Dove cadono le bombe, salgono i profitti

C’è una cosa che le guerre fanno sempre molto bene: scegliere da che parte far cadere il conto. Ai poveri lasciano fame, profughi, inflazione, bollette, tagli sociali. Ai governi lasciano la scusa perfetta per aumentare la spesa militare. Alle aziende delle armi lasciano bilanci da applauso. È una filiera efficiente, finalmente: produce macerie in basso e dividendi in alto.

La guerra non si limita a distruggere città. Distrugge bilanci familiari, scuole, ospedali, salari reali, sistemi alimentari, possibilità di futuro. La Banca Mondiale prevede che entro il 2030 435 milioni di persone vivranno in povertà estrema nei Paesi colpiti da conflitti e fragilità: quasi il 60% dei poverissimi del pianeta.

È un dato che dice tutto senza bisogno di poesia: la povertà del futuro abiterà sempre più vicino alle guerre. E anche quando le bombe cadono lontano, il conto arriva lo stesso. L’UNDP stima che l’escalation militare in Medio Oriente possa spingere fino a 32,5 milioni di persone in povertà nel mondo attraverso tre colpi: energia più cara, cibo più caro, economie più deboli.

È la guerra a domicilio. Non la vedi nel cielo, la trovi nello scontrino. Nel frattempo, la spesa militare mondiale corre. Nel 2025 ha raggiunto 2.887 miliardi di dollari, il livello più alto mai registrato dal SIPRI e l’undicesimo anno consecutivo di crescita. Una cifra talmente enorme da sembrare irreale, e infatti viene trattata come inevitabile.

Quando si parla di sanità, scuola, casa, salari, assistenza, ogni miliardo va giustificato, sezionato, compatibilizzato. Quando si parla di armi, i miliardi diventano improvvisamente “sicurezza”. Due miliardi per gli ospedali sono spesa pubblica. Due miliardi per i missili sono responsabilità internazionale.

È il miracolo contabile del riarmo. I primi cinque Paesi per spesa militare — Stati Uniti, Cina, Russia, Germania e India — concentrano da soli il 58% della spesa globale. La guerra, insomma, viene raccontata come caos, ma il suo mercato è ordinatissimo: pochi grandi compratori, pochi grandi produttori, molti grandi profitti.

E infatti mentre la povertà cresce, qualcuno incassa. Le prime 100 aziende militari del mondo hanno registrato nel 2024 679 miliardi di dollari di ricavi legati ad armi e servizi militari, il 5,9% in più dell’anno precedente.

Qui finisce la retorica e comincia la contabilità vera: la guerra è perdita per molti e margine per pochi. È lutto per chi scappa, fame per chi resta, precarietà per chi paga indirettamente. Ma è commessa, contratto, ordine, dividendo per chi produce armi, tecnologie militari, sistemi di difesa, munizioni, droni, missili.

Foto Ruslana Bohdan / mil.gov.ua / Wikimedia Commons / CC BY 4.0

Naturalmente tutto viene raccontato con parole nobili: sicurezza, deterrenza, difesa, stabilità. Parole importanti, certo. Ma dietro ogni parola importante c’è sempre una fattura. E quella fattura non arriva mai a chi brinda sui mercati.

Il paradosso è che più aumenta la spesa militare, più il mondo sembra insicuro. Più si arma, più ha paura. Più compra strumenti di guerra, più prepara la guerra successiva. È un meccanismo perfetto, almeno per chi lo vende: il fallimento della sicurezza diventa la prova che bisogna comprarne ancora.

La guerra viene presentata come emergenza. Il riarmo come necessità. La povertà come effetto collaterale. I profitti come dettaglio tecnico. Ma non sono dettagli. Sono la struttura. Ogni euro messo in armamenti è un euro che non va altrove. Non automaticamente, non sempre, non in modo meccanico. Ma politicamente sì.

Perché i bilanci pubblici sono scelte, non fenomeni naturali. Se un Paese aumenta la spesa militare mentre taglia, rinvia o sottofinanzia sanità, scuola, politiche sociali e cooperazione internazionale, sta dicendo qualcosa di molto chiaro: prima la sicurezza degli Stati, poi la sicurezza delle persone.

Eppure la vera sicurezza sarebbe non dover scegliere tra curarsi e pagare l’affitto. Sarebbe avere scuole aperte, ospedali funzionanti, salari dignitosi, case accessibili, territori non abbandonati, cibo non trasformato in merce di guerra. Sarebbe non diventare poveri perché da qualche parte un conflitto fa salire energia, grano e fertilizzanti.

La guerra, invece, ribalta tutto. Trasforma i poveri in danno collaterale e i produttori di armi in attori strategici. Chiede sacrifici ai cittadini e promette profitti ai mercati. Dice che bisogna difendere la democrazia, ma intanto svuota le condizioni materiali che rendono una democrazia vivibile.

Il risultato è un mondo dai numeri direttamente proporzionali: più guerre, più poveri; più poveri, più instabilità; più instabilità, più riarmo; più riarmo, più profitti. Una catena perfetta. Per qualcuno. Per tutti gli altri, resta il conto.

La guerra viene venduta come sacrificio collettivo. Ma collettivo è il sacrificio, non il profitto. I poveri pagano, gli eserciti ordinano, i governi firmano, le aziende incassano. Poi ci spiegano che è per la sicurezza. Dipende di chi.

Foto Jaber Jehad Badwan / Wikimedia Commons / CC BY-SA 4.0