La guerra come crescita? Il bluff dell’industria bellica

C’è un paradosso sempre più evidente nel discorso pubblico europeo, e italiano in particolare: la guerra viene presentata come una forma di crescita, la produzione militare come leva di sviluppo, l’industria della difesa come motore del futuro. Il caso più emblematico è il programma Eurofighter Typhoon, oggi rilanciato come simbolo di una “piattaforma comune per la sicurezza europea” e, insieme, di “occupazione, Pil, innovazione”.

Lo studio Pwc Strategy& dedicato al programma racconta una storia di successo economico: nei prossimi dieci anni, gli Eurofighter — prodotti in cooperazione da Italia, Germania, Regno Unito e Spagna — dovrebbero contribuire fino a 90 miliardi di euro al Pil delle quattro nazioni partner, generando quasi 100mila posti di lavoro ogni anno e 22 miliardi di euro di entrate fiscali. Sembra un bilancio industriale qualunque. Ma non lo è.

Questi numeri arrivano dalla produzione di armi da guerra. Di aerei da combattimento progettati per scontri ad alta intensità, potenzialmente per conflitti futuri che nessuno — ufficialmente — dice di volere. Eppure il linguaggio è quello del marketing economico, come se si stesse parlando di treni ad alta velocità o turbine eoliche. La guerra smette di essere una necessità estrema e viene riscritta come opportunità di crescita.

Dalla “difesa” alla normalizzazione dell’industria militare
L’Europa, si dice, ha bisogno di autonomia strategica. È vero. La guerra in Ucraina ha mostrato quanto la dipendenza da fornitori esterni — in primis gli Stati Uniti — abbia reso il continente vulnerabile. Ma l’evoluzione del discorso è andata oltre: la difesa è diventata produzione, e la produzione è diventata economia. Si salta un passaggio fondamentale: l’arma è strumento di morte. E se la si produce in massa, si presuppone — o si auspica — che, prima o poi, venga usata.

Il programma Eurofighter viene presentato come “ecosistema industriale europeo altamente specializzato”. Si parla di “competenze”, “sovranità tecnologica”, “ricadute scientifiche dual use”. Ma la verità è semplice: sono macchine progettate per abbattere, colpire, distruggere. Che ciò sia fatto nel nome della difesa o in quello della deterrenza, il fine resta bellico.

Di Fernando.tassone – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=64481895

Eppure, la narrazione si fa trionfale. In un Paese in cui si fatica a costruire scuole antisismiche o a finanziare la sanità di prossimità, si celebra senza esitazione un programma militare perché “genera occupazione”. Ma quando abbiamo deciso che la guerra è un settore produttivo come gli altri? Quando abbiamo smesso di considerarne il costo umano e sociale?

Il volto oscuro del trionfo industriale
La trasformazione della guerra in volano economico ha una lunga storia. Ma oggi, nel contesto europeo, assume una nuova forma: quella della normalizzazione culturale dell’industria militare. Viene insegnata nei poli universitari, presentata nei piani industriali, proposta come opzione di investimento.

Questa retorica ha un effetto collaterale devastante: oscura il dibattito pubblico sulle priorità reali. Mentre si racconta con orgoglio il futuro del Typhoon, nessuno sembra preoccuparsi dei fondi PNRR che rischiano di perdersi per la salute territoriale, l’inclusione sociale, la rigenerazione urbana. Quelle sono “missioni in ritardo”, “temi complessi”, “problemi locali”. La produzione bellica invece è pronta, coordinata, efficiente. Forse perché, a differenza della sanità o del welfare, non richiede di credere nel valore della pace. Solo in quello della performance.

Difendere cosa, e da chi?
È legittimo voler difendere il proprio territorio. Ma non si può costruire un’intera narrazione economica e sociale sulla guerra. Non si può chiamare “crescita” quella che nasce dalla previsione di uno scontro. Non si può giustificare l’industria della morte in nome della vita. È una scorciatoia retorica che non possiamo più permetterci.

L’Europa ha bisogno di sicurezza, sì. Ma la sicurezza si costruisce anche con ospedali, scuole, alloggi dignitosi, salari equi, servizi di base. Difendere un continente significa anche renderlo abitabile, giusto, vivibile. E questo non lo fanno gli Eurofighter.

Di Photo: SAC Ben Stevenson/MOD, OGL v1.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=26925969