La scuola che cambia i nomi e lascia le disuguaglianze

La polemica sui Promessi sposi e quella sugli istituti tecnici hanno occupato per qualche giorno il dibattito sulla scuola, come se fossero due questioni separate: da una parte Manzoni, dall’altra il lavoro; da una parte il classico, dall’altra l’impresa; da una parte il romanzo nazionale, dall’altra il tornio, il laboratorio, la filiera produttiva. In realtà raccontano la stessa cosa: una politica scolastica che interviene sui simboli perché non vuole, o non può, intervenire sulle condizioni materiali dell’istruzione.

Il metodo è semplice, quasi elegante nella sua povertà. Se un classico è difficile, lo si sposta. Se un istituto tecnico è considerato di serie B, lo si chiama liceo. Se la scuola non riesce più a garantire uguaglianza culturale, si cambia lessico. È una forma di magia ministeriale: il problema resta, ma con un nome più decoroso.

Nel caso dei Promessi sposi, la questione è stata presentata in modo spesso caricaturale: Manzoni sì, Manzoni no, Manzoni troppo difficile, Manzoni da difendere, Manzoni da pensionare. La proposta circolata nelle nuove Indicazioni nazionali non prevede propriamente la cancellazione del romanzo, ma il suo spostamento dal biennio al quarto anno, dentro un percorso più storico-letterario sull’Ottocento.

Dopo le polemiche, Valditara ha frenato, precisando che la proposta non era ancora firmata da lui e che Manzoni non sarebbe stato certo espulso dalla scuola italiana. Resta però il punto politico: quando un testo diventa difficile, la soluzione sembra essere il calendario. Non si rafforzano le condizioni per leggerlo; lo si rimanda.

Eppure il problema non è che I promessi sposi siano troppo difficili per i quindicenni. Il problema è che la scuola italiana viene progressivamente privata degli strumenti necessari per rendere accessibile la difficoltà. Perché un classico non si legge da solo, non basta metterlo in programma come un mobile antico in salotto.

Ha bisogno di tempo, mediazione, lettura guidata, insegnanti stabili, classi non ingestibili, biblioteche, continuità didattica, fiducia nel lavoro lento. Tutte cose poco compatibili con una scuola compressa tra prove, orientamento, competenze, burocrazia, precarietà, classi numerose e l’eterna richiesta di fare tutto con poco.

Qui la polemica su Manzoni diventa interessante solo se smettiamo di parlare di Manzoni. La domanda vera è un’altra: che cosa fa una scuola pubblica quando gli studenti faticano davanti a un testo complesso? Li accompagna dentro quella difficoltà, oppure decide che la difficoltà è un disturbo da spostare più avanti? Nel primo caso, la scuola prova ancora a essere emancipazione. Nel secondo, diventa amministrazione della rinuncia.

La difficoltà, infatti, non è un difetto della cultura. È il suo punto politico. Leggere un testo difficile significa imparare che il mondo non si offre sempre nella forma immediata del consumo, del messaggio breve, della spiegazione già pronta. Significa entrare in una lingua non propria, in un tempo non proprio, in un conflitto non semplificato. Significa scoprire che la comprensione non è un riflesso, ma un lavoro. Se la scuola smette di insegnare questo, non diventa più democratica: diventa più povera.

Poi c’è l’altra polemica, quella sugli istituti tecnici. Valditara ha sostenuto che non abbia più senso distinguere tra licei e istituti tecnici e professionali, immaginando un superamento della gerarchia nominale: liceo chimico, liceo agrario, liceo meccatronico, liceo tessile. L’intenzione dichiarata sarebbe quella di dare pari dignità a percorsi troppo a lungo considerati inferiori. Il che, detto così, suona persino ragionevole. Il problema è il modo.

Perché se per dare dignità a un istituto tecnico bisogna chiamarlo liceo, significa che la gerarchia non è stata superata: è stata confermata. Il sapere tecnico viene nobilitato solo quando assume il nome del percorso tradizionalmente più prestigioso, quello associato ai ceti medio-alti, all’università, alla cultura generale, alla promessa di mobilità sociale. È come dire a qualcuno: “Non preoccuparti, anche tu vali qualcosa, infatti da domani ti chiameremo con il nome di qualcun altro”.

Il punto non è difendere per nostalgia la parola “istituto tecnico”. Il punto è capire che il sapere tecnico ha una dignità propria, non presa in prestito dal liceo. La meccanica, l’elettronica, la chimica, l’informatica, l’agronomia, la logistica, la moda, l’energia, la manutenzione industriale non diventano importanti se ricevono una spruzzata di latinorum liceale.

Diventano importanti se ci sono laboratori funzionanti, macchinari aggiornati, docenti tecnico-pratici valorizzati, rapporto serio con i territori, stage non degradati a manodopera gratuita, diritto allo studio, trasporti, sicurezza, orientamento vero, non propaganda.

La destra di governo dice di voler valorizzare il lavoro tecnico, ma continua a pensarlo dentro una doppia subordinazione. Da una parte deve essere ribattezzato con il nome più nobile del liceo; dall’altra deve essere reso sempre più funzionale alle filiere produttive, al Made in Italy, all’impresa, al fabbisogno immediato del mercato. Così il sapere tecnico non viene liberato dalla sua antica inferiorità sociale: viene spostato da una subordinazione simbolica a una subordinazione economica.

Le due polemiche si tengono. Manzoni e gli istituti tecnici sembrano lontanissimi, ma appartengono allo stesso disegno: da una parte il canone nazionale, dall’altra la filiera produttiva. Da una parte si discute quando somministrare il classico, dall’altra come rendere più appetibile la scuola del lavoro.

