Le scuole “migliori” dei ricchi: selezione sociale contro merito

Ogni dicembre, insieme alle lucine di Natale e alle offerte del Black Friday prolungato, arriva puntuale un altro rito laico: la classifica delle “migliori scuole d’Italia”. Quest’anno, ancora una volta, la firma è quella di Eduscopio, il progetto della Fondazione Agnelli. Il titolo è rassicurante: ti aiutiamo a scegliere la scuola giusta per tuo figlio, dopo la terza media. Il sottotitolo, non dichiarato, suona più o meno così: se sei povero, arrangiati.

I numeri, sulla carta, sono impressionanti: un milione e trecentocinquantacinquemila diplomati passati al setaccio, oltre ottomila scuole secondarie di secondo grado coinvolte, tre anni scolastici considerati, dal 2019 al 2022. Un lavoro mastodontico, che promette oggettività, neutralità, scienza applicata alla scelta del liceo.

La scuola migliore d’Italia, ci informano, è un liceo scientifico delle scienze applicate di Este, in provincia di Padova, dove l’informatica prende il posto del latino. A seguire, una sfilata di nomi che nelle città contano già da decenni: i classici blasonati di Milano, Torino, Roma, i “convitti di eccellenza” di Napoli, gli scientifici coi corridoi lucidi e le aule piene di figli di professionisti.

È qui che conviene fermarsi un attimo e chiedersi: che cosa stiamo chiamando “migliore”?

Secondo Eduscopio, una scuola è “migliore” se i suoi ex studenti, al primo anno di università, prendono voti più alti e totalizzano più crediti degli altri, oppure se, nel caso di tecnici e professionali, trovano lavoro in fretta e possibilmente coerente con il diploma. Tutto ruota attorno a due assi: performance accademica e velocità di inserimento lavorativo. È un’idea di qualità molto precisa: la scuola come catena di montaggio che deve consegnare sul mercato, in tempo e bene, studenti-universitari o studenti-lavoratori.

Spariscono dal radar altre domande, che per chi si occupa di povertà – educativa e materiale – pesano molto più della classesociale che consente di scegliere in libertà. Una scuola è buona se riduce i divari tra chi arriva con una stanza piena di libri e chi divide un letto con i fratelli?

Se riesce a non perdere per strada chi lavora la sera, chi traduce le circolari ai genitori, chi vive in una casa dove non c’è nemmeno un tavolo per studiare? Se riesce a fare da argine alla violenza, alla solitudine, alla rassegnazione di interi quartieri che lo Stato vede solo quando c’è da mandare la polizia?

Niente di tutto questo entra nell’indice. Non perché sia impossibile da misurare, ma perché non rientra nella filosofia: l’asticella si piazza sull’output, non sul percorso. Conta dove arrivi, non da dove sei partito.

E infatti, guarda caso, la geografia della “migliore scuola” assomiglia molto alla geografia del reddito e del privilegio. Il pezzo che racconta la classifica – quello da cui siamo partiti – è un lungo rosario di licei di centro città, scuole paritarie prestigiose, convitti storici, istituti tecnici che stanno nelle aree più ricche delle metropoli.

A Milano domina il Berchet tra i classici, il Volta tra gli scientifici, spuntano puntuali il Sacro Cuore, il Manzoni, un grappolo di paritarie dal profilo sociale molto definito. A Roma, stesso copione: il Visconti e il Mamiani, il Righi, i licei artistici e linguistici che vivono in quartieri dove l’affitto di un bilocale vale più di un anno intero di stipendio in periferia. A Napoli il Convitto Vittorio Emanuele II regna sui classici e spicca pure fra gli scientifici. È la mappa di un Paese dove la scuola di seria A coincide quasi sempre con il quartiere di seria A.

C’è un dettaglio che la stessa Fondazione Agnelli, in altre sue ricerche, riconosce con chiarezza: in Italia la segregazione scolastica è fortissima. Gli studenti si distribuiscono tra indirizzi e istituti a seconda del ceto, del capitale culturale della famiglia, del quartiere in cui sono cresciuti.

