Rohingya, il mercato della disperazione

Quasi novecento morti o dispersi in un anno non sono un incidente. Sono un sistema. Nel 2025 il Mare delle Andamane e il Golfo del Bengala sono diventati una delle rotte più mortali del mondo per i Rohingya.

Più di 6.500 persone hanno tentato la traversata e quasi 900 sono morte o risultano disperse, secondo l’UNHCR. Una persona su sette. Non una percentuale, ma una condanna statistica: partire sapendo che il mare può diventare tomba, e partire lo stesso.

È facile, davanti a questi numeri, fermarsi all’ultimo anello della catena: i trafficanti. Quelli che vendono posti su barche inadatte, che caricano più persone di quante possano stare a bordo, che incassano denaro da chi non ha quasi nulla, che trasformano la fuga in affare.

Sono colpevoli, certo. Ma raccontare solo loro sarebbe troppo comodo. Perché il mercato della traversata non nasce dal nulla. Nasce dove una popolazione intera viene privata di cittadinanza, lavoro, istruzione, sicurezza e futuro.

I trafficanti vendono il viaggio. Ma il prodotto lo fabbrica il mondo. Lo fabbricano la persecuzione in Myanmar, l’apolidia, i campi sovraffollati in Bangladesh, il divieto di lavorare, l’istruzione limitata, gli aiuti alimentari che si restringono, l’impossibilità di tornare indietro e l’assenza di una strada legale per andare avanti.

A quel punto il mare non è più soltanto una scelta disperata. Diventa una delle poche porte rimaste aperte, anche quando dietro quella porta c’è la morte.

Il caso raccontato da Reuters ad aprile è uno di quelli che dovrebbero bastare a rompere il linguaggio burocratico. Una barca partita verso la Malesia con quasi 300 persone a bordo è affondata. Circa 250 risultano disperse. Rahila Begum, una delle poche sopravvissute, è rimasta due giorni alla deriva nel Mare delle Andamane, aggrappata a un pezzo di legno.

Due giorni in mare per spiegare quello che nei documenti internazionali viene chiamato “movimento misto”, “migrazione irregolare”, “rotta marittima”. Dietro quelle parole ci sono corpi che galleggiano finché possono, famiglie che aspettano un nome, bambini che partono perché restare significa crescere senza scuola, senza lavoro, senza cittadinanza, senza prospettiva.

La storia dei Rohingya è una storia di espulsione permanente. Nel 2017 centinaia di migliaia di persone fuggirono dal Myanmar verso il Bangladesh dopo le violenze dell’esercito birmano, definite dalle Nazioni Unite “pulizia etnica” e dagli Stati Uniti genocidio.

Da allora Cox’s Bazar è diventato il più grande insediamento di rifugiati al mondo. In Bangladesh vivono circa 1,2 milioni di Rohingya, bloccati in campi dove la sopravvivenza dipende quasi interamente dagli aiuti internazionali. Nei campi i rifugiati sono intrappolati da anni, senza diritto al lavoro, con istruzione limitata e razioni alimentari sempre più fragili.

Qui bisogna fermarsi un momento. Perché “campo profughi” è una formula che abbiamo imparato a pronunciare senza più sentirla. Sembra un luogo temporaneo. Un’emergenza in attesa di soluzione. Ma dopo anni, quando i bambini crescono dentro il campo, quando gli adulti non possono lavorare, quando il ritorno è impossibile e l’integrazione è negata, il campo smette di essere un riparo. Diventa una forma di vita sospesa.

Non sei più nel Paese da cui sei stato cacciato. Non sei davvero nel Paese che ti ospita. Non sei cittadino, non sei lavoratore, non sei libero di progettare. Sei presente, ma provvisorio. Visibile come problema umanitario, invisibile come soggetto politico. È in questa sospensione che il traffico di esseri umani trova il suo mercato.

Nessuno paga un trafficante perché crede a una favola semplice. Lo paga perché tutte le alternative sono state consumate. Lo paga perché il cibo diminuisce, perché un figlio non vede futuro, perché un matrimonio o un lavoro in Malesia sembrano meno impossibili della vita nel campo, perché restare non è vivere ma attendere. Il business della traversata non nasce dalla libertà di partire. Nasce dall’impossibilità di restare.

La fame, in questa storia, non è uno sfondo. È un motore. Dal 1° aprile 2026 il World Food Programme ha introdotto nei campi Rohingya in Bangladesh un sistema di assistenza alimentare differenziato: le famiglie estremamente insicure continuano a ricevere 12 dollari al mese per persona a Cox’s Bazar, quelle altamente insicure 10 dollari, le altre 7 dollari. Il WFP sostiene che anche il livello più basso resti sufficiente a coprire i bisogni alimentari minimi secondo la propria analisi.

Ma la distanza tra il linguaggio tecnico e la vita concreta può essere enorme. Associated Press ha raccontato che per molti rifugiati e per le autorità bangladesi il nuovo sistema viene vissuto come un taglio reale: prima l’assistenza era di 12 dollari al mese per persona, una cifra già considerata appena sostenibile; ora una parte delle famiglie scende a 7 dollari. AP ricorda anche che precedenti riduzioni degli aiuti avevano contribuito ad aumentare malnutrizione, lavoro minorile e traffico.