Foto Luigi Catalani / Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

In mezzo, però, resta poco spazio per la domanda decisiva: che cosa deve fare la scuola pubblica per chi nasce senza biblioteche in casa, senza ripetizioni private, senza famiglie in grado di orientarlo, senza capitale culturale da ereditare?

Perché la disuguaglianza scolastica non nasce al momento dell’iscrizione alle superiori. Arriva prima. Arriva nella lingua parlata in casa, nei libri che ci sono o non ci sono, nei quartieri, nei trasporti, negli asili, nel tempo dei genitori, nei soldi per comprare un computer, nella possibilità di avere una stanza in cui studiare.

Quando lo studente arriva davanti a Manzoni, non arriva mai da solo: arriva con tutta la sua storia sociale. E quando sceglie un tecnico o un liceo, non sceglie mai in un vuoto perfetto di libertà: sceglie dentro aspettative familiari, consigli orientativi, giudizi di classe, stereotipi, paura di non farcela, bisogno di lavorare presto.

La retorica del merito cancella proprio questo. Fa finta che tutti partano dallo stesso banco, con la stessa penna e lo stesso dizionario. Poi, quando qualcuno inciampa, gli spiega che avrebbe dovuto impegnarsi di più. È una pedagogia molto comoda: assolve il sistema e colpevolizza lo studente. La riforma simbolica funziona allo stesso modo: invece di ridurre le disuguaglianze reali, cambia la cornice in cui vengono nominate.

Così Manzoni viene spostato per non dire che la scuola non ha più abbastanza forza per insegnare la difficoltà. Gli istituti tecnici vengono ribattezzati per non dire che il sapere tecnico resta socialmente svalutato. Il lavoro viene celebrato per non dire che molti lavori sono poveri, precari, malpagati.

Il Made in Italy viene esaltato per non dire che dietro molte filiere ci sono salari bassi, subappalti, sfruttamento, studenti mandati troppo presto a “fare esperienza” dentro rapporti di forza già scritti.

Naturalmente non c’è nulla di male nel collegare la scuola al lavoro. Sarebbe assurdo pensare una scuola chiusa in se stessa, indifferente al mondo produttivo, incapace di dare strumenti concreti. Ma altro è collegare, altro è subordinare. Altro è formare studenti capaci di capire un processo produttivo, una macchina, un contratto, un bilancio, una filiera, una norma di sicurezza; altro è prepararli a entrare docilmente nel mercato come risposta pronta alle esigenze delle imprese.

La scuola pubblica dovrebbe fare una cosa più ambiziosa: permettere a uno studente tecnico di leggere Manzoni senza sentirsi fuori posto e a uno studente del classico di capire che il lavoro manuale, tecnologico e produttivo non è culturalmente inferiore. Dovrebbe rompere la divisione sociale tra chi pensa e chi fa, tra chi interpreta e chi esegue, tra chi studia i classici e chi deve diventare utile. Invece il rischio è che la si riorganizzi proprio attorno a questa divisione, solo con nomi più belli.

La scuola che rinomina le disuguaglianze è molto brava a produrre formule. “Liceo del Made in Italy”, “filiera formativa”, “merito”, “talenti”, “competenze”, “pari dignità”, “innovazione”, “tradizione”. Parole che funzionano bene nei comunicati stampa e nei convegni, un po’ meno nei corridoi con l’intonaco che cade, nei laboratori senza materiali, nelle classi da ventotto studenti, nelle supplenze che cambiano a novembre, nei paesi dove il pullman per arrivare a scuola è già una prova di resistenza.

Forse è per questo che la discussione pubblica si innamora tanto dei simboli. Sono più economici delle riforme vere. Spostare Manzoni costa meno che investire sulla lettura. Chiamare liceo un tecnico costa meno che rifare i laboratori. Parlare di merito costa meno che finanziare il diritto allo studio. Esaltare il Made in Italy costa meno che discutere di salari, sicurezza e sfruttamento. Cambiare i nomi costa sempre meno che cambiare i rapporti sociali.

La questione, allora, non è scegliere tra Manzoni e il mercato, tra cultura e tecnica, tra licei e istituti professionali. Questa alternativa è già una trappola. Una scuola democratica dovrebbe offrire a tutti la possibilità di attraversare i saperi difficili e di dare dignità ai saperi pratici. Dovrebbe formare cittadini capaci di leggere un romanzo ottocentesco e un contratto di lavoro, di capire una poesia e una macchina, di interpretare la storia e una busta paga, di riconoscere tanto la bellezza della lingua quanto la durezza dei rapporti di produzione.

Il problema della scuola italiana non è che Manzoni sia troppo difficile o che gli istituti tecnici abbiano un brutto nome. Il problema è che la difficoltà viene sempre più trattata come un lusso e il sapere tecnico come una funzione economica. Nel primo caso, chi ha già strumenti culturali continuerà ad averli; nel secondo, chi deve lavorare presto verrà orientato sempre più rapidamente verso ciò che serve al mercato. La disuguaglianza non sparisce. Si fa più ordinata.

Ecco perché le polemiche di questi giorni non vanno lette come incidenti separati. Sono due finestre sulla stessa idea di scuola: una scuola che non rimuove gli ostacoli, ma li amministra; che non cambia le condizioni materiali, ma cambia la segnaletica; che non redistribuisce sapere, ma ridefinisce il suo prestigio. Una scuola dove il classico viene protetto come simbolo, il tecnico valorizzato come ingranaggio produttivo e lo studente povero invitato, con grande rispetto istituzionale, a trovare il proprio posto.

Sempre che il posto ci sia. E che non venga chiamato, per comodità, “opportunità”.

Foto Alfio / Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0.