Ciad e Libia, le piste d’aereo sospette della guerra in Sudan

Nel pieno della guerra in Sudan, mentre i combattimenti e le atrocità si consumano a terra, una parte decisiva del conflitto passa per una geografia molto meno visibile: piste d’atterraggio periferiche, cargo pesanti, rotte ripetute tra il Golfo e l’Africa orientale.

Da mesi, monitoraggi internazionali e inchieste giornalistiche convergono su un quadro: dagli Emirati Arabi Uniti si muove un flusso aereo costante verso nodi logistici in Ciad e, più in generale, verso la fascia saheliana e il Corno d’Africa.

Quel flusso viene indicato come funzionale al sostegno alle Rapid Support Forces (RSF) del generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto “Hemedti”, il principale attore armato non statale del conflitto sudanese. Gli Emirati respingono l’accusa e sostengono che i voli servano a portare aiuti umanitari.

Il nome che ricorre nelle ricostruzioni è Amdjarass, nell’est del Ciad, una pista lontana dai corridoi commerciali e vicina al confine con il Sudan. Reuters, sulla base di dati di volo e analisi incrociate, ha documentato decine di missioni cargo dagli Emirati verso Amdjarass a partire dall’inizio della guerra, descrivendo una “inondazione” di voli su un airstrip che, secondo fonti ONU citate dalla stessa agenzia, sarebbe un punto di ingresso di forniture destinate alle RSF.

La rilevanza di Amdjarass sta nella sua funzione: più che una destinazione, è una porta. Se un ponte aereo rifornisce un teatro di guerra aggirando i canali ordinari, la pista diventa l’anello che rende possibile il resto.

La parte più delicata, e insieme più grave, non è la presenza di voli in sé, né il fatto che si possano avanzare sospetti su rotte e operatori. Il punto esplosivo è un altro: la difficoltà, per le strutture di controllo internazionali, di ottenere i documenti che permetterebbero di verificare in modo indipendente la natura dei carichi.

Un panel di esperti delle Nazioni Unite incaricato di monitorare il Darfur ha richiesto agli Emirati i cargo manifests relativi a una serie di voli atterrati in Ciad, e che tali manifests non sarebbero stati consegnati per numerose missioni; la ricostruzione dell’ONU, riportata dall’agenzia, sostiene che senza quella documentazione la verifica sul contenuto dei trasporti resta incompleta.

In una vicenda dove la linea di confine tra aiuto e rifornimento militare è decisiva, l’assenza di trasparenza sulla carta più semplice — la lista del carico — è ciò che trasforma una controversia geopolitica in un caso politico.

Foto Legeekdunord CC BY-SA 4.0

Non è l’unico elemento che alimenta il dossier. Nel 2025 Reuters ha raccontato che gli esperti ONU stavano investigando su munizionamento ritrovato in Darfur e collegato, attraverso numeri di serie e registri di esportazione, a una filiera che passava dagli Emirati.

Il caso citato dall’agenzia riguarda colpi di mortaio prodotti in Bulgaria e venduti nel 2019 a un acquirente emiratino, poi rinvenuti in un convoglio delle RSF; Sofia ha riferito che non risultava autorizzata alcuna riesportazione verso il Sudan, mentre gli Emirati hanno negato di rifornire i paramilitari.

Anche qui, al centro non c’è la suggestione ma la catena: quando un armamento compare in un teatro su cui insistono embarghi o restrizioni, il tracciamento della provenienza diventa una questione di responsabilità internazionale.

Il quadro si complica ulteriormente perché il corridoio non sarebbe unico. In un’altra inchiesta, Reuters ha descritto un asse parallelo che passa dalla Libia meridionale, con una pista remota nell’area di Kufrah che avrebbe assunto un ruolo nel trasferimento di rifornimenti e uomini in direzione delle RSF.

La logica è coerente con molte guerre contemporanee: quando un canale di approvvigionamento diventa troppo esposto, la logistica si sposta, si frammenta, cambia intestazioni e rotte, ma mantiene lo stesso obiettivo.

In questo contesto, anche la comparsa di nuovi vettori cargo africani, registrati in Paesi che non sono snodi naturali del traffico di quei grandi aerei, diventa un dettaglio che gli osservatori prendono sul serio. Non è una prova del contenuto dei voli, e non basta a sostenere un’accusa.

Ma segnala un meccanismo tipico delle reti opache: cambiare bandiera, società, leasing e strutture operative per rendere più difficile attribuire responsabilità e seguire il filo fino ai decisori. La stampa specializzata del settore aeronautico ha registrato negli ultimi mesi l’attività di nuovi operatori cargo con velivoli come Il-76, macchine robuste e adattabili che, storicamente, compaiono spesso nei corridoi logistici più difficili da ispezionare.

La sostanza della vicenda, dunque, non sta in un singolo volo o in un singolo nome societario. Sta nell’insieme: un flusso ripetuto di cargo verso hub periferici; la contestazione, da parte di fonti ONU e di inchieste giornalistiche, di un possibile rifornimento alle RSF; la mancanza, denunciata nelle ricostruzioni, dei documenti che permetterebbero di chiudere definitivamente la disputa.

Inoltre c’è la presenza di indizi materiali su armamenti e munizioni che riemergono sul terreno. In una guerra che ha già prodotto milioni di sfollati e una crisi umanitaria devastante, la possibilità che un ponte aereo alimenti la capacità bellica di uno dei protagonisti senza che i controlli riescano a verificare pienamente cosa viaggia in stiva mette a nudo il limite più duro del sistema internazionale: la trasparenza è richiesta a parole, ma può essere negata nei fatti.

Foto Nicoleon CC BY-SA 4.0