Le oltre 1.300 segnalazioni arrivate nel 2025 al Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità non descrivono solo il primo anno di attività di una nuova autorità. Descrivono soprattutto i punti in cui, nella vita quotidiana, i diritti delle persone con disabilità continuano a interrompersi.
Il presidente Maurizio Borgo, nella relazione presentata alla Camera, ha spiegato che quel numero non è soltanto un dato quantitativo, ma un “indicatore democratico” del bisogno di tutela presente nel Paese. E il fatto che sia stato raggiunto da un’istituzione ancora giovane e inizialmente poco conosciuta rende il dato ancora più significativo.
Il punto, però, non è fermarsi al numero. È capire che cosa raccontano quelle segnalazioni. I materiali diffusi dal Garante indicano soprattutto l’ambito scolastico come il terreno più critico, con casi legati alla mancata inclusione e all’interruzione dei percorsi educativi e terapeutici.
È un passaggio decisivo, perché sposta il discorso dai princìpi alle condizioni concrete in cui un diritto può diventare fragile: la continuità scolastica, il sostegno, l’accesso effettivo ai percorsi necessari, il rapporto tra scuola e servizi.
I numeri disponibili sulla scuola aiutano a leggere meglio questo quadro. Secondo l’Istituto nazionale di statistica (Istat), nell’anno scolastico 2023-2024 gli alunni con disabilità sono quasi 359 mila, pari al 4,5% degli iscritti. Ma il dato più eloquente riguarda la continuità del sostegno: il 57% ha cambiato insegnante da un anno all’altro. A questo si aggiunge un 11% di studenti che ha ricevuto l’assegnazione del docente di sostegno in ritardo.
Circa 20 mila alunni avrebbero bisogno di assistenza da parte di figure specializzate e il 31% necessita di ausili didattici per partecipare pienamente al percorso scolastico. In un quadro simile, le segnalazioni sulla mancata inclusione non appaiono come episodi isolati, ma come il riflesso di difficoltà strutturali.
La scuola, in questo senso, diventa il luogo in cui si vede con maggiore chiarezza la distanza tra il diritto riconosciuto e il diritto esercitato.
L’inclusione non dipende solo dall’iscrizione in classe, ma dalla possibilità di seguire il percorso senza interruzioni, con personale formato, strumenti adeguati e tempi compatibili con i bisogni educativi e terapeutici.
Quando questi elementi saltano, il diritto resta formalmente intatto ma si indebolisce nella pratica quotidiana.

Un secondo fronte è quello dell’accessibilità materiale. Sempre secondo Istat, solo il 41% delle scuole è accessibile agli alunni con disabilità motoria. I parcheggi con posti riservati sono presenti nel 44% degli edifici, mentre le segnalazioni visive per studenti con sordità o ipoacusia si fermano al 17%.
Per gli alunni con cecità o ipovisione la situazione è ancora più limitata: mappe tattili e percorsi a rilievo sono presenti appena nell’1,1% delle scuole. Anche qui il problema non riguarda dichiarazioni di principio, ma la possibilità concreta di entrare, orientarsi, muoversi, partecipare.
Le difficoltà denunciate rimandano poi a un’altra questione: la frammentazione dei servizi. Quando scuola, sanità e assistenza sociale non dialogano in modo stabile, il carico organizzativo si sposta sulle famiglie. I percorsi diventano discontinui, i tempi si allungano, l’accesso alle prestazioni dipende spesso dalla capacità di orientarsi tra uffici, procedure e competenze diverse.
Alcuni resoconti della relazione insistono proprio su questo punto: in molte situazioni il diritto si rivela ancora faticoso da esercitare, perché attraversato da passaggi amministrativi e territoriali che ne rendono incerta l’attuazione.
È qui che il riferimento di Borgo ai diritti “condizionati, intermittenti” acquista un significato preciso. Non indica solo ritardi o inefficienze. Indica un’esperienza concreta di disuguaglianza, in cui l’accesso a un sostegno, a un servizio o a una misura di inclusione può cambiare da un territorio all’altro.
I dati sulla spesa sociale dei Comuni confermano questa frattura: per i servizi di supporto alle persone con disabilità fino a 64 anni si passa da 2.740 euro pro capite nel Nord-est a 1.070 euro nel Sud. In altre parole, il luogo in cui si vive continua a incidere in modo pesante sulla qualità e sulla continuità della tutela.
Le 1.300 segnalazioni arrivate al Garante, allora, non parlano soltanto di una nuova autorità che comincia a essere conosciuta. Parlano di una domanda di protezione che emerge dove i diritti incontrano ostacoli quotidiani: nella scuola che non garantisce continuità, nei servizi che non si raccordano, negli spazi che restano poco accessibili, nelle differenze territoriali che rendono incerto ciò che dovrebbe essere uniforme.
Il loro significato non sta solo nella quantità, ma nel tipo di Paese che descrivono: un Paese in cui il riconoscimento formale dei diritti esiste, ma troppo spesso non basta ancora a renderli pienamente esigibili.



