Sudan: nasce un terzo Stato, nell’indifferenza generale

Per motivi che sfuggono alla ragione – o che sono troppo scomodi per essere detti – del Sudan non importa più niente a nessuno. Nonostante i numeri parlino chiaro: oltre 300.000 morti, più di 14 milioni di sfollati, stupri sistematici, carestie e città intere svuotate. Una delle peggiori crisi umanitarie del pianeta, come confermato dalle Nazioni Unite. Ma anche una guerra che si consuma nel silenzio quasi totale dell’informazione globale, fuori dal radar della diplomazia internazionale, senza bandiere da sventolare né interessi da proteggere.

Mentre il mondo guarda altrove, in Sudan sta succedendo qualcosa di enorme. Non si tratta solo di una guerra civile: sta nascendo un terzo Stato, o qualcosa che vi somiglia pericolosamente. Un’entità armata, territoriale, alleata con potenze estere, con risorse autonome e un progetto politico preciso.

Le RSF e la conquista del Triangolo del Sahara
Protagonista di questo processo è Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti, leader delle RSF – Rapid Support Forces, milizia d’origine janjaweed evoluta in forza paramilitare potente, organizzata, brutale. Da mesi le RSF controllano ampie aree del Sudan occidentale, in particolare il Darfur e il Kordofan, dove hanno imposto un’amministrazione autonoma di fatto in città come Nyala e Genina.

Nei giorni scorsi, le RSF hanno conquistato il Triangolo del Sahara, zona strategica al confine tra Sudan, Libia ed Egitto. Un territorio chiave per il traffico di oro e migranti, per i rifornimenti militari e per l’accesso diretto al Mediterraneo attraverso la Libia orientale. Dietro questa conquista non c’è solo potenza militare: c’è un’alleanza politica e logistica con il generale libico Khalifa Haftar, sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti, che da tempo riforniscono le RSF di droni, armi e finanziamenti.

Il Triangolo dei tre confini rappresenta la cerniera tra un potere militare e una struttura statale autonoma. Consente alle RSF di aggirare la costa sudanese del Mar Rosso – controllata dall’esercito regolare – e di affermarsi come polo autonomo sul piano commerciale, militare e strategico.

“South Sudan 022” by babasteve is licensed under CC BY-NC 2.0.

Un nuovo Stato senza nome
La guerra sudanese, iniziata nell’aprile 2023 tra l’esercito del generale Abdel Fattah al-Burhan e le RSF di Hemetti, si sta trasformando in una frattura territoriale permanente. L’esercito ha ripreso il controllo di Khartum e di Port Sudan, mentre le RSF consolidano il proprio dominio nell’ovest del paese.

Hemetti non si limita a comandare milizie: ha proclamato un governo parallelo, annunciato una bozza di costituzione e costruito una rete internazionale che include Emirati, Libia, mercati illegali e rotte migratorie. L’est e l’ovest del Sudan oggi vivono in sistemi politici e militari diversi. L’uno cerca legittimità internazionale, l’altro già agisce come uno Stato de facto.

Il Sudan non sta solo collassando. Si sta frammentando. E mentre si profila un possibile secondo o terzo Stato sudanese – dopo l’indipendenza del Sud Sudan nel 2011 – nessuno sembra volerlo vedere.

L’indifferenza come complice
Nel frattempo, la crisi umanitaria si aggrava. Secondo l’ONU, quella sudanese è oggi una «crisi di umanità», aggravata da stupri sistematici, uso dei civili come bersaglio, fame, blocco degli aiuti. È una guerra che colpisce in modo feroce le donne, i bambini, i più poveri. Ma è anche una guerra scomoda da raccontare, senza un fronte “simpatico”, senza una narrazione comoda per i media occidentali.

La comunità internazionale si limita a denunciare. Nessuna conferenza di pace, nessuna pressione diplomatica efficace, nessun embargo sulle armi. Solo silenzio. E intanto sotto questo silenzio, le RSF trasformano una vittoria militare in una rivoluzione geopolitica.

Quando – tra mesi o anni – il Sudan risulterà diviso in tre entità, con confini, valute e interessi divergenti, forse qualcuno dirà che non si poteva sapere. La verità è che si sapeva benissimo, ma non conveniva parlarne.