel 2025, Khartoum ha conosciuto un lento ritorno alla vita. L’aeroporto è stato riaperto gradualmente, alcuni ministeri e servizi hanno ricominciato a funzionare, elettricità e acqua sono state ripristinate in alcune zone.
Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, Oim, quasi quattro milioni di persone sono rientrate in Sudan, molte proprio nelle aree di Khartoum e al-Jazira, spinte dal miglioramento relativo della sicurezza, dalla pressione economica e dall’impossibilità di continuare a vivere da sfollati.
Ma il ritorno non significa normalità. A Khartoum molti edifici restano distrutti, il centro urbano conserva le tracce dei combattimenti e il vecchio suk arabo, un tempo cuore commerciale della città, è ancora lontano dalla sua vitalità. Il problema è che milioni di persone tornano in luoghi dove le case sono danneggiate, i servizi pubblici non reggono, il lavoro manca e l’assistenza umanitaria è insufficiente.
La Federazione internazionale delle società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, Ifrc, ha avvertito che il Sudan resta la più grande crisi di sfollamento al mondo e che circa 33 milioni di persone avranno bisogno di assistenza umanitaria nel 2026.
Questa è la contraddizione centrale. Da una parte, la capitale viene presentata come un luogo che rientra lentamente nella vita civile. Dall’altra, basta un drone abbattuto vicino all’aeroporto per mostrare quanto sia fragile ogni tentativo di ricostruzione.
Chi torna non trova una città pacificata, ma un territorio sospeso tra macerie, servizi intermittenti e minaccia militare. L’idea stessa di ritorno rischia così di diventare una nuova forma di vulnerabilità: si rientra non perché le condizioni siano davvero sicure, ma perché restare sfollati è diventato insostenibile.
Secondo l’Armed Conflict Location & Event Data Project, Acled, la guerra ha causato almeno 59 mila morti, una cifra che gli stessi osservatori considerano probabilmente sottostimata per le difficoltà di accesso alle aree di combattimento.
Le Nazioni Unite e le organizzazioni umanitarie descrivono il Sudan come la peggiore crisi umanitaria al mondo: milioni di persone sfollate, fame diffusa, servizi sanitari al collasso, aiuti bloccati o insufficienti.
Il Sudan mostra così il volto di una guerra contemporanea in cui lo Stato si disgrega, i confini diventano corridoi logistici, i civili pagano il prezzo maggiore e gli attori esterni negano formalmente ciò che le rotte, le armi e i combattenti sembrano indicare.
Il drone su Khartoum, i mercenari passati dalla Libia, le accuse contro Etiopia ed Emirati Arabi Uniti e il ritorno precario di milioni di persone non sono tre notizie separate. Sono parti dello stesso processo: una guerra civile che si alimenta fuori dal Paese e ricade, ogni giorno, su una popolazione senza protezione.
La capitale che riapre, in questo quadro, non è il segno della fine del conflitto. È il luogo in cui si misura il suo paradosso più crudele. Le persone tornano perché devono sopravvivere, non perché la guerra sia finita. Gli aeroporti riaprono, ma restano bersagli.
Le case vengono raggiunte di nuovo, ma spesso non sono più abitabili. E mentre il Sudan prova a rimettere insieme frammenti di vita quotidiana, la guerra continua a essere rifornita da rotte, interessi e poteri che superano i suoi confini.