Sette dollari al mese non sono solo una cifra. Sono una pedagogia della disperazione. Insegnano che il mondo ti considera abbastanza vivo da non morire subito, ma non abbastanza umano da avere un futuro.

“Myanmar/Burma: Little hope for Rohingya IDPs” by EU Civil Protection and Humanitarian Aid is licensed under CC BY-ND 2.0.

È in questo spazio che il trafficante diventa imprenditore della miseria. Non deve convincere chi sta bene. Deve trovare chi è già stato messo nell’angolo. Deve trasformare il rischio in promessa, la barca in investimento, il mare in unica via d’uscita. Deve vendere non la sicurezza, ma la possibilità. E quando una persona non ha più futuro, anche una possibilità sporca, violenta, pericolosa può sembrare una forma di speranza.

Per questo la parola “business” è giusta, ma va capita fino in fondo. Non è solo il business criminale di chi organizza le partenze. È un’economia più larga, costruita sulla produzione politica della vulnerabilità.

Se una comunità viene resa apolide, chiusa nei campi, esclusa dal lavoro, dipendente dagli aiuti e priva di canali legali di mobilità, prima o poi qualcuno venderà una fuga. E se quella fuga è illegale, costosa e mortale, il prezzo lo pagheranno sempre gli stessi: i poveri, gli esclusi, quelli che non hanno documenti né protezione.

Il mare dei Rohingya non è diverso, nella sua logica profonda, dal Mediterraneo. Cambiano le geografie, cambiano i nomi, cambiano i porti di arrivo. Ma il meccanismo è lo stesso: si chiudono le strade sicure, si lascia aperta solo quella illegale, poi ci si scandalizza se l’illegalità diventa mercato.

Le reti di contrabbando e tratta prosperano dove le politiche pubbliche producono immobilità forzata. La frontiera non cancella il movimento: lo rende più pericoloso e più profittevole. Più una persona è bloccata, più pagherà per muoversi. Più il viaggio è proibito, più diventa costoso. Più la rotta è clandestina, più aumenta il potere di chi la controlla.

La tragedia dei Rohingya è anche questa: una minoranza perseguitata che, dopo essere stata spinta fuori dalla propria terra, viene intrappolata in un eterno presente umanitario. Si interviene per non farla morire, non per permetterle di vivere. La differenza è enorme.

Non morire significa ricevere una razione. Vivere significa poter studiare, lavorare, scegliere, spostarsi, costruire relazioni, avere diritti. Nei campi di Cox’s Bazar, per troppi Rohingya, il mondo offre la prima cosa e nega la seconda. A quel punto partire non è sempre il sogno di una vita migliore. A volte è solo il rifiuto di una vita senza forma.

I numeri del 2026 dicono che il meccanismo continua. Tra gennaio e metà aprile, più di 2.800 Rohingya avevano già tentato la traversata, secondo l’UNHCR. Nello stesso periodo, la cronaca registrava nuovi naufragi, nuove intercettazioni, nuovi dispersi.

Ogni volta la scena pubblica si ripete: il barcone, i dispersi, l’appello delle agenzie internazionali, la richiesta di fondi, il dolore delle famiglie, la denuncia dei trafficanti. Poi il silenzio. Fino alla barca successiva. Ma se ogni volta ricominciamo dal naufragio, arriviamo sempre troppo tardi.

Bisogna cominciare prima. Dal taglio degli aiuti. Dalla mancanza di vie legali. Dal divieto di lavoro. Dall’assenza di cittadinanza. Dalla scelta politica di lasciare un popolo sospeso per anni, come se la provvisorietà potesse durare all’infinito senza produrre conseguenze.

Il punto non è assolvere i trafficanti. È non assolvere il sistema che li rende necessari. Perché se un giovane Rohingya sale su una barca sapendo che potrebbe morire, non sta semplicemente “scegliendo il rischio”. Sta scegliendo tra rischi diversi.

Il rischio del mare contro il rischio di restare senza futuro. Il rischio dello sfruttamento contro la certezza dell’immobilità. Il rischio della morte contro una vita ridotta a sopravvivenza amministrata.

È qui che la miseria diventa mercato. Non quando qualcuno è povero, ma quando la sua povertà viene organizzata in modo tale che un altro possa vendergli l’uscita.

Le agenzie umanitarie possono contare i morti. I governi possono rafforzare le pattuglie. I Paesi di destinazione possono respingere, intercettare, trattenere. Ma finché la condizione dei Rohingya resterà questa — senza ritorno sicuro, senza integrazione reale, senza lavoro, senza cittadinanza, con aiuti insufficienti e canali legali quasi inesistenti — il mercato della fuga continuerà ad avere clienti.

Non perché i Rohingya vogliano morire in mare. Ma perché il mondo ha costruito per loro una vita in cui anche il mare può sembrare meno chiuso della terra.

Quasi novecento morti o dispersi in un anno non sono un incidente. Sono il risultato di una filiera. A monte c’è la persecuzione. Poi l’esilio. Poi il campo. Poi la fame. Poi il taglio degli aiuti. Poi l’assenza di futuro. Poi arriva il trafficante. Alla fine arriva il mare. E noi, troppo spesso, guardiamo solo l’ultima onda.

“Bangladesh: Rohingyas 2015” by EU Civil Protection and Humanitarian Aid is licensed under CC BY-ND 2.0.