Le quattro esecuzioni compiute in Iran in pochi giorni non sono una nota a margine della guerra. Sono la sua verità più nuda. Il 20 aprile Teheran ha impiccato due uomini accusati di legami con il Mossad. Il 22 aprile ne ha giustiziato un altro con l’accusa di spionaggio per Israele.
Il 23 aprile è stato messo a morte un uomo accusato di rapporti sia con il Mossad sia con i Mujaheddin del Popolo. Nello stesso ciclo repressivo, nei giorni precedenti, è stata eseguita anche una condanna legata alle proteste di gennaio. Il conto, insomma, è semplice: più guerra fuori, più forca dentro.
Basterebbe questo per smontare la favola confezionata da Donald Trump e Benjamin Netanyahu. La guerra contro l’Iran è stata venduta come un colpo contro l’oppressione, quasi un favore reso al popolo iraniano. Il risultato reale è l’opposto. Nessuno è stato liberato. Nessun regime è caduto. Nessuna società si è aperta.
Si è aperto, invece, uno spazio più largo per la repressione, per gli arresti, per l’accusa facile di tradimento, per l’uso politico della pena di morte. Chi conosce appena il funzionamento dei regimi sa che sotto attacco esterno la prima risposta non è la democratizzazione. È la stretta. Chi ha raccontato il contrario non ha sbagliato dettaglio: ha sbagliato tutto.
I numeri generali servono proprio a questo, a togliere ogni alibi. Secondo il rapporto annuale di Iran Human Rights e ECPM, nel 2025 in Iran sono state eseguite almeno 1.639 condanne a morte, il dato più alto dal 1989 e il 68% in più rispetto all’anno precedente.
Non stiamo parlando di un sistema che vacilla. Stiamo parlando di un apparato che usa la morte come strumento ordinario di governo. E quando arriva la guerra, quel meccanismo non rallenta. Si sente autorizzato a correre di più.
Questa è la prima lezione politica del disastro. La guerra “per liberare gli iraniani” non ha indebolito la macchina repressiva: le ha fornito un’altra giustificazione, un altro lessico, un altro clima. Il dissidente diventa agente straniero. L’oppositore diventa collaboratore del nemico. Il prigioniero politico sparisce dentro la categoria della sicurezza nazionale.
Ed è qui che si misura la distanza siderale tra la propaganda occidentale e la realtà iraniana. Chi ha deciso questa avventura bellica si è rivelato completamente estraneo ai problemi veri degli iraniani. Talmente estraneo da non capire neppure la dinamica più elementare: un regime sotto bombardamento non si arrende ai cittadini, si vendica su di loro.
Poi c’è l’ipocrisia, che in questa storia non è un contorno. È una delle sue strutture portanti. Israele denuncia le violazioni dei diritti umani in Iran, e intanto il 30 marzo il suo parlamento ha approvato una legge che rende la pena di morte la sanzione ordinaria per i palestinesi condannati dai tribunali militari per attacchi mortali.
Le Nazioni Unite l’hanno definita una norma in violazione del diritto internazionale, profondamente discriminatoria. Difficile impartire lezioni sulla barbarie altrui quando si istituzionalizza la propria.

Negli Stati Uniti la pena di morte lì non è un reperto del passato né un relitto in via di smantellamento. È ancora operativa, con esecuzioni già effettuate nel 2026 e altre programmate.
Il boia di Stato, insomma, continua a lavorare nella democrazia che pretende di esportare civiltà a colpi di missili. Quando Washington parla di diritti umani in Iran, lo fa tenendo ancora la leva della camera della morte ben oliata in casa propria.
A questo punto la domanda cambia. Non più: che cosa volevano ottenere? Ma: che cosa resta davvero di questa guerra? Non la libertà degli iraniani. Non la caduta del regime. Non un Medio Oriente più stabile. Resta la geopolitica di Netanyahu, cioè il tentativo di blindare con la forza il controllo regionale e di ridisegnare i rapporti di potere nell’area attraverso una militarizzazione permanente.
Resta la politica spettacolare di Trump, che trasforma ogni crisi in un palco personale e ogni scossa internazionale in un’occasione per la sua rete di interessi, speculazioni, rendite. Resta un mondo più instabile, più ricattabile, più caro.
Perché nel frattempo c’è Hormuz. E anche qui la propaganda si è schiantata contro la realtà. Le tensioni nello Stretto, aggravate dal conflitto e dal blocco navale, stanno già colpendo il traffico marittimo e spingendo verso l’alto i prezzi dell’energia.
Il Brent ha superato i 100 dollari al barile e i raffinatori asiatici stanno riducendo la lavorazione per milioni di barili al giorno, con effetti a catena su diesel e carburante aereo.
Una guerra presentata come operazione di sicurezza ha prodotto altra insicurezza, questa volta economica, diffusa, quotidiana. E i rincari, come sempre, non li pagano i governi che bombardano. Li pagano le persone comuni.
Il punto finale è il più duro, ma anche il più limpido. Questa guerra non è solo cinica. È anche irrazionale. Ha mancato gli obiettivi dichiarati, ha rafforzato i meccanismi che diceva di voler spezzare, ha aperto una crisi energetica che prima non aveva questa intensità, ha regalato al regime iraniano un’altra stagione di repressione patriottica. E tutto questo mentre veniva venduta come operazione di precisione morale.
Le impiccagioni di questi giorni non sono soltanto la prova della ferocia degli ayatollah. Sono anche il referto politico della bancarotta strategica, politica, militare e sociale di chi ha voluto questa guerra.
Avevano detto libertà. Hanno prodotto più morte di Stato. Avevano detto sicurezza. Hanno prodotto più instabilità. Avevano detto popolo iraniano. Non sapevano di cosa stavano parlando. Semplicemente perchè della sorte del popolo iraniano a preoccuparsi oggi sono soltanto gli iraniani.