È il famoso “effetto composizione”: se in una scuola entrano quasi solo figli di laureati, è quasi inevitabile che gli esiti medi siano migliori. Ma questa consapevolezza, quando arriva l’ora del ranking, viene compressa in due righe di cautela metodologica e subito dopo dimenticata, come se non fosse un problema politico gigantesco, ma una nota tecnica per addetti ai lavori.

Così il ranking finisce per trasformare in “merito” ciò che è in larga parte prodotto da selezione sociale. Una scuola che può permettersi di respingere gli studenti più fragili, o che si trova in un’area dove le famiglie hanno risorse economiche e culturali alte, parte con un vantaggio enormemente superiore rispetto all’istituto di provincia o di periferia che accoglie chiunque arrivi, con tutti i problemi che porta addosso.

Se poi, a valle, i primi fanno più crediti all’università e gli altri si perdono per strada, la classifica lo registra con un voto e un numero, come se si trattasse di un semplice fatto, neutro e indiscutibile.

Nel frattempo, alle famiglie arriva un messaggio molto concreto: se vuoi il meglio per tuo figlio, devi entrare nel giro dei soliti noti. Devi iscriverti al classico “giusto”, allo scientifico “giusto”, magari alla paritaria “giusta”, quella dove le rette e le relazioni sociali funzionano come un filtro potente.

Se vivi in un quartiere lontano, se non hai l’auto per attraversare la città, se fai un lavoro che non ti permette di passare ore tra open day, colloqui, modulistica, peggio per te: resterai con l’offerta “residuale” delle scuole considerate mediocri. È la logica del supermercato applicata al diritto all’istruzione.

Lo stesso discorso vale per la novità del momento, le famose scuole quadriennali. La sperimentazione, si dice, serve a capire se si può comprimere il percorso senza perdere in qualità. I dati mostrano che chi ha frequentato il quadriennale arriva all’esame di maturità con voti leggermente più alti, ma poi all’università va un po’ peggio rispetto ai compagni del quinquennale.

Anche qui, però, la chiave è nella partenza: a scegliere il percorso in quattro anni sono stati soprattutto studenti già forti alle medie, più motivati, più seguiti. La selezione c’è dall’inizio, l’illusione è che tutto si giochi in aula. Intanto l’idea che passa è che i “migliori” debbano uscire dal sistema un anno prima, come merce da immettere sul mercato con un giro in meno di rodaggio.

C’è una domanda che nessuna classifica si pone, ma che in un Paese attraversato da una povertà educativa strutturale bisognerebbe scrivere a caratteri cubitali: dov’è la scuola che prova a rimettere in piedi chi nasce storto, non quella che lucida la carriera di chi è già dritto?

Se domani qualcuno avesse il coraggio di stilare le “migliori scuole d’Italia” misurando quanta strada fanno fare ai ragazzi che partono più indietro – non quanti esami danno al primo anno di università quelli che sono sempre stati avanti – scopriremmo forse che le nostre eccellenze stanno altrove: in un tecnico di estrema periferia, in un professionale di provincia, in un istituto di un’area interna dove i docenti combattono contro lo spopolamento e la rassegnazione.

Ma quella classifica non porterebbe sponsor, non farebbe contento il ceto medio-alto ansioso di conferme, non sarebbe spendibile nei dépliant patinati degli open day. Non servirebbe al “riccume schifoso” – per citare la definizione più onesta sentita in questi giorni – che nella scuola vede soprattutto uno strumento per riprodurre se stesso. Perciò ci teniamo Eduscopio e le sue stelle, fingendo che indichino il cielo dell’uguaglianza, mentre segnano, con grande precisione, la mappa dei confini sociali.

La prossima volta che leggeremo “le migliori scuole d’Italia”, forse converrà aggiungere mentalmente una postilla: migliori per chi ha già vinto in partenza. Tutti gli altri, come al solito, non pervenuti.

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